Tutta la terra annega


But as the water fills my mouth
It couldn't wash the echoes out
I swallow the sound and it swallows me whole
Till there's nothing left inside my soul
As empty as that beating drum
But the sound has just begun

(The drumming song - Florence + The Machine)


Martedì

E' agosto, però sembra più che altro ottobre, con la pioggia continua, fitta fitta e delicata come un tocco casuale, che infastidisce il paese senza rumore, rendendo più difficili le operazioni di ripristino della vita, dopo l'inondazione. Il fiume è traboccato, di nuovo.
E' il motivo per cui sono tornato.
Il mondo è ancora più grigio e deprimente, visto da dietro i vetri sporchi della mia stanza d'albergo. Alice, alla reception, non mi ha riconosciuto. Sono un po' deluso, era la mia compagna di banco preferita, alle elementari.
Intravedo appena il bagliore del fiume, tra le case, dalla finestra. Tutta la valle ha sempre avuto il problema delle alluvioni, per colpa di una diga mal progettata e mal costruita, ma quattro inondazioni in sei mesi sono troppe anche per la mia triste cittadina. Quella di febbraio è avvenuta in corrispondenza di una stagione molto piovosa. Va bene. Quella di aprile è arrivata all'improvviso, senza spiegazione, tanto che sono arrivati esperti di ogni tipo per studiare l'aumento dell'acqua nel fiume. O almeno questo dicevano i giornali. Poi giugno: mentre il resto della zona boccheggiava per il caldo, nel mio luogo natale morivano sette persone, travolte dalla foga dell'acqua.
Una vittima a febbraio, tre ad aprile, sette a maggio; adesso siamo a quattro, ma il fiume non si è ancora calmato.
I fatti strani sono diventati il mio mestiere. Questo è un fatto strano, del mio genere di strano.
Volto le spalle alla pioggia e punto con desiderio il letto. Febbre, stanchezza o voglia di trovarmi a un miliardo d'anni luce da qui: non lo so cos'è, però so che ho bisogno di arrivare a quella superficie invitante e al black-out benedetto che promette.

Di sera la pioggia si è quietata e per le strade non c'è nessuno. Sono uscito: l'aria fredda mi piace, e poi non voglio passare troppo tempo nel paese, per cui devo fare quel che è opportuno, in fretta.
Il malessere che avverto mi fa sospettare di aver indovinato qualcosa...
Entro in uno di quei bar che una volta era un luogo vitale, dove la gente si ritrovava. Ora è semi-deserto e odora di chiuso. Però c'è gente che può essermi utile.
- Tempo di merda, eh?- Mi apostrofa il barista, quando mi appoggio al bancone. - Ti senti bene? Sei bianchissimo.
- Lo so. Sto bene. Abbastanza. Ennio, mi riconosci?
Si allontana di qualche passo, mi studia, perplesso, e addirittura allunga una mano per spostarmi dalla fronte un ciuffo scuro, come per immaginarmi con una pettinatura diversa. Poi sgrana gli occhi e spalanca la bocca.
- Il figlio di Clelia?
Rido e scuoto la testa. Lapsus terribile. Se ne accorge e arrossisce.
- Voglio dire, il figlio di Elsa!
- Sì, certo.- Rispondo, imbarazzato per lui.
- Scusa.
- Non ti preoccupare.
- E' che ve ne siete andati tutti quanti, tutti insieme...
Ha ragione. A che serve ricordare i tratti precisi di una spregevole vicenda di quindici anni fa, che coinvolgeva la famiglia del sindaco e quella della sua amante? Forse anch'io avrei confuso il nome della moglie legittima con quello dell'altra donna.
- Preparami un tè caldo, dai, e lascia perdere il passato.
- Come sta tua madre?
- Se la cava.- Mento. E' morta l'anno scorso, ma non voglio mortificarlo di nuovo. E non voglio parlare di mia mamma, ora. - Come vanno le cose, qui? A parte l'acqua.
- A parte l'acqua, dici? Che altro c'è, a parte l'acqua? Tutto quello che cominciamo viene distrutto dall'acqua. Ripariamo il paese e poi arriva un'altra alluvione. Stiamo annegando: il paese, la valle intera... Tutto! Non capisco cosa abbiamo fatto, per meritarcelo!
Beh, io sono qui proprio per capirlo...
- Mi dispiace. Mi auguro che qualcuno spieghi cos'è preso al fiume.
- Non ci vuole un esperto di geologia, qui, ci vuole un esorcista!- Ennio sbatte sul tavolo la tazza che servirà per il mio tè. Dietro di me sento numerose voci a sostegno della sua teoria. Sorrido.
Non sa quanto ha ragione.
- Se continua così, nel giro di due anni saremo morti tutti.- Dice qualcuno alle mie spalle, un vecchio di cui non riconosco la voce.
- Tutte giovani, le vittime...- Mormora una donna al mio fianco: la riconosco, è Adele, madre di Giulio, uno dei miei pochi amici all'epoca della mia vita qui. Le sorrido perché mi farebbe piacere che mi dicesse una parola di conforto.
- Sei Federico?
Annuisco, sollevato dal fatto che gli occhi di Adele mi ricordino.
- Sei proprio sciupato.- Seria e professionale, mette le mani nei miei capelli lasciati a se stessi. E' la parrucchiera del paese, dopotutto. - Sembra che ti abbiano tirato su legando insieme un fastello di legnetti per accendere il fuoco.- Mi tasta le ossa sulla schiena come la strega di Hansel e Gretel e mi fa ridere. - E dimostri quarant'anni invece di trenta. Ce l'hai, la donna? Che sennò, ti restano appena appena questi begli occhietti verdolini, per ammaliarne una.
Scuoto la testa, allargo le braccia e continuo a ridere.
- Non ce l'ho.
- Sei messo male, eh?
- Mi arrangio.
- Come sempre. Ti sapevi solo arrangiare, in tutto. Ci sono rimasta male, quando ve ne siete andati. Le volevo bene, a tua mamma, anche se era una stupida. Sai una cosa? Le avevo anche chiesto di lasciarti a me, se proprio se ne voleva andare con uno zaino sulle spalle, facendo l'autostop. Ti avrei cresciuto con Giulio e l'altro mio figlio. Sareste stati felici. Ma lei era la tua mamma. Non potevo pretendere che lo facesse. Povera figliola, ho letto l'annuncio mortuario sul giornale per caso, perché passavo dalle vostre parti, un anno fa.
- Tua madre è morta?- Domanda Ennio, comprendendo che prima gli ho mentito. - Oh Dio, scusa per avertelo chiesto, non...
- Non ti preoccupare.- Però non ce la faccio, a sorridere. Vorrei sapere come mai Adele ha deciso di confessarmi tutto questo proprio ora. Mi viene da piangere, e stasera ci manca solo questo. C'è già abbastanza acqua, in questo posto, senza bisogno delle mie stupide lacrime.
- Era malata da molto?- Insiste Adele. Indago il suo viso e comprendo che anche lei ha qualche dolore da scordare, stasera, quindi cerca una sorta di rifugio scavando nel mio.
- E' successo tutto in fretta. Vivevamo in un monolocale, però dignitoso, accogliente.- Ci tengo a farle capire che mia madre si era lasciata alle spalle i giorni di autostoppista con figlio adolescente riluttante a carico. Adele annuisce, abbozza un sorriso.
Il mio tè. Stringo le mani attorno alla tazza calda per un attimo, poi decido di versarci dentro metà del contenuto della zuccheriera. Qualcuno ride. Bevo il primo sorso e sa di acqua gelida di fiume, i suoni si fanno confusi, ovattati, distanti, per un attimo, e il rumore di fondo che abbandona il fondo per affiorare in superficie, tessendosi in una canzone dissonante, e dietro quelle note allungate all'infinito c'è una voce femminile che recita una specie di filastrocca antica, senza significato, e io...

Riapro gli occhi e vedo cinque o sei facce preoccupate, mentre avverto la scomodità fredda di un pavimento sotto la schiena.
- Sei caduto all'indietro.- Mi informa Ennio, pallido almeno quanto devo esserlo io.
- Ma cos'hai?- Domanda Adele, angosciata. Mi stringe una mano tra le sue e la strofina come se volesse infondermi energia. E' una bella sensazione.
- Sei sicuro di non aver preso niente di strano?- Chiede uno degli avventori.
- No. Sì. Voglio dire, sono sicuro, non ho preso niente, non prendo niente. Mi aiutate ad alzarmi? Sto bene. Non ho ancora bevuto il tè.
- Sarà gelido.- Ennio si alza e torna dietro al bancone. - Te ne faccio un altro, e poi qualcuno ti darà un passaggio fino al posto dove stai. A proposito, come mai sei tornato qui?
Perché ho capito qualcosa che a voi è sfuggito, e che nessuno di voi avrebbe mai potuto capire. Ma non posso dirlo.
- Affari.- Borbotto, mentre un paio di clienti e Adele mi rimettono in piedi. Mi fa male tutto quanto e mi sento debolissimo e con l'umore a pezzi.
Tutto nella norma. Sono solo conferme di quello che sapevo già.
Il tè, allora. Mentre Adele parla di fiori, fiori splendidi per una cerimonia splendida. I fiori sono la preoccupazione principale, di questi tempi, a sentire lei. E mi spiega perché.
- Per il funerale di Giulio.
E mi metto a piangere, alla fine.

Antonio Rosani, vigile urbano, mi riaccompagna all'albergo e mi fa una lista dei morti nelle alluvioni, completa di dettagli che non avrei voluto sapere (ma che devo sapere, comunque) sul loro ritrovamento.
- Maria Rovai è stata la prima. Te la ricordi, Maria? Aveva trentadue anni.
Maria. Ha abitato i miei sogni di quindicenne, anche dopo che avevo lasciato il paese.
- Sì. Me la ricordo.
- L'ha ritrovata Sergio, quello del negozio di strumenti musicali. Si era incagliata lungo la riva. L'abbiamo vista tutti: sembrava una bambola, quando ancora l'artigiano deve dipingerle il viso. Bianca, quasi priva di lineamenti. Faceva spavento. Era il primo giorno di piena, ma non abbiamo capito come è stata travolta dall'acqua. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che lei stessa abbia... Comunque, dopo, ad aprile e nelle alluvioni successive, arrivavano queste onde, qualcosa di innaturale, spaventoso. Se ne sono andati Alberto e Franco Bianconi, tutta la famiglia del bidello, la custode del parco, la vecchia Lucini con la badante e la cugina della badante in visita, le sorelle Martini e Giulio, il figlio di Adele. Era tuo amico, Giulio, vero?- Mi chiede, rallentando per accostare l'auto al marciapiede, proprio davanti al mio albergo. Io annuisco, incapace di parlare.
- Come hai saputo delle alluvioni?- Continua.
- L'avevo... Letto sui giornali.
- Non c'erano i nomi delle vittime?
Scuoto la testa. Se ci fossero state, sarebbe stato tutto più facile.
- Ehi, senti, ma... Vuoi davvero rimanere solo?
Mi sforzo di sorridere.
- Sì. Non si preoccupi. Non andrò a buttarmi nel fiume, se è questo di cui ha paura.
- Ci manca solo questa...
Mi batte una mano sulla spalla. E' a disagio, non sa cosa dirmi, e io non so cosa dire a lui, se non un ringraziamento balbettato, prima di saltare giù dall'auto e tornare alla mia camera.

Nel sogno, l'acqua mi riempie la bocca e i polmoni, ma non mi sento soffocare: respiro nell'acqua, e guardo il mondo attraverso l'acqua. Mi risucchia l'energia ma mi culla, mi trascina con sé mentre sommerge completamente il paese, la valle, il mondo intero. Però non riesce ad annullare il suono folle che mi annebbia la mente: il rumore di fondo che diventa una canzone, una ritmica tribale irresistibile, e il suono della voce di una ragazza che canta una nenia senza senso...


Mercoledì

Ho cominciato a fare questo mestiere circa tre anni fa. Infatti faccio ancora abbastanza schifo, e non posso lavorare da solo. Questa è la mia prima uscita senza colleghi. Pensavo di farcela. Pessimo spirito di autovalutazione.
Rotolo giù dal letto. Ho sognato acqua e ancora acqua fino all'istante prima di aprire gli occhi.
Fuori è tutto nuvoloso e spento come ieri. Spero di fare in fretta, perché non sono sicuro che uscirò vivo da qui, e non lo dico in senso metaforico.
La casa del glicine è la mia meta. Ci arrivo a piedi, passando per certe vie secondarie delle quali forse nemmeno i più vecchi del paese si ricordano più. Ma io sì. Non puoi battere un adolescente sfigato, nel trovare strade per evitare quelli che non vuoi incontrare.
La casa è come allora, appena fuori dal paese, piccina e bianca, coperta dai rampicanti e attorniata dagli alberi. Chissà chi ci vive, adesso.
- Penso di odiare l'acqua.
La voce mi coglie di sorpresa e mi fa sobbalzare, con un mezzo urlo di spavento sulle labbra. Allora la voce ride, divertita e affettuosa. Sollevo gli occhi e la vedo lì, in mezzo ai fiori, con un abito bianco e i capelli biondi che scendono in onde dolci sulle spalle esili e aggraziate. Ha il viso dai tratti decisi e importanti, un viso che non è fine ma ha una sua bellezza inusuale, e gli occhi azzurri come l'acqua del fiume in tempi migliori di questo.
- Ciao, Sole.- Le dico, sentendomi imbarazzato come quando ero più giovane.
- Ehi, qualcuno che si ricorda del mio vecchio soprannome!- Esclama, entusiasta.
- Sai chi sono?
- Credo di no.
- Invece sì. Federico Silvani.
Le si illuminano gli occhi, fa un saltello e batte le mani come una bimba.
- Federico! E' vero, come ho fatto a non riconoscerti? Che bello! Che ci fai, qui?
Ti cercavo.
- Sono tornato in paese per qualche giorno. Per una faccenda di lavoro. Passeggiavo e mi sono ritrovato davanti alla tua casa. Abitate ancora tutti qui?
- No, adesso questa è casa mia. Mia e del mio fidanzato. Ci sposiamo ad aprile!
Ride, e per un attimo è così luminosa da rendere giustizia al suo nomignolo. Mi fa quasi dimenticare il cielo deprimente e l'acqua da tutte le parti.
- Con chi sei fidanzata?
- Giorgio Secci. Lo so che non ti piaceva, quando eravamo ragazzini. Ma è cambiato.- Faccino sognante e sorriso da adolescente innamorata che le increspa le labbra. Fingerò che Giorgio non mi abbia mai inseguito o preso a calci, quando eravamo alle medie. Anzi, mi concederò il lusso di crederci davvero, che Giorgio sia cambiato.
- Cosa...- Comincio, titubante. Sarà bene che mi ricordi perché sono venuto. - Cosa ci fai, qui?
- Qui dove? In giardino?
No. Non sto parlando del giardino.
Passi alle mie spalle. Nel tempo in cui mi volto per vedere chi stia arrivando, lei è sparita.
- Chi sei e cosa cerchi?- Mi apostrofa bruscamente una donna bionda, alta e magra, molto bella ma senza delicatezza nei movimenti, senza luce negli occhi.
- Ciao, Michela. Sono Federico Silvani. Te lo ricordi? Passavo di qui per caso.
- Federico? No, non mi ricordo, scusa. Ah, aspetta! Il figliastro del sindaco Mori?
Diretta come un tir, la signorina Michela Rovai.
- Sì. Se ti disturbo, me ne vado.
- Ma no. Che ci fai, qui?
- Lavoro. Starò solo per qualche giorno. Mi dispiace per quello che è successo.
Annuisce, abbassando gli occhi, e non dice nulla: non vuole inoltrarsi nel discorso. In quel momento arriva Giorgio Secci, alto, robusto e bello come un tempo, carico di borse della spesa. Mi guarda come se fossi una presenza aliena nel suo universo ordinato.
- E tu che ci fai, qui?
- Passavo per caso. Tolgo il disturbo subito. Buona giornata.
Sì, in effetti, sto scappando. Ancora.

I primi del bar di Ennio sono decenti. Se solo lui la piantasse di raccontarmi dettagli macabri sui morti annegati.
- E quando hanno ripescato la badante della Lucini, aveva...
- Basta così, ti prego!- Esclamo, lasciando cadere la forchetta che tenevo in mano. - Non ce la faccio, mentre sto mangiando.
- Oh. Scusa. Sei un po' una mezza sega, ragazzo.
- Lo so. Abbi pazienza.
Ride bonariamente, poi raggiunge il mio tavolo e ci si appoggia, sorridendomi con fare quasi paterno. O almeno, credo che questo sia il fare che gli altri chiamano paterno. Non ho molta esperienza al riguardo.
- Federico, ma tu stai bene? Sembri così... Insomma, sembri posseduto da qualche fantasma.
Sto bevendo, e lui dice quelle parole.
Magari è solo colpa del fatto che mi è venuto da ridere. Però l'acqua che mi arriva in gola ha il gusto umido, marcio e muschioso dell'acqua di lago, e va dalla parte sbagliata, inondando la trachea e aggredendo il mio apparato respiratorio. E sembra non finire mai: una diga si è rotta e tutta l'acqua mi riempie la bocca e i polmoni, e non mi arriva più aria, più niente, tutto quello che resta è il battito furioso del cuore, la tosse disperata, le mani che artigliano il tavolo, la sensazione di una canzone malvagia che si fa strada da dietro l'apparenza comune delle cose, per invadermi la mente e dirmi qualcosa qualcosa qualcosa...
E' una pacca sulla schiena a farmi sputare l'acqua e ritrovare un po' d'aria. Ennio ripete la performance e i dolori alle mie ossa, quelli che mi porto dietro da quando sono arrivato, si moltiplicano, però non posso dirgli nulla perché a malapena ho ripreso a respirare.
Un giorno deciderò che ne ho abbastanza di questo mestiere.
Non oggi, purtroppo.
- Ragazzo, abbiamo già avuto troppi morti per via dell'acqua, in questo posto!- Esclama Ennio, allarmato. Tento di ridere, sputando ancora acqua e respirando a rantoli.
- Scusa.- Mormoro, con un filo di voce, appena ne sono capace.
- Ma di che? Senti, hai vomitato acqua sulla tua pasta. Te ne porto un altro piatto.
- Sembra che non riesca a prendere niente nel tuo bar, alla prima.
Sparisce in cucina, e io rimango solo con i miei pensieri da una tonnellata l'uno.
Giusto per aiutarmi, ecco Nora e Cristiano Rovai che entrano nel bar. I genitori di Michela, la sbrigativa giovane donna che ho incontrato stamattina. E di Maria, la prima vittima dell'acqua. Nora mi guarda e mi riconosce subito, indicandomi furiosamente con il dito.
- Che c'è, Nora?- Domanda suo marito, posandole una mano consolante sul braccio.
- Il ragazzo di Elsa!
- Salve.- Alzo una mano, sorrido.
- Oddio, com'è magro...- Dice Nora. Sembra un po' fuori di testa. Suo marito, paziente, la mette a sedere e viene da me.
- Mi dispiace per mia moglie.
- E di che cosa? Non c'è problema. E' vero, comunque, sono il figlio di Elsa, Federico. Mi dispiace dovervi incontrare di nuovo in un momento come questo.
Gli stringo una mano e lui annuisce. Non c'è bisogno di dire altro e ne sono contento.
E la porta si apre di nuovo, per far entrare un'altra delle mie nemesi: Luca Divoli, amicone di Giorgio Secci nei bei tempi andati.
- Nora, ascolti, le ho fatto la spesa.- Si avvicina alla signora Rovai, educato e affezionato come un figlio, anche se io, forse prevenuto, riesco a leggere nei suoi modi solamente un disgustoso desiderio di compiacere.
- Grazie, grazie, caro!- Piagnucola lei, afferrandogli un braccio e stringendo forte.
Luca mi nota e rimane bloccato, con la bocca semiaperta. Ha sempre avuto i denti storti. Alzo la mano per salutarlo, proprio mentre Ennio arriva in trionfo, con un nuovo piatto di pasta per me.
- Federico?- Chiede Luca. Ne ho abbastanza, di questa gente che mi guarda come se avesse visto un fantasma.
Quello è il mio, di mestiere.
- Passavo di qui per lavoro.- Ne ho abbastanza anche di dover spiegare come mai il figlio di quella spostata di Elsa è ripassato da questo paesino di merda quindici anni dopo essere andato via.
- E come stai? Sei sposato?- Mi domanda, e la sua voce si fa strana, sulla parola “sposato”: come se vi concentrasse tutta l'energia del suo essere, mentre gli occhi brillano febbrilmente e i pugni si stringono. Dice “sposato” come un altro avrebbe detto “tradito” oppure “morto”.
Scuoto la testa. Vedo la tensione in lui che si scioglie, e la lacrima che sfugge al controllo di Nora, il sospiro desolato di Cristiano.
Hanno tutti e tre lo stesso odore, me ne rendo conto in quel momento. L'odore che ho sentito anche nei miei incontri di stamattina.
All'improvviso so che non dovrei rimanere lì, ma non posso rifiutarmi di mangiare il pasto che Ennio mi ha preparato, così mi concentro sul cibo, cercando di eludere sguardi e tutto il resto.
Non credo che tenterò ancora di bere.
La famiglia Rovai e il leccapiedi consumano in fretta e se ne vanno, lasciandomi solo con un tremendo mal di testa ed Ennio, contrariato e incline a sparlare del prossimo.
- Da quando è morta Maria, Luca Divoli si è appiccicato a quei due. Vorrei capire perché.
- Magari è solo per amicizia.- Ma non ci credo nemmeno io.
- Cristiano si fida di lui. Una settimana fa l'ha nominato gestore di tutte le sue finanze, o qualcosa del genere. Ha un patrimonio immobiliare enorme, e ora quel tipo viscido ci ha messo le mani sopra. Dicono che avesse una fissazione per Maria. Però lei era fidanzata con Giorgio Secci. Hai presente?
Altroché.
- Io non lo posso vedere, Giorgio Secci.- Riprende Ennio, infervorato. - Che Dio me lo tenga lontano quando sono in macchina: sarei tentato di metterlo sotto! Ce l'avevo con suo padre e pure con suo nonno, e lui è proprio della stessa risma. Sai cos'ha fatto, dopo che è morta la sua fidanzata? La sua fidanzata, morta a un mese dalle nozze? S'è messo con sua sorella, meno di tre mesi dopo!
Ennio non sa che mi sta facendo un favore immenso, a raccontarmi tutto questo. Lo lascio parlare male ancora un po' della famiglia Secci: a parte il piacere personale che ne traggo, spero di cavarne fuori qualche altro indizio per il mio lavoro. Ma devo accontentarmi di ciò che mi ha già detto – che non è poco.

Da solo, nella mia stanza d'albergo, con i vetri della finestra aperti e la pioggia che entra, faccio il punto della situazione.
Maria Rovai muore. Ci sono tre inondazioni inspiegabili e devastanti
Solo io potevo vedere il nesso giusto tra le cose.
La prima inondazione ad aprile: il mese in cui Maria avrebbe dovuto sposare Giorgio.
La seconda a maggio: meno di tre mesi dopo la morte di Maria, esattamente quando Giorgio si è messo con Michela.
La terza ad agosto: cos'è successo, ad agosto? Che c'entri qualcosa il fatto che Luca Divoli ha preso la gestione delle fortune dei Rovai? Forse.
Maria...
Se proprio vuoi vendicarti, perché non smetti di uccidere innocenti a caso e prendi di mira quelli giusti?


Giovedì

Intravedo la casa del glicine, oltre la cortina della pioggia. Mi fanno male le ossa delle spalle e della schiena, come se stessero per spezzarsi, sto tremando e se non mi controllassi, comincerei a urlare senza motivo.
E' colpa sua, povera Maria. Però lei non lo sa.
La prima volta in cui mi sentii così, da ragazzino, mi spaventai a morte: non capivo. Per capire ci sarebbero voluti due anni e una città enorme e colorata, lontano da qui. E una donna con i capelli rossi che rideva spesso, ma mai a sproposito. Mi disse che avevo una specie di talento, che percepivo il sovrannaturale e potevo entrarci in comunicazione.
Dei pochi talenti che ho, chissà perché ho deciso di basare la mia professione proprio su questo.
Di solito la gente mi cerca e in qualche modo mi trova. Mi spiega i suoi problemi di fantasmi, e soprattutto mi paga. Stavolta però sono qui per mia volontà. Ho un conto in sospeso con questo posto.
Eccola lì, sorridente e sognante, in mezzo ai suoi fiori.
- Ciao, Sole.
- Ehi, Federico!- Agita la mano, si sollevano i riccioli biondi.
Mi avvicino e mi fermo a un soffio da lei. Mi fa male, mi aggredisce e si insinua in me, è come l'umidità per un vecchio reumatico, oppure un polline per un allergico.
- Perché sei qui?- Le chiedo. Questa volta devo affrontare la questione.
- In giardino, dici?
- Qui. Nel mondo dei vivi. Maria.
Fa un passo indietro, mi guarda come se l'avessi colpita a tradimento.
- Io... Io sono viva!
- Mi dispiace. Non lo sei.
- Sì! Sì, invece!- Grida, sbattendomi i pugni contro il petto. Non dovrebbe toccarmi, non è salutare, per me, ma non posso fare nulla per fermarla. - Sono viva e mi sposerò con Giorgio, ad aprile!
- Maria, è agosto. Aprile è passato. La tua vita è passata. E ora devi aiutarmi a capire cosa ti è successo, perché tu possa trovare pace. E anche il nostro paese.
Anche se non se lo merita, il nostro paese.
Lei scuote la testa e scoppia a piangere.
Acqua, ancora acqua.
Improvvisamente non c'è più aria, intorno a me, e il ritmo del rumore distante si fa fortissimo e insopportabile: pulsa contro le pareti della mia testa, e vi rimbalza dentro l'eco di una voce
la
sua
voce
una canzone antica che parla di un'arpa che suonava da sola e poi...

Mi è piovuto addosso un secolo d'acqua. Sono svenuto nel giardino della casa di Maria e ora non c'è più nessuno. Chissà dov'è, lei. Si sarà rintanata da qualche parte, a convincersi che non è vero, che io ho torto e lei è ancora viva.
Cerco di alzarmi e non ce la faccio. Sono pesante di pioggia, non riesco a tirarmi su. Non posso tenere gli occhi aperti, piove, non vedo niente, allargo le braccia e grido, chiedendo aiuto a chi non può sentirmi.
Se solo capissi cos'è quel rumore, di cosa racconta quella canzone...
La pioggia pian piano diminuisce e io riesco a tornare alla vita. Mi rialzo e prendo la via del mio alloggio, a passi lenti, cercando di dare un senso ai suoni dentro di me.


Venerdì

Perché ho sognato la vecchia scuola di musica? Io odiavo quel posto. Sì, non è una novità, nella vita deprimente di una persona deprimente. Cercavo di imparare a suonare il pianoforte, ma non ci riuscivo, e poi alla mia stessa ora c'era qualcuno che studiava batteria, e le mie lezioni si trasformavano in un incubo di ritmi sconnessi e...
Mi sollevo sul letto di scatto.
Ritmi sconnessi.
Batteria, pianoforte.
- La scuola di musica.
Perché dirlo a voce alta lo rende più probabile.
La scuola di musica si trova in un edificio vecchio e fatiscente, e c'è una terrazza, solitamente preclusa agli allievi, che dà sul fiume. Però io avevo trovato il modo di accedervi, e me ne stavo lì a guardare l'acqua, mentre dall'interno mi arrivava un rumore confuso di batteria mischiata ad altri strumenti, ognuno stonato a suo modo, intrecciati in un disordine quasi gradevole.
Lo stesso che rimbomba nella mia testa da quando sono arrivato qui.
E la canzone?
Devo tornare alla scuola di musica e vedere cosa succede. Se il posto c'entra qualcosa con tutta questa storia, lo capirò. E in tal caso, devo portarci Maria.
Uno dei due poi se ne andrà all'altro mondo, e non è così scontato che sia lei.

Al bar ci sono di nuovo i Rovai, madre, padre e figlio acquisito. Li saluto e faccio per passare oltre, ma Cristiano mi richiama, mi invita a sedermi.
- E' proprio tanto che non avevamo notizie di qualcuno di voi.- Mi dice, quieto. Con “voi” intende la famiglia Mori, quella del mio padre biologico, e poi mia madre e me. Come se avessi mai avuto veramente qualcosa a che fare con Carlo Mori, ex sindaco di questo posto, che non solo non mi ha riconosciuto, ma non mi ha neanche mai voluto parlare. Ma non dirò nulla sulla questione: se ne parlò già troppo ai tempi, e per così tanto tempo da far esaurire mia madre e farla scappare.
- Mangi con noi?- Mi domanda Luca Divoli, teso e pallido come di fronte a un nemico.
- Io... Va bene, grazie.
Un istante dopo la porta si apre di nuovo, ed ecco Michela e Giorgio. Perfetto: ho la mia rosa dei sospettati tutti insieme, e pranzerò con loro. Se riesco a sprecare questa occasione, davvero, posso anche rinunciare a questa carriera.
- Sembra che siamo destinati a incontrarci.- Mi dice Michela, sedendosi accanto a me.
- Tu...- Comincia la signora Nora, piantandomi in faccia i suoi occhi celestini smarriti e stinti. - Tu la conoscevi, Maria?
Ascolto l'eco di quel nome, lo guardo rimbalzare sui volti. Una scintilla di furia si accende negli occhi di Luca. La vergogna riempie il viso di Giorgio. Lo sguardo di Cristiano fugge il mio e s'immerge nel dolore. Michela sembra in un altro mondo, dove le parole non possono arrivare.
- Sì, la conoscevo.
- Ha portato la sfortuna in paese e tutta l'acqua.- Mormora Nora, e tutti la guardano con compassione, mentre è l'unica che, nella sua follia, ha capito la verità.
- Dobbiamo ancora imparare a farci forza.- Mi dice Cristiano, con un sospiro.
- Sarebbe più facile, se alcune persone si fossero comportate in modo dignitoso...- Dice Luca, lanciando un'occhiata velenosa a Giorgio e Michela. Non è difficile capire cosa intenda. Giorgio arrossisce come poco prima. Michela stringe la forchetta e si fissa sul risotto che ha davanti a sé.
- Chissà, magari si è buttata nel fiume, non è morta per un incidente, e l'ha fatto perché qualcuno continuava a tormentarla con il suo corteggiamento.- Risponde lei, senza guardare Luca.
- Ora basta!- Cristiano sbatte un pugno sul tavolo, indignato. - Non siete proprio capaci di tenere questi assurdi sospetti e queste maldicenze per voi? Non avete un po' di rispetto per Maria?
- Non si sarebbe mai buttata...- Mormora Nora, con un sorriso fuori posto che mi turba più di tutte le parole cattive che sono state dette attorno al tavolo. Non vorrei essere lì, però sono contento di esserci: se ho una possibilità di capire la verità, è adesso.
Perché la verità non la sa nessuno. Solo Maria, ma non credo sia in grado di dirmela. L'ho percepito appena sono entrato in città: il vento di qualcosa di irrisolto. Un crimine violento nascosto da un'apparenza di incidente. E loro, tutti loro, hanno l'odore del fantasma che li segue: sono le persone più legate a lei, sono quelle che influenzano la sua non-esistenza. Le piene misteriose del fiume e la sua foga sono la rabbia di Maria per quello che queste persone stanno facendo. Il mio strano e inutile talento mi dice con certezza che tra coloro che siedono a questa mensa c'è il responsabile della morte di lei.
- Dove lavorava, Maria?- Domando, a costo di sembrare irrispettoso. Lo faccio per cambiare discorso, ma soprattutto perché mi serve.
- Insegnava canto alla scuola di musica.- Risponde Cristiano. Ecco, ora le cose cominciano a chiarirsi. - Lei, Michela e Luca sono l'anima di quel posto. L'hanno portato avanti per anni. E' uno dei pochi vanti del paese.
- Se solo fosse in un edificio meno pericoloso.- Commenta Giorgio. - Io non ho il coraggio di metterci piede: mi sento assediato dall'acqua.
- Andavo a trovarle e portavo loro la merenda.- Dice Nora, sorridendo di nuovo. Cristiano le prende una mano con infinita dolcezza, e decido di credere alla sincerità che mi sembra di leggere in quel gesto.
La scuola di musica con il suo insieme di suoni slegati e disturbanti. La terrazza, forse. E sotto, il fiume. Chi c'era, con Maria, quel giorno? Luca, Michela, sua madre? Giorgio, che ha mentito e invece non ha affatto paura dell'acqua? Mi rifiuto di credere che c'entri qualcosa suo padre, e spero di non dovermi pentire di questa fiducia.
L'unica che può aiutarmi adesso è Maria.

- Vieni a fare una passeggiata con me, Sole?
Lei spunta da dietro un cespuglio di rose sfiorite, piega la testa e mi fa una smorfia graziosa.
- Dove mi porti?
- In un posto dove non vuoi andare. Ma ho bisogno di te.
- Non è che ora cominci a corteggiarmi come fa Luca, vero? Non lo sopporto!
- Non ti preoccupare. Niente corte.
Ride ed emerge dai fiori, per venirmi accanto. Mi prende sottobraccio. Sembra viva, ma io sento il gelo che mi penetra nelle ossa a partire dal suo tocco morto. Resisto: è importante che io la assecondi, perché è l'unico modo in cui posso farmi assecondare da lei.
- Allora, dove si va?- Chiede, con un sorriso delizioso che mi fa sentire in colpa per ciò che sto facendo.
- Vedrai. Maria, tu lavori alla scuola di musica, vero?
- Sì. Insegno canto. Praticamente la gestisco. E' un lavoro meraviglioso, sai?
- Ci credo. Non ti va di cantarmi qualcosa?
- Io? Cantare, così, in mezzo alla strada? Va bene. Se proprio ci tieni...
Così comincia: è una melodia che conosco, una canzone recente, anche se imita i modi della musica antica. Le parole invece sono antiche davvero: è una ballata medievale inglese, ricordo all'improvviso. Una storia tragica che parla di un'arpa magica costruita dal corpo di una fanciulla annegata, che solcava l'acqua del fiume e sembrava un cigno.
E all'improvviso riconosco la canzone del mio incubo, quella che arriva sempre insieme all'acqua e al suono della batteria. La nenia senza senso acquista all'improvviso un significato, chiarissimo e terribile.
Maria mi ha appena rivelato la verità.
Continuo a camminare in silenzio, mentre lei mi stringe, mi raggela, e canta. Arriviamo in centro, tra la gente, e nessuno può vedere la mia compagna invisibile. E a un certo punto li vedo: Michela e Giorgio, per mano, che parlano fitto. Lei continua a cantare, li ignora. Io mi avvicino a loro e taglio loro la strada: mi guardano con fastidio.
- Devo chiedervi di venire con me.
- Che cosa? E perché dovremmo?- Grida Michela.
- Per favore. E' una cosa importante. Riguarda Maria.
Michela apre la bocca per riversarmi addosso altro odio, ma Giorgio la frena con una stretta della mano.
- Maria? Cosa intendi dire? Stai attento a non giocare con i nostri sentimenti!
- Non lo farei mai. Sono qui per un motivo serio. Per favore, vi chiedo solo una mezz'ora del vostro tempo. Vi prego.
Non so per quale misterioso miracolo decidono di accettare. Capiranno subito dove li sto portando, ma ormai ho conquistato almeno la curiosità di Giorgio, quindi so che anche Michela verrà. Maria, invisibile al mio fianco, è indignata.
- Perché ci sono anche loro?
- Fidati di me.- Le sussurro all'orecchio.
So come arrivare alla terrazza anche da fuori dell'edificio della scuola. Conosco benissimo le zone intorno al fiume. Conosco tutte le vie di fuga del paese, tutte quante. Passando dal parco vicino alla scuola di musica, trovo la scala nascosta: temevo che fosse allagata, invece è praticabile, e da lì saliamo fino alla terrazza. Scavalco la ringhiera e salto dentro. Maria è già lì.
- Perché siamo qui?- Urla Michela, mentre il panico le si fa evidente in viso.
- Sentiamo cosa vuole.- Dice Giorgio, quieto. - Ormai siamo qui.- Mi guarda con durezza: si aspetta qualche cialtronata, qualcosa per cui si arrabbierà.
Si arrabbierà, probabilmente, sì.
- Michela, mi racconti cos'è successo quando Maria è morta?- Le domando. Non so bene come andranno le cose, non so cosa spero di ottenere. So solo che finalmente Maria e sua sorella sono insieme, in questo luogo, e se la verità può venire fuori, è solo adesso.
Dentro di me risuona la canzone che Maria mi ha cantato prima. La storia tragica della sorella maggiore che spinge la minore nel fiume, per amore di un uomo.
- Che cosa... Che cosa significa, questo?- Balbetta Michela, gli occhi sgranati e le mani che tremano.
- Lo sai solo tu.
- Anch'io lo so.- Mormora Maria, nel vento, dietro di me. Una mano gelida si posa sulla mia spalla. Maria si appoggia a me, è fatta di cristalli di neve e quando tocca, taglia. - Io lo so meglio di tutti, cos'è successo. E' come in quella leggenda antica: è una storia che sembra scritta apposta per me.
- Cosa vuoi dire?- Grida Michela, scagliandosi contro di me.
E in quel momento, quando le mani di lei si posano sul mio petto, mentre ancora avverto lo sfiorarmi freddissimo dello spettro, in quel momento, quando gli sguardi delle due donne si incontrano senza saperlo, qualcuno dall'interno della scuola comincia a cantare quella canzone.
These daughters, they walked by the river's brim
With a hey ho and a bonny o
The eldest pushed the youngest in
The swans swim so bonny o

Michela urla e mi spinge all'indietro. Il fiume urla e un'onda si solleva, altissima, raggiungendo la terrazza e piovendo su di noi.
- Tu avevi tutto, tutto il meglio: perché mi hai uccisa?- Piange Maria, anche se la sento solo io.
- Michela. Tu?- Giorgio è bianco come se il fantasma fosse lui. - L'hai spinta tu? Perché?
- Tu l'avresti sposata!- Grida Michela, in preda a una follia isterica.
- L'avrei lasciata e lo sai! Andava avanti da mesi, tra noi, e ti avevo promesso che l'avrei lasciata!
- Non è vero! Tu non ti sai mai decidere! L'avresti sposata per non scontentare nessuno, e io sarei rimasta in ombra per sempre! Non potevo, non potevo, non...
Mi spinge più forte e la ringhiera protettiva sembra svanire. Il fiume ulula e ruggisce, e poi un'altra onda ci abbraccia, fortissima e crudele, strappandoci il suolo da sotto i piedi. Sento l'urlo di Giorgio e le mani di Michela attorno al collo.
E poi, solo acqua. Acqua ovunque: il fiume acquista potenza e cerca di mangiarsi terra e vita.
E l'acqua riempie la mia bocca, mentre l'eco della canzone rimbomba nella mia testa e non se ne va, non se ne va più, e io mi sento vuoto di tutto, spazio privo di sentimenti fatto apposta per essere riempito dalla rabbia vendicatrice di Maria. Anche le mie mani si posano sul collo di Michela, contro la mia volontà. L'acqua ci trascina, mentre cerchiamo di ucciderci a vicenda, folli, senza renderci conto che il fiume ci sta uccidendo ed è molto, molto più forte di noi.
Ti prego, Maria, no! Lasciaci andare! Io lo dirò a tutti! Sarà come l'arpa magica della canzone, che suonando da sola racconta la storia della ragazza-cigno. Ti prego, lasciaci andare! Tu sei Sole, ti ho sognata così tante volte, da ragazzino, non puoi fare questo...
L'acqua allora s'infuria, ci solleva con un'onda potente e poi ci sputa via, gettandoci sulla terrazza, ancora vivi. Io lascio andare Michela, lei prende una boccata d'aria e cerca di nuovo di toglierla a me.
- Non ti preoccupare.- Mi dice Maria, inginocchiata accanto a me. Posa una mano su quelle di Michela, e un istante dopo lei mi lascia andare. Giaccio con la schiena a terra, a occhi chiusi, prendendo tutta l'aria che posso. Maria mi sposta i capelli bagnati dal viso e mormora ancora la canzone, senza dire le parole: solo la melodia, che è dolcissima e non mi fa pensare all'acqua, ma solo al fatto che è finita, è finita davvero...
- Mi dispiace per quello che ho fatto.- Sussurra Maria, accarezzandomi il viso. - Non lo potevo fermare. Ero così arrabbiata e triste.
- Non ti preoccupare. Lo so. Ora vai.
- Vado, sì. Lo racconterai, vero?
Ma è svanita prima che possa risponderle.


Sabato

L'ultimo pasto da Ennio. C'è Adele, con me, felice perché il figlio maggiore che studia lontano ha deciso di passare qualche mese a casa. Mi fa piacere per lei.
Michela Rovai si è costituita spontaneamente. Ho paura che Nora impazzisca definitivamente, adesso. Giorgio è venuto da me, poco fa, prima che entrassi qui: minaccioso come quando eravamo ragazzini, mi ha chiesto perché ho dovuto svelare tutto. Mi ha detto che avrei dovuto lasciare le cose come stavano. Non mi ha domandato come facevo a saperlo, però. Forse da ieri crede ai fantasmi anche lui.
Ho avuto paura, per un attimo, ma poi se n'è andato.
Perché ho dovuto svelare tutto?
Perché è quello che faccio. Sono figlio di un segreto, sono stato perseguitato dai segreti: mi sembra di dare un senso alla mia esistenza, andando in giro a svelare i segreti che non dovrebbero essere tali.
- Dicono che tu abbia fatto confessare Michela.- Dice Ennio, serio, servendomi il pranzo.
- No.- Mento. - Eravamo lì per caso, e lei è esplosa, gridando cose sconnesse. Ha fatto tutto da sola.
- Giorgio dice che li hai portati lì.
- E tu credi a quello schifoso che se la faceva con la sorella della sua fidanzata?- Domanda Adele.
- Non so bene a cosa credere.- Risponde Ennio, con un lungo sospiro.
- Credi che non ci saranno più alluvioni, adesso.- Rispondo. Mi chiedono di spiegarmi, ma io scuoto la testa, perché ho già detto troppo.
Mangio in fretta e saluto, lasciando il bar. Ho telefonato a chi deve venire a recuperarmi: saranno qui tra poco e io non vedo l'ora di vederli.
- Aspetta, ti accompagno!- Adele, la mia madre sostituta, mi segue, premurosa. - Dove vai, adesso? - I miei amici mi vengono a prendere.
Viene con me fino al confine del paese, parlando di niente, però con serenità, finché non vedo il camper in avvicinamento. Si fermano a poca distanza da noi, il finestrino del guidatore si abbassa e la mano paffuta di Cristina ci saluta, e poi i suoi ricci rossi e il suo viso lentigginoso si sporgono per regalarci un sorriso.
- Ehi, ce l'hai fatta?- Mi grida, con il suo solito entusiasmo.
- Sì.
- Ci mancava solo che non ce la facessi.- Ecco Luna, capelli azzurri e abito indiano: balza giù dal camper e mi butta le braccia al collo, mentre da dentro il camper mi saluta Didier, i suoi due metri di marito camerunense.
Sono a casa. La mia sgangherata famiglia nomade. Tutti con il mio inutile e dannoso talento.
- Chi è, questa gente strana?- Mi borbotta Adele, preoccupata.
- Brave persone.
- Contento tu...
- Sì, Adele, io sono contento.
Mi abbraccia forte, e mentre mi stringe, mormora qualcosa.
- Perché sei tornato a portare via i nostri fantasmi, Federico? Pensavo tu odiassi questo posto.
- E' così. Lo odiavo. Ma... Sai...
Mi fermo, torno alla notte in cui me ne andai, con mia madre. Fu come un sogno. Il mio ultimo pensiero, prima di lasciare il paese, me lo ricordo ancora. Tra il sonno e la paura di quello che mi aspettava, era come se galleggiassi in un sogno pieno di nebbia, di febbre. Allora pensai che volevo che il fiume ingoiasse ogni cosa, questo paese insensato, tutti i suoi abitanti, tutta la valle.
Quando lessi delle alluvioni, capii che dovevo tornare e lasciare andare l'odio che mi ero portato dietro per quindici anni.
- Sai, Adele, volevo riconciliarmi.
E lei capisce. Ci salutiamo e poi salto sul camper. Via, la strada chiama.
- Allora, solitario che non vuole l'aiuto dei suoi amici. Cos'è successo?- Mi domanda Luna, un po' imbronciata.
- Sono quasi annegato tre o quattro volte e ho risolto il mistero grazie a una canzone.
- Oh. Capisco. Tutto come sempre, allora.
- Sì.- Sorrido, e per la prima volta dopo cinque giorni avverto di nuovo un po' di calore. - Tutto come sempre.

And there does sit my false sister Ann
with a hey ho and a bonny o
Who drowned me for the sake of a man
The swans swim so bonny o



*


 

 

 

 

La canzone citata nella storia e alla fine è “The Bonny Swans”, musica di Loreena McKennitt e testo tradizionale inglese.

La citazione iniziale della storia viene da "Drumming song" di Florence + The Machine.

Alla fine c'è l'influsso di una frase di Vienna Teng, da "In another life", e la frase è: "My last thought, it seemed a fever dream".




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