Trittico del Cosplay


I - Attrito

- Mi spieghi perché prima t'impunti e poi scappi?
- Ma che palle. Lasciami in pace.
- No. Non ho intenzione di lasciarti in pace. Non finché non avremo chiarito questa faccenda.
- Non c'è niente da chiarire.
Silenzio denso di tensione. Poi, nell'aria, il rumore di qualcosa che si inceppa, di qualcosa che ha smesso di funzionare.
- C'è molto da chiarire, invece. Voglio sapere perché fai così.
- “Così” come? Eh?
- Così... così!
- Stai piagnucolando. Sei patetica.
- Sei tu che mi porti a questo punto! Te ne rendi conto? Tu, con il tuo atteggiamento ribelle, il tuo modo di fare indipendente fino all'esasperazione, la tua mania di fare sempre quello che vuoi e la tua incomparabile capacità di scappare quando si arriva davanti ai problemi! Diventa impossibile fare qualsiasi cosa, con te. E ogni volta che ne parliamo, siamo a un punto morto.
- Non rompere.
- E mi liquidi così?
- Ti ho dato anche troppo ascolto.
- Tu... Tu sei...
- Non rompere, ti ho detto.
- Ah, sarei io quella che rompe? Mi sembra invece che sia proprio tu, miss piantagrane in persona, a mandare a monte ogni cosa, tutte le volte in cui finisci per fare attrito con me, per poi andartene senza che riusciamo a concludere niente!
- Semmai sei tu, che ti impunti. Io semplicemente dipendo da te. I miei problemi sono frutto dei tuoi.
- Non è vero. Io sono qui, pronta per aiutarti, e tu te ne vai.
- Sarà colpa tua, che non sei abbastanza brava da trattenermi.
- Che cosa? Sei... sei vergognosa! Non dovresti permetterti di dirmi cose del genere, sai? E' orribile sentirselo dire. Io sto qui, do il meglio di me per adattarmi a te, per starti accanto mentre cambi, mentre ti evolvi in qualcosa di meraviglioso, e tu non vuoi dare il tuo contributo e scivoli via, come se... Ah, basta. Io smetto qui. Mi fermo.
C'è di nuovo silenzio. Nell'aria risuona un sospiro, ma nessuna delle due lo sente veramente – e se lo sentono, non realizzano di cosa si tratta. Sono troppo concentrate sui loro drammi, sul loro eterno scontrarsi, eterno tentare di acchiapparsi o frenarsi a vicenda. Entrambe restano ferme, in quel silenzio, consapevoli di ciò che sono e di ciò che dovrebbero compiere, insieme.
Dovrebbero, appunto.
- Io mi blocco e poi sfuggo perché questa è la mia natura. Se sei un'incapace e non riesci a trattenermi, è solo colpa tua.
- Ah, certo. La tua natura. Come no. Tutte scuse del cavolo.
- Non sono scuse: io sono fatta così!
- Non mi interessa.
- Non mi interessa che non ti interessi. Ti prendi quel che ho da offrirti e se non ti vado bene, beh, affari tuoi.
- Basta. Non rivolgerti più a me.
- Oh, fai l'offesa, eh?
- Fine della storia.
- E che facciamo, ci fermiamo qui?
- Sì. Chiuso.
- Chiuso? Come sarebbe a dire? Senza di me non...
- Cara, io ci ho provato. Ci ho provato davvero. Ma è evidente che non funziona. Però, la sai una cosa? Un dannatissimo metro di stupida ecopelle nera che continua a scivolare via, quello è sostituibile con dell'ecopelle di qualità migliore. O con della pelle vera, magari. Sai, si trova anche a poco. Basta cercare nel posto giusto e con dieci euro al massimo ti porti via una pezza grande quanto basta. Ma la macchina da cucire... Quella è insostituibile. Quindi, ciao mia bella sfuggente. Tu vai. Io vinco.
- Cos... No! No! Noooooooooo!
- Bye bye, sweetheart. Salutami la borsa degli scampoli.

Mmmm...
Un intero pomeriggio in solitudine mette in testa strane idee. O forse è solo colpa della mia casa, vecchia e grande. Sarò paranoica, ma a volte, mentre sono qui, nella stanza cosparsa di pezzi di stoffa, rocchetti, accessori della macchina da cucire e pezzi dei cartamodelli, ho come l'impressione di essere osservata.
Mah.
Forse ho solo bisogno di un altro caffè.


II - Perfezione

- Questo potrebbe andare?
- No. No, mi dispiace, è troppo chiaro.
- Uhm, aspettate un secondo. Quello lì sul secondo scaffale. Avete capito quale?
- No, ancora chiaro.
- Ce n'è un altro sotto, che...
- No, lo vedo da qui. Non va bene come consistenza.
- Ma se non lo toccate, come potete capirne la consistenza?
- Ormai la sappiamo riconoscere ad occhio, mi creda.
- Lì, lì sopra, in equilibrio sulla mussola verde acceso e l'organza verde spento, incastrato tra il terital verde prato e il sintetico elasticizzato verde conifera, infilato tra il cotone verde pisello e il pettinato di lana verde minestrone, lo vedete quell'angolino che spunta? Ecco, quello potrebbe andare bene per voi?
- E' cangiante, no?
- Sì, ma secondo me...
- No, davvero, abbiamo proprio bisogno di una semplice tinta unita.
La donna sparisce nel retrobottega e riemerge con altri due rotoli di stoffa, che getta con malagrazia sul bancone. La gentilezza si è messa in sciopero un quarto d'ora fa.
Dall'altra parte del bancone le tre ragazzine - una paffuta (e tonta), una spettinata (e criptica), una magra (e tremenda) storcono leggermente l'angolo della bocca all'unisono. La donna rientra nel retrobottega senza nemmeno presentare la sua merce.
- Credo proprio che questo negozio purtroppo sia sprovvisto di ciò che serve a voi.- Annuncia, ritornando dalle clienti. Non si sforza nemmeno di sorridere. Quaranta minuti, mezzo negozio devastato, una trentina di diverse tonalità di verde e tutto per niente. Ma che se ne vadano a infrangere le palle altrui!
Le tre escono, borbottando un mesto saluto, lasciandosi alle spalle una merceria che è un campo di battaglia.

Il proprietario del più stimato negozio di stoffe della città non riesce a crederci. Non ha mai visto niente di simile.
- Ehm, sì, questa è bella, ma vede, noi cerchiamo una stoffa color muschio, e a dire il vero quella che ci ha portato lei è più un verde militare... Un verde asparago... Un verde...
- Insomma, non è esattamente muschio.
- Mh. Diciamo che è quasi muschio. Ma non il muschio che serve a noi, ecco.
Sul bancone sono esposte diciotto differenti gradazioni di verde spento, dal più lussureggiante verde natura morta al più orripilante verde vomiticcio, ma il muschio come lo vogliono loro non c'è, e quindi le tre non sono soddisfatte. Sembrano così mortificate di non potersi servire da lui. Ma alla fine se ne vanno senza comprare niente, lasciandolo solo con il negozio da riordinare e un'inquietante domanda: "Ma quelle tre hanno qualche problema?"

- Forse dovremmo arrenderci e prendere una cosa un po' meno azzeccata.- Sospira Francesca, dopo essere uscita dal quinto negozio a mani vuote. - In fondo, nel vestito ci sono altre scalature di verde. Magari prendiamo un verde più...
- Uhm.- Valentina fa una faccia da sono-rassegnata-ma-in-fondo-non-lo-sono. - Eh. Se non c'è altro modo. Però. Non lo so. Non mi convince. No.
- Ragazze.- Ilaria invece ha il suo tipico sguardo di chi non ammette repliche. - La giornata non è ancora finita e la città è grande. Non vorrete mica fermarvi qui? Non vorrete mica sfigurare a Lucca davanti a qualche cosplayer scarso che ha un vestito mezzo rabberciato, ma ha trovato l'esatta tonalità di verde muschio, eh?
No, nessuna delle due lo vuole, e quindi dubbi e stanchezza vengono messi da parte, e le tre instancabili avventuriere riprendono la faticosa quest alla ricerca del loro santo Graal color verde muschio.

 




III - L'assedio

Le prime avvisaglie si avvistano nei giorni precedenti all'evento. Cominciano a sparire i parcheggi, e tu già avverti la prima ventata di presagi oscuri. I parcheggi vengono mangiati da quelli che arrivano per affari, o dai camion carichi di aste e tendoni, che ben presto diventeranno enormi stand e bancarelle e saranno disseminati per tutto il centro storico.

I parcheggi sono il primo segno. Poi c'è l'aumento della gente estranea alla città. Viene di conseguenza ai parcheggi – insomma, se ci sono più mezzi, ci sarà anche qualcuno che li guida.

Più mezzi, più gente: più code, più caos in una città che si avvolge attorno alle mura come un gomitolo aggrovigliato. E già la dose di parolacce medie che una persona è solita sciorinare, la mattina, mentre cerca di arrivare al lavoro, aumenta clamorosamente.

Se questi sono i presagi, le certezze cominciano a farsi vedere la sera prima dell'evento. Il centro storico chiude le porte, e tanti saluti. Grazie, davvero. I residenti hanno la grazia speciale di poter raggiungere le loro case – ma guarda che concessione. Io però non ci provo nemmeno, a tirare fuori l'auto dal garage. No, davvero. Non ho cuore di avventurarmi in auto fuori dal quartiere in quei giorni.

E finalmente, l'apertura del grande evento: ore di coda, strade così piene che ti viene male al solo pensiero, caldo, spintoni, pesticciamenti, ogni genere di schifo sparso per strada, urla, bestialità assortite personificate a tutti gli angoli e il sommo grado della creatività per produrre imprecazioni adeguate.

Ma che bello.

Chi non vorrebbe vivere tutto questo?

Chi non lascerebbe la propria quiete per gettarsi in questa bolgia allucinante, una volta all'anno, per ben quattro giorni? Spendendo, per giunta. Dico, io, ma dove li pescano i soldi per venire a subire questa roba?

Io, mentre questo rito feroce si consuma, cerco di uscire di casa e raggiungere la stazione, per acchiappare un treno che mi porti al lavoro, al sicuro, lontano dal centro irriconoscibile, preso d'assalto da un'orda impazzita di schizzati.

Io amo davvero la mia città. Io sono iscritto alla pro-loco, faccio la guida turistica nelle chiese più famose gratuitamente e nel mio quartiere organizzo i turni di pulizia volontaria. Io amo davvero la mia città. Amo la sua storia, mi prodigo per far conoscere in giro la sua arte e i suoi artisti, ci tengo al mio ruolo di cittadino attivo.

Io, in quei quattro giorni all'anno in cui siamo sotto assedio, un pochino soffro. Mi domando se questa gente si mette mai nei nostri panni.

... beh, nei nostri forse no, ma in quelli di cose agghiaccianti, direi proprio di sì...


*


- Ehi, Angnese.-

- Che c'è, Luca?-

- Ma come mai mettiamo in vetrina questo troiaio di pupazzetto a forma di coso coi capelli gialli?-

- Perché porta gente.-

- Porta gente? Un coso coi capelli gialli?-

- Non è un coso, è un personaggio che si chiama... Mmm... Arturo, o una cosa del genere. Piace ai ragazzi. E nei prossimi giorni ne vedrai un monte, di ragazzi, quindi piazzalo in vetrina e non rompere i coglioni.-

- Oh, scusa. Bellino, però. Lo vuoi tra i salami o dietro le marmellate?-


*


Sulla soglia del negozio, la signora Giuliana la accoglie con uno strano cappello da giullare in testa, e lei sta per avere un mancamento.

Ci siamo.

Se n'era quasi dimenticata – aveva tentato di rimuovere – ma non si può sfuggire al fato.

- Ce n'ho uno anche per te, non ti preoccupare!- Trilla Giuliana, orribilmente fiera di sé. - Bisogna essere a tono con la fiera!-

- Bisogna proprio?-

- Certo!-

- Ma chi vuole che venga a comprare le nostre cose? Vendiamo casalinghi, mica giornalini...-

Giuliana scuote la testa, con l'aria di chi è lì da tanto, tanto tempo, e quindi sa.

- L'anno scorso è venuta una cittina tutta vestita di nero coi calzini a righe, tutta nel panico perché s'era scordata a casa gli asciugamani. Due anni fa mi ritrovai in negozio tre scalmanati che dormivano in macchina, e comprarono un piumone. Una volta ho venduto una tovaglia ad uno standista che non sapeva dove esporre della merce particolarmente ricercata. Insomma, tutto è possibile.-

- Se lo dice lei, mi fiderò.-

- Fidati, fidati!- Sorriso soddisfatto. Tra le mani, magicamente, compare un cappello rosa riempito di fiorellini e campanellini.

Ecco, quello è uno dei famosi momenti della vita in cui ti fermi ad osservare la corrente, senza potere sulle cose, e ti chiedi ma perché io?


*


Tre.

Sta per aprire. La biglietteria sta per aprire. Oh, sì. Sta per aprire.

Due.

Posizione d'attacco. Soldi in una mano, bottiglietta d'acqua per ogni evenienza nell'altra (utile per riprendersi dal caldo e per colpire eventuali furboni che tentano di passare avanti.)

Ci siamo.

Uno.

E' cominciata!

Un grido gioioso e feroce si leva nell'aria, un grido ancestrale, che riporta il clima dell'alba dei tempi, quando gli uomini vivevano in contatto con gli dei della natura ed il mondo era più oscuro e intriso degli ideali di coraggio e onore.

Parte la corsa folle, che è lotta, sfida, massacro e alleanza al tempo stesso, tutti verso un'unica meta.

Anche noi corriamo. Noi, in sei, spintonando il nemico e tentando di restare uniti come fratelli nel pericolo, corriamo, mirando il nostro orizzonte desiderato, da lontano.

Parecchio lontano.

Tipo, ottantesima fila.

Meglio dell'anno scorso, che ci volle dalle dieci a mezzogiorno e mezzo per quei biglietti del cavolo. Secondo me, quest'anno, per le undici siamo in fiera.


*


Entrare in cartoleria con tre chilogrammi di poliuretano espanso e plastilina addosso ti sembra la cosa più naturale dell'universo.

Alla vecchina che ha un infarto in un angolo, invece, no. (Abbastanza logico, però, visto che le è passata accanto Rem la Shinigami in persona...)

Nemmeno alla cartolaia, che sbianca, quando ti vede. Non si riprende neppure quando sente la tua voce gentile che le domanda se ha un pennarello indelebile d'oro. Muta, fruga in qualche cassetto, di fretta, con il solo pensiero di mandarti via al più presto, probabilmente.

- Da' retta, ma che ci respiri, costì dentro?-

Ti volti e sorridi al signore che ti ha appena fatto la domanda. Poi ti ricordi che non può vedere il tuo sorriso, perché hai una maschera bianca e viola, e tutto ciò che vede è il ghigno sofferente di un mostro con un occhio bendato.

- Respiro abbastanza da sopravvivere fino a stasera!- Rispondi, sperando di fargli vedere che almeno hai il senso dell'umorismo.

- Senti, che l'hai fatto te, questo coso?-

- Ci abbiamo lavorato in sei.- Puntualizzi, orgogliosa.

- Bah. Contenti voi. Ma i soldi chi ve li dà?-

- Risparmi, messi da parte apposta per questa occasione da un anno intero.-

- Voi per tutto l'anno mettete i soldi da parte per fare queste cose?-

- Certo!-

- Oh bravi bischeri!-

Ah, questa gente comune che non può capire...


*


E' costato energia, fatica, soldi (tanti), angoscia, discussioni (degenerate in litigi, evoluti in guerre), imprevisti, lavoro buttato nel cesso, lavoro rifatto e ributtato nel cesso e un bel pezzo della vostra salute e sanità mentale, ma essere lì, , lì e in nessun altro luogo...

E vedere dall'alto la folla, sentire grida acclamanti e quasi dimenticare la base della vostra scenetta che scorre – e se non vi sbrigate vi tagliano la canzone e la scenetta va a farsi benedire...

E rischiare di inciampare nell'abito mastodontico, sentire le scarpe che fanno malissimo e i guanti che fanno caldissimo e la parrucca che tira nemmeno te l'avessero incollata...

... insomma, essere lì sul palco della gara di cosplay, non ha davvero prezzo e tutto il negativo dell'universo perde peso, di fronte a quella sensazione che non saprai mai del tutto spiegare.

E' così, e basta. E' la magia delle cose che ti piacciono. E' il potere delle cose condivise. E' l'entusiasmo delle lotte con i materiali, i progetti e la forza di gravità. E' il senso di pienezza che si raggiunge nel climax di una storia che va avanti da mesi, tutta tesa a quella giornata, e soprattutto a quei pochi minuti di gloria che ti ripagano di tutto.

E' così e tu sei grata perché hai la possibilità di vivere tutto questo, con tanta intensità.

Poi, quando tutto è compiuto, la scenetta finita, le grida già salite al cielo, il rito delle foto concluso, la libertà riconquistata, ci sono i cinque minuti in cui puoi anche mandare a quel paese le dannatissime scarpe e lanciarle lontano da te, tra facce sconcertate e risate, e ripescare le tue comode scarpine dallo zainetto (che hai affibbiato a Teresa, in cosplay da attaccapanni.)

- Maria!-

- Non rompete! I miei piedi si devono riprendere.-

- Almeno te le potevi portare verdi.-

- Non ti vanno bene queste?-

- Ma... l'Augusta Vradika con le Converse viola?-


*


- E alla vostra sinistra, le mura. Le mura circondano il centro storico di Lucca, e in esse si aprono le porte della città. Lucca è una città piena di...-

Quartetto che passa di corsa. Una ha le orecchie da coniglio, uno ha la faccia verde, il terzo ha le ali e dietro arriva, arrancando, un'incappucciata.

- ... alieni.-




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