Telescopio, cassetto, zuccheriera


Il funerale si era concluso due ore fa, ma lui ancora non la smetteva di parlare.

Se almeno avesse parlato da pazzo, lei avrebbe potuto dargli del pazzo, e cercare così di ridurlo alla ragione - o perlomeno al silenzio - con la durezza che sapeva racchiudere nella sua voce limpida. La cosa spaventosa era che lui stava parlando da persona perfettamente consapevole di quel che diceva. Era quieto e misurato (cosa strana di per sé, trattandosi di Naith), e componeva discorsi assolutamente logici.

- Una cosa ha senso solo quando la si porta a un compimento. Le faccende lasciate in sospeso sono inutili. Non posso permettermi di rendere inutile tutto quello che lui ha fatto, no? Quindi porterò avanti il suo lavoro a ogni costo.

Gli sguardi della gente che gli stava attorno, clienti abituali del bar e amici di Edlar, per la maggior parte, lo fissavano con ammirazione. Non conoscevano bene Naith: sapevano solo che era il cugino di Edlar, e che prometteva di portare avanti i favolosi lavori del loro amico seppellito due ore prima.

- Edlar aveva iniziato un lavoro che potrebbe cambiare davvero il mondo. Non rimarrà incompiuto!

Fu allora che Ivanna si alzò e fece per andarsene.

- Ehi! Mi lasci qui?

- Sì.- Uscì e si fermò fuori dal bar, nell'ombra, in un posto dove lui non possa vederla. Tre secondi dopo eccolo lì: l'aveva seguita, preoccupato.

- Che ti prende?

Mi prende che uno che non ha nemmeno la patente non dovrebbe fare certi discorsi sui lavori che potrebbero cambiare il mondo!

Ma non glielo avrebbe detto. Non quella sera, almeno. Gli posò una carezza frettolosa sulla guancia gelida e gli fece cenno di seguirla.

- Vieni. Ti porto a casa.


*


- Non è possibile!

- Perché ritieni tanto importante gridare, Ivanna?

Come si faceva a rispondere in maniera coerente a quella domanda, rivolta con tanta proprietà di linguaggio e un'espressione così pacata?

- Hai trasformato la tua camera in un laboratorio e c'è una puzza allucinante.- Sospirò la ragazza, uscendo dalla stanza incriminata. - Io non ci entro, lì. C'è da morire avvelenati!

- Non dire sciocchezze. Ti avrei avvertita, se avessi usato sostanze pericolose.

- Tra quanto tempo dovrò venirti a trovare all'ospedale, perché ti sei intossicato con quella roba?

- Non sono così stupido. Sto ben attento a quel che faccio. E la sera prima di andare a letto apro la finestra.

Ivanna si affacciò di nuovo nella camera di Naith, che era il posto caotico e colorato di sempre, con in più... un tavolo ricoperto di oggetti dallo scopo ignoto e un mucchio di provette e contenitori di sostanze puzzolenti.

- Perché?- Mormorò lei, muovendo qualche passo incerto all'interno del luogo.

- Lo sai.

- Sì, lo so. Ma... Insomma, Naith, io capisco che tu sia affascinato dal lavoro di Edlar, e che tu voglia in vita i suoi desideri e i suoi progetti, ma non puoi immischiarti in cose che non conosci nemmeno!

Naith si voltò verso di lei, con un'aria leggermente offesa. Il suo viso smunto e pallido sembrava ancora più giovane, con gli immensi occhialoni di plastica e la mascherina bianca che lo riparavano dalle esalazioni velenose.

- In questi anni ho imparato moltissime cose da Edlar. Passavamo tanto tempo insieme. Mi ha detto più di una volta che mi avrebbe voluto come suo assistente.

- Sì, una volta che avessi raggiunto almeno i diciannove anni!- Ribatté lei. - Tuo cugino aveva un po' di buonsenso, sai?

- Mi manca meno di un anno. Posso cominciare ora.

- Certo. Tu hai una perfetta preparazione, in campo scientifico.

- Lo so, per ora l'unica cosa che sono riuscito a inventare è quello stupido ombrello luminoso che ti ha fatto tanto ridere. Ma non significa che non abbia del talento! Vedi, ora sto facendo una sorta di test sperimentale che mi permetterà di...

Ivanna smise di ascoltare le parole, concentrandosi solo sulle mani magre con indosso guanti di plastica macchiati e larghissimi, sul suono della voce che usciva in maniera buffa dalla mascherina, sugli occhioni verdi dietro gli occhiali e i ciuffi scuri di capelli sconvolti sparati in tutte le direzioni.

Riusciva a piacerle da morire anche in quel modo.


- Prima o poi gli darò fuoco, a quel casino che c'è in camera sua!- Gridò la signora Wryen, alla quinta sigaretta consecutiva. Ivanna, che era stata testimone anche delle altre quattro, si ritenne in dovere di far sparire il pacchetto dietro un insospettabile sportello della cucina.

- Che gli devo fare, secondo te?- Sospirò la donna, accasciandosi su una sedia. - Adesso parla solo di esperimenti straordinari e di cambiare il mondo.

- Lo so. L'ho sentito. E' solo una fase, vedrai. E' che... è ancora recente...

- Edlar è morto da un mese. E' recente per tutti, Ivanna. Era mio nipote. E' terribile per tutta la famiglia, che un pazzo qualsiasi con la sua auto l'abbia ucciso. Non solo per Naith. Io ero così felice del legame che avevano... Edlar riusciva a tirare fuori il meglio da Naith, e anche se lo entusiasmava con suoi esperimenti e tutto il resto, mi sembrava una cosa buona.

- Era una cosa buona.- Rispose Ivanna, sedendosi di fronte alla madre di Naith. - Sono sempre stati due idealisti, ognuno a modo suo. Edlar però era più equilibrato, e riusciva sempre a frenare gli eccessi di Naith.

- Adesso è ingestibile. Trascura la scuola e tutte le attività che prima portava avanti. Finge di essere perfettamente centrato e concentrato, ma non è vero. Penso che te ne sia accorta.

- Oh, sì, decisamente.

- Ivanna, sei la sua migliore amica da sempre. Puoi fare qualcosa? Io mi ripeto che devo dargli tempo, ma ho paura che più si va avanti, più lui perda di vista la realtà.

- Anch'io cerco di fare qualcosa, credimi. Probabilmente ha bisogno di combinare qualche pasticcio, per rendersi conto che si è fissato su qualcosa di impossibile. Per esempio, quando si avvelenerà con quella roba che tiene in camera, forse capirà.


Non capì nemmeno quando in effetti si avvelenò.

Ivanna non andò a trovarlo, nei tre giorni in cui lo tennero in ospedale. Si limitò a spedirgli una scarica di messaggi telefonici infuriati, a intervalli regolari di due ore, aumentando ogni volta la pesantezza dell'offesa con cui li chiudeva. Accettò di vederlo solo quando lo riportarono a casa, con l'obbligo di rimanerci per dieci giorni e prendere una quantità esorbitante di ricostituenti.

- Mi spieghi perché non puoi salvare il mondo come tutte le persone normali?- Gli domandò, quando la madre di Naith la fece entrare nella camera del ragazzo, nella quale permanevano tracce della sua folle attività di scienziato improvvisato.

- Le persone normali non salvano il mondo. Se ne fregano.- Le rispose lui, con un filo di voce, sommerso da una marea di coperte troppo pesanti. Ivanna scoppiò a ridere e scosse la testa, correndo a togliergli un paio degli strati lanosi che la madre gli aveva accatastato addosso.

- Non è vero. Pensa al medico che ti ha curato. Lui non salva il mondo? Se non era per lui, saresti morto.

- E tu pensa al ricercatore che ha scoperto il modo di curare un'intossicazione come la mia. Lo salva a un livello superiore.

- Naith, la stai mettendo su un livello di quantità? Torna sempre tutto a un problema di dimensioni? Guarda che è terribile.

- Non dire idiozie, Ann. E' solo che non mi piace questa mentalità mediocre che smonta sempre la gente che sogna in grande!

Ivanna si appollaiò sul bordo del letto di Naith e gli spostò un ciuffo di capelli dalla fronte. Tutte le scuse erano buone per toccarlo. Peccato che lui fosse totalmente cieco alle intenzioni della ragazza. La lasciò fare, probabilmente considerando quei gesti come quelli da sorella che Ivanna gli aveva riservato fin da quando erano piccolissimi.

- Non è vero. Anch'io sogno in grande.

- Ah sì? E cosa sogni?

Che tu ti accorga di me. E questa è un'utopia ben più grande e improbabile delle tue, idiota!

- Sogno che le cose vadano meglio. Tutte le cose. Grandi e piccole. Solo che... Non tutto è in nostro potere. Ci sono cose che non posso cambiare. Quindi cerco di accettarle.

- Non sono d'accordo.- Brontolò lui, rigirandosi nel letto. - Ci deve essere un modo...

Ivanna scese dal letto con un balzo, prese un cuscino dalla poltrona vicina e glielo lanciò. Le rispose solo un mormorio indignato e sommesso.

- Continua ad avvelenarti, allora, scemo!

- Ti dimostrerò che sbagli. Che sbagliate tutti.

- Dormi, è meglio.

Spense la luce e uscì dalla stanza, chiudendo la porta, e pensava che non c'era niente di più mostruoso di un sogno cresciuto a dismisura.


*


Il capannone industriale aveva addosso una fastidiosa impressione di trasandatezza e dimenticanza. Era uno di quei posti che ti stupivi di trovare in una città come la loro, costantemente in trasformazione, dove niente faceva in tempo a invecchiare perché la parola d'ordine era sempre rinnovare. Eppure era lì davanti ai loro occhi, un ricordo sbiadito di un ventennio prima, un triste prefabbricato verde, ingombrante e per nulla invitante.

- Cosa ci fabbricavano, qui?- Domandò Ivanna, che già si stava pentendo della sua idea di portare lì Naith.

- Aerei. Fino a dieci anni fa. Poi l'ha comprato una tizia ricca e schizzata, un'inventrice geniale, e ha riutilizzato lo spazio per i suoi laboratori. Pare che ne abbia almeno altri tre o quattro sparsi per tutta la città.

- Benissimo. Ho proprio voglia di conoscerla.

- Senti, sei tu che mi hai proposto di venire, e tu ti sei offerta di accompagnarmi. Non ti ho costretta. Non fare quella faccia disgustata.

- Scusa.- Borbottò lei, anche se in realtà era abbastanza disgustata per davvero. - Quante volte ci sei strato, qui?

- Solo una. Edlar ci veniva spesso. Spero che ci sia qualcuno...

- Naith.- Ivanna tirò una manica del ragazzo, indicandogli i due tizi inquietanti che erano improvvisamente comparsi da una delle porte del capannone.

Lui era un uomo sulla quarantina, capelli neri e lunghi, occhi verdi, alto e robusto. Indossava un completo nero, una cravatta viola e una fondina da spalla, da cui occhieggiava una pistola.

Lei era bellissima. Piccola e paffuta, con un viso perfetto, occhi chiari e una massa lucente di boccoli biondi. Indossava una gonna rosa a pieghe e una camicia bianca ornata di fiori ricamati. Dimostrava qualcosa tra i venti e trent'anni, ma poteva averne molti meno o molti di più: bellezza e abbigliamento vezzoso rendevano difficile darle un'età.

- Benvenuti.- Li salutò lei, con una piega maliziosa delle labbra porpora. - Sei il cugino di Edlar, vero?

- Naith, non mi aspettavo di vederti qui.- L'uomo si avvicinò e tese la mano per stringere quella del ragazzo.

- Ti ricordi di me?- Chiese Naith, che era rimasto imbambolato a fissare la coppia.

- Mi ricordo di tutti.- Rispose l'uomo.

- Sappi che di solito li uccido, quelli che arrivano qui senza avvisarmi.- Disse la donna, incrociando le braccia sul petto. - Non lo faccio solo per rispetto di Edlar! Che vuoi?

- Parlare un attimo di... Una cosa che...- Balbettò Naith, a disagio.

- Vogliamo un consiglio.- Lo interruppe Ivanna, certa che se non avesse preso in mano la cosa, non sarebbero andati da nessuna parte.

- Venite, parleremo nel laboratorio di Iria.- L'uomo li invitò ad entrare nella fabbrica in disuso. - Io sono Senn Wener.- Disse poi, rivolto a Ivanna.

- Uno dei miei molti laboratori.- Precisò lei, piccata. - Non dar loro l'idea che io sia un'inventrice da poco.

- Credo che Edlar mi abbia parlato di lei, signorina.- Disse Naith. Lei fece un'espressione un po' irritata.

- Se te ne avesse parlato, te lo ricorderesti!

- Eccoci qui.- Senn Wener, l'uomo con la pistola, li introdusse nel capannone e accese la luce.

Ivanna trattenne il respiro per tre secondi.

Tutto quello che la ragazza aveva potuto vedere nei laboratori improvvisati di Edlar e Naith era niente, niente, in confronto alla magnificenza di quel posto, con i suoi scaffali gremiti di oggetti bizzarri, e i quattro lunghissimi tavoli ingombri di macchinari misteriosi montati a metà e utensili sparsi ovunque.

- Questo è sognare in grande.- Commentò, battendo una mano sulla spalla di Naith.

- Questo è lavorare in grande.- La corresse Iria. - I sogni li lascio a gente come Edlar Wryen. E suo cugino, immagino. Allora, di che cos'hai bisogno?

- Vorrei portare avanti il progetto a cui stava lavorando Edlar quando è morto.- Disse Naith.

- Il suo riscaldamento universale?- Chiese Senn. Naith annuì e Iria scoppiò a ridere.

- Certo! Un sistema di diffusione termica a basso costo, da installare negli edifici popolari senza riscaldamento dei quartieri periferici. Giusto? Che visionario, Edlar. Però mi piaceva davvero. E se devo dare un parere professionale spassionato, le sue premesse per il riscaldamento non erano male. Aveva sperimentato alcune sostanze interessanti, e stava lavorando con dei conduttori di calore insoliti, che potevano avere qualche sviluppo.- Si fermò, notando la faccia smarrita di Naith. - Mi segui, giusto?

- Sì. Capisco quasi tutto.

- Ah, quel quasi non mi piace.

- Edlar mi aveva mostrato il progetto, ma non ho le sue conoscenze. Però voglio portarlo avanti. Altrimenti tutto il lavoro della sua vita sarà inutile! Ma lui non se lo merita. Poteva davvero cambiare la vita di molta gente, con quel progetto. Voglio terminarlo a tutti i costi.

Iria e Senn si scambiarono uno sguardo poco gradevole.

- Nella mia esperienza, chi punta troppo in alto finisce davvero male.- Disse Iria, balzando a sedere su uno dei suoi tavoli, in mezzo a cacciaviti, provette e altre cose a cui Ivanna non avrebbe saputo dare un nome. - Però, se davvero ci tieni, posso provare a spiegarti nel dettaglio il progetto di Edlar. Ma dovrai procedere da solo. Non sono la persona adatta agli idealisti.

- Davvero puoi aiutarmi?- Le chiese Naith, che doveva aver completamente perso l'ultima parte della frase. Gli brillavano gli occhi come a un bambino.

- Ne avrai bisogno.- Commentò Senn. - Da che ricordo, l'unica cosa che sei riuscito a inventare è stato un ombrello luminoso...

Ivanna ebbe, per la millesima volta in quei due mesi disgraziati, il presentimento che la faccenda sarebbe finita molto male.


*

Due settimane più avanti, nel tragitto tra la centrale di polizia e l'ospedale, Ivanna si sarebbe domandata come mai non dava più credito ai propri presentimenti.


*


- Questa volta quanto devi stare a casa?

- Ann, se la piantassi di ridere, magari...

- Senti, hai fatto esplodere un'intera ex-fabbrica di aerei! E devi ringraziare tutte le divinità del mondo perché sei ancora vivo e non hai ammazzato nessuno! Non hai il diritto di dirmi di non ridere! Anzi, sappi che continuerò a ridere di te da qui al giorno della tua morte. Che probabilmente è molto vicino, vista la tua immane stupidità.

Naith non poteva nemmeno voltarle le spalle. Già gli era difficile rimanere sul fianco sinistro, a causa delle ustioni che aveva un po' ovunque sulla schiena. Aveva trovato una posizione abbastanza comoda nel letto e l'avrebbe dovuta mantenere più a lungo possibile. Peccato che sarebbe diventata scomoda nel giro di poco. Oh, se lo meritava! Ivanna ne era convinta: se lo meritava per davvero.

- Ann, ti prego. Va bene, ho esagerato, ma stavo solo cercando di mettere in pratica i consigli di Iria. Mi sono un po' lasciato trascinare dalla cosa, pensavo di aver avuto una buona idea, e così...

- Iria ti aveva anche detto di non toccare un certo macchinario, quello con le lucine, o sbaglio?

- Lo stabilizzatore.

- Sì, quello che è. Te l'aveva detto o no? Me la sono sognata io, quella biondina che sembra uscita da un fumetto, mentre ti dice di non toccarlo, perché è un oggetto difficile da usare, e perché ancora c'erano delle modifiche da fargli?

- Me l'ha detto, d'accordo, ma...

- Bene. In tal caso, mi posso permettere di ridere.

E gli elargì un'altra bella risata, anche se in realtà avrebbe voluto piangere un pochino. Non aveva avuto il tempo di farlo per bene, tra gli interrogatori della polizia, le lamentele di Iria e la disperazione di tutta la famiglia Wryen da gestire. Però ne aveva davvero bisogno, sì. Così, dopo aver riso, uscì dalla stanza di Naith e pianse dieci minuti, in silenzio, con le spalle appoggiate alla porta, mentre lui la richiamava dentro, un po' seccato e un po' semplicemente bisognoso di conforto.

A me però chi mi conforta?, brontolò il suo lato più stizzoso. Però alla fine rinunciò alla stizza ed entrò nella stanza, sedendosi sul letto di Naith e iniziando a parlare di cose più serene, per distrarlo e distrarre anche se stessa.

Non si illudeva che la distrazione sarebbe bastata.


*


Un mese dopo l'incidente Naith e Ivanna erano in un altro laboratorio di Iria. La donna aveva un foglio in mano e l'aria di chi sta per lanciare una bomba particolarmente distruttiva.

- Credo di aver trovato le persone che fanno per voi. Ho inviato loro un'e-mail per parlare del problema di Naith... della sua tendenza a impegnarsi un po' troppo e a far esplodere le cose. Questa è la risposta.

Porse il foglio a Naith, che lo lesse avidamente, mentre Ivanna lo sbirciava da sopra la sua spalla.

- Questi sono proprio di fuori...- Bisbigliò lei, incredula.


Ciao Iria,

ho parlato con Elian del problema di questo ragazzo, e lui mi ha risposto: "Telescopio, cassetto, zuccheriera. Oh, e digli anche del caffè!"

L'ho pregato di spiegarsi meglio e lui ha fatto un disegno. Se potessi lo scannerizzerei, ma attualmente il nostro scanner ci serve per sciogliere della cera. No, non chiedere, ti prego.

Dì al ragazzo di venire a casa nostra. Cercherò di convincere Elian a elaborare una spiegazione comprensibile del suo disegno.

Noah.


- Sì, quei due sono particolarmente originali.- Confermò Senn. - E quello che elargito queste tre illuminanti parole, beh, ha perso quella poca ragione che aveva per inseguire i suoi sogni. Possono capire l'impeto e l'esaltazione del nostro Naith.

- E' la volta buona che si ammazza, questa?- Sospirò Ivanna, ignorando le proteste di Naith.

- Forse.- Rispose Iria. - Ma non è detta l'ultima. Dove hanno fallito il realismo, il veleno e l'esplosione, l'idealismo potrebbe avere armi che noi poveri cinici non conosciamo...


*


Ivanna avrebbe ricordato per sempre l'ascensore rotto, le scale che non finivano più, e la porta aperta.

- Benvenuti!- Un uomo sui trentacinque anni, basso, con i capelli scuri e gli occhi di un celeste troppo chiaro, venne ad accoglierli. Sorrise e fece loro cenno di seguirlo in un appartamento in penombra, pieno di rumori bizzarri che si potevano percepire dietro porte chiuse. - Io sono Noah. Iria mi ha parlato di voi... Naith e Ivanna, giusto? Grazie di essere venuti. Il vostro consulente è un po' restio a uscire di casa, ultimamente. E' meglio se gli parlate qui. Il suo habitat naturale lo aiuta a dire cose moderatamente sensate.

- Andiamo bene.- Sussurrò Ivanna. Naith la ignorò e seguì il padrone di casa fino in cucina.

In cucina c'era un letto, cosa abbastanza bizzarra, e poi c'era un tipo seduto al tavolo, impegnato a immergere una colonia di biscotti in un immenso vaso di miele. E quello era anche più bizzarro.

- Elian. Ci sono gli amici di Iria e Senn.

Il tipo si voltò. Era magro e altissimo, con una capigliatura riccia castana, in parte ingrigita, e un paio di occhiali squadrati. Li salutò con un sorriso dolce, che poteva indicare grande gentilezza o anche totale follia. Ivanna propendeva per la seconda.

- Benvenuti.- Li salutò. Indicò loro i biscotti, come per invitarli a servirsi, ma nessuno dei due si fece avanti.

- Siete inventori anche voi?- Chiese Naith.

- Un po'.- Rispose Noah.

- A volte.- Si sovrappose la voce di Elian.

- Siete parenti?- Indagò ancora Naith.

- Coinquilini che dopo vent'anni di convivenza hanno raggiunto un grado di parentela acquisito unico al mondo.- Spiegò Noah. - O qualcosa del genere. Iria mi ha detto che tu vorresti riprendere il progetto di Edlar Wryen, quello sul riscaldamento a basso costo, per sanare i problemi dei bassifondi. Era un tipo dalle grandi idee, eh?

- Sì.- Rispose Naith, con una nota amara nella voce. - E tutti mi dicono che dovrei smettere di inseguire quelle idee. Ma che senso ha vivere senza un obiettivo per cui valga la pena dare tutto?

- Hai perfettamente ragione.- Concordò Elian, e Ivanna avrebbe voluto tirargli il pacco dei biscotti in testa: c'era bisogno di smontare Naith, e quello gli dava ragione!

- Edlar era una persona in gamba, e immagino che ti manchi molto. Lui sosteneva che senza un sogno si è piuttosto tristi, e io sono sempre stato d'accordo.- Disse Noah, con un sorriso appena accennato, che però risultò incredibilmente rassicurante.

- Lo conoscevi?- Si stupì Naith.

- Sono amico di Iria e Senn, che erano suoi amici. Anzi, Iria considerava Edlar il suo più temibile rivale, in quanto a genialità. Però torniamo a te... L'altro giorno ho chiesto a Elian di espormi una soluzione per il tuo problema. Un modo per portare avanti il lavoro di Edlar senza morire mentre lo fai. Lui mi ha risposto con tre parole e un disegno.- Si chinò sul letto e prese un foglio pieno di colori. Lo posò sul tavolo, spostando miele e biscotti, e guadagnandosi un'occhiata di protesta da parte dell'altro.

Sul foglio c'erano cinque fiori, ciascuno di forma diversa, dipinti a colori vivacissimi con le tempere. Da ogni fiore partivano delle linee, alcune dritte e altre ondulate, che proseguivano fino a toccarsi più o meno tutte. Nei punti di intersezione c'erano delle sfumature date a matita, alcune più forti, altre appena visibili, ma nel complesso riuscivano a riempire di colore quasi tutto il foglio.

- Cos'è?- Chiese Naith, perplesso.

- La città.- Rispose Elian.- In questa città ci sono cinque posti che mi piacciono particolarmente. Sono rappresentati dai fiori. Se mettessi questo disegno su una mappa della città, i fiori corrisponderebbero ai luoghi precisi. Vedi, questa è una biblioteca.- Batté il dito affusolato e macchiato di qualcosa di violaceo sul primo fiore. - Poi una casa d'accoglienza. Un ristorante. Un negozio di abbigliamento usato. E infine una scuola per ragazzini che vengono buttati fuori dalle altre scuole.

- E questo che c'entra con me?

- Non c'entra. Ti sto solo spiegando il disegno.

- Lascialo parlare.- Sussurrò Ivanna a Naith, quasi affascinata dalla calma ispirata con cui l'uomo raccontava il disegno.

- La scuola per ragazzini problematici è gestita da una persona che vuole cambiare il mondo. Come Edlar. Però non ci sono i libri per i suoi allievi. Ma la biblioteca l'aiuta.- Indicò le linee che congiungevano il fiore-biblioteca al fiore-scuola. - La casa d'accoglienza ospita gli allievi senza casa. Il ristorante è gestito da gente burbera, ma qualche volta assumono i ragazzi della scuola. E il negozio di abiti usati... Beh, hanno un cortile enorme, e a volte lo lasciano usare alle ragazze della scuola. Fanno una specie di corso di ballo. Vedi le linee, no? Le linee sono i punti d'incontro.

- Sì, vedo, ma non capisco.- Protestò Naith.

- Conosci la cantante Yaila Siver?

- Sì. Quella che fa gli spettacoli con la gente di strada e costruisce ripari per i senzatetto.

- Bravo! Lei è una persona con obiettivi grandi, no?

- Direi proprio di sì.

- Perfetto. Vedi?- Elian indicò con entusiasmo il fiore-casa d'accoglienza, con un sorriso così esaltato che sembrava sottintendere che la soluzione perfetta era lì, proprio lì. - Yaila è cresciuta qui, ha lavorato al ristorante e ha imparato a ballare nel cortile del negozio. Capisci?

Naith scosse la testa. Fu Ivanna, invece, a fare cenno di sì, con il primo sorriso della giornata (e forse del mese) a illuminarle il viso.

- Vuoi dire che ciascuno di questi posti ha lavorato bene, ha fatto qualcosa di buono, e il risultato è Yaila, una donna che sta propagando questo bene ricevuto?

- , tu sei davvero intelligentissima!- Si infiammò lui. - Vedi, io ci ho lavorato, nella scuola. Insegnavo ai ragazzi. Yaila è stata una mia allieva. Io volevo cambiare il mondo. Lo voglio ancora. Vedo le cose come se fossero sempre enormi, infinite, e mi piacciono tanto, perché trovo che...

Una mano di Noah si posò sulla spalla di Elian.

- Non divagare.

- Oh. Scusa. Insomma, l'errore non è guardare lontano. E' non vedere quello che hai tra le mani. Le stelle sono meravigliose, e fai bene a contemplarle, però intanto puoi cominciare con... uhm... Imparare i nomi delle costellazioni. Chiaro? Telescopio. Ricordatelo.

- Non è così chiaro...

- Sta dicendo che puoi sognare, ma devi partire dalle cose più concrete.- Tradusse Ivanna. - La parola "telescopio" dovrebbe significare questo, giusto?

Elian annuì, soddisfatto. Poi aprì il cassetto del tavolo: era pieno di matite, e in mezzo c'era anche qualche cucchiaino naufrago e i frammenti di una cosa che poteva essere stata una candela.

- Cassetto. Ognuno sa cosa c'è dentro al suo. Tipo, tu potevi pensare che qui ci fossero forchette, ma io ci tengo le matite, perché è solo mio. Logico, no?

- No.

- Naith, per uno con la tua mente, mi aspettavo più fantasia!- Rise Ivanna, incantata da quella buffa lezione di vita. - Ti sta dicendo che tu sei come nessun altro. Che hai il tuo cassetto... le tue idee, le tue capacità.

- La zuccheriera era solo perché avevo voglia di caffè.- Concluse Elian. - Caffè molto zuccherato. Se vuoi entrare nel mondo della scienza e delle invenzioni, non potrai farne a meno. Anzi: Noah, perché non ne fai uno adesso?

- Certo. Ivanna, Naith, posso permettermi di dirvi una cosa anch'io? Iria e Senn vi hanno spediti da noi perché... beh, perché noi abbiamo rischiato di rovinarci la vita molte volte per i nostri sogni. Nonostante tutto siamo ancora convinti che sognare non sia sbagliato. Solo che... "Utopia" significa un luogo che non c'è. Mentre in questa vita, molto vicino a noi, ci sono tanti luoghi dove possiamo andare, per cominciare a fare qualcosa. E per chiarirti le idee, Naith: se vuoi seguire la strada di Edlar, prima di tutto cerca di capire come puoi farlo. Non è detto che la scienza ti si addica. Magari il suo progetto lo svilupperà qualcun altro, e tu... Diventerai un... assessore cittadino che si impegnerà per far installare ovunque quel riscaldamento. Le strade sono tante. E tu sei molto giovane.

- Se uno non fa le cose da giovane, quando le fa?- Borbottò Naith.

- Da vecchio.- Rispose Elian, con un brillio esaltato negli occhi. - Non immagini quanto sia divertente invecchiare. Quasi sempre. La maggior parte delle volte. Vedi, è che dopo impari ad ascoltare le cose come se fossero sempre sinfoniche, mentre prima eri concentrato solo sul cantato.

- Non importa.- Noah rise e strinse la spalla di Elian: probabilmente era un segnale convenuto per farlo tacere. - Il nostro consiglio è questo, Naith.

- Telescopio, cassetto e zuccheriera.- Concluse Ivanna.

- Risolve poco e niente. I sogni restano lontani, e io rimango un idiota, capace al massimo di costruire ombrelli luminosi!

- Davvero hai costruito un ombrello luminoso?- Si esaltò Elian. - Che meraviglia!

- Una cosa del tutto inutile.

- A me piace tanto.- Disse Ivanna. - Mi fa stare bene.

- E' inutile come me.

- Esatto. E' come te.- Rispose lei, e Naith la guardò male, ma Ivanna sapeva cosa intendeva, e sapeva anche che tra poco glielo avrebbe detto.

Quando Noah li accompagnò alla porta, prima di salutarli donò loro il disegno di Elian.

- Senti, Naith. Un'altra cosa che Elian non ti ha detto, ma voglio dirti io. Puoi sognare quanto vuoi, ma da solo combinerai sempre poco. Guardati attorno. Non dimenticare chi è importante.


*


Mentre scendevano le scale, Naith rimuginava in silenzio e Ivanna reggeva il disegno, stupendosi di come quel concentrato di follia e idealismo riuscisse a commuoverla.

- Sai perché ho detto che sei proprio come il tuo ombrello luminoso?- Gli domandò, una volta che furono all'aperto.

- Perché?

- Perché quell'ombrello mi piace e mi fa stare bene.

Naith la guardò come se fosse stata una strana creatura aliena appena atterrata sulla terra.

- ... non hai nulla da dire al riguardo?- Brontolò lei, un po' delusa. Naith allungò appena una mano e andò a sfiorare la sua.

- Meglio di niente.- Sospirò Ivanna, stringendo la mano di Naith. Gli sorrise e gli posò un bacio leggero sulle labbra. Naith ebbe un istante di smarrimento, poi rispose al bacio con un certo entusiasmo.

Beh, se non altro, era un buon inizio.










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