Quel che era mio


Non si ricorda perché vive tra i terrestri. Lo sa, però è un po' come i bambini che sanno le regole e sanno che i compiti vanno fatti, eppure hanno sempre bisogno che qualcuno ricordi loro il perché di quelle cose che sanno.

Non si ricorda perché vive tra i terrestri ogni volta che è costretto a salire su un mezzo a motore, per esempio. Soprattutto se è estate, è in autostrada e i finestrini sono chiusi.

Serrati.

E' murato lì dentro.

Non finirà mai.

- Quanto manca?- Cede alla disperazione e piagnucola, consapevole del fatto che provocherà la risata esasperata di sua sorella e una rispostaccia da parte di Giovanni, tutto teso e concentrato come ogni volta che si offre di portarli in giro come le persone normali.

- Mancano tre minuti in meno dell'ultima volta in cui l'hai domandato.- Risponde sua sorella, con il tono con cui i genitori (terrestri) si rivolgono di solito ai loro bambini (terrestri) molto noiosi.

- Hai tutto il sedile di dietro a tua disposizione.- Brontola Giovanni. - Distenditi. Solleva le gambe in aria. Fai le capriole. Quello che vuoi, però non rompere.

Lui si affaccia sulla spalla dell'autista e si concentra sull'angolo di specchietto retrovisore che mostra un pezzo della faccia di Giovanni, pallida, seria e stizzita.

- Hai una ruga in più accanto alla bocca, a sinistra, quando dici cose sgradevoli.- Nota, allungando un dito per indicare quel particolare che ha appena scoperto, mostrandolo nello specchietto.

- Stai giù e piantala di nascondermi la visuale, idiota!- Strilla Giovanni, che di solito è un omino delizioso, ma diventa un mostro quando guida in autostrada e ha dei passeggeri a bordo. Lui dice che è per via della responsabilità delle vite che sono sulla sua auto. Ma non ha molto senso. Quando devi proteggere qualcuno di solito diventi aggressivo con tutto il resto del mondo, non con il tuo protetto. No? In natura funziona così.

Di nuovo, terrestri: il problema fondamentale sta sempre lì.

- Sai che abbiamo bisogno di fare la spesa.- Sospira sua sorella, spingendolo a sedere dietro. - Quella spesa. Quella grande, che facciamo due volte l'anno, e ci serve. E venti minuti di autostrada non hanno mai ucciso nessuno.

- Nessun terrestre! Io scommetto che se cercassimo tra i registri delle morti stupide degli spiriti e delle ninfe, troveremmo migliaia di esempi di persone morte in autostrada, per il caldo!

- C'è l'aria condizionata al massimo!- Ruggisce Giovanni, tirando una frenata tremenda che li fa sobbalzare e rovescia la pila di libri e giornali posata sul cruscotto.

- Questa è la cosa più divertente che hai fatto dall'inizio del viaggio.- Commenta lui. - Ma l'aria condizionata è il male. E' finta. Mi fa sentire come se fossi rinchiuso in una specie di scatoletta piena di un odore disgustosissimo. Come avere una fogna a cielo aperto sotto la finestra di camera tua. Come...

- Grazie, Ariel, ho afferrato!- Lo zittisce Giovanni. - Senti, io meglio di così non posso fare. Le alternative sono tre: andate a piedi, tua sorella prende la patente o vi decidete a usare i vostri superpoteri per teletrasportarvi dove volete.

- Yael dice che se vogliamo vivere con gli uomini, dobbiamo integrarci e fare quello che fanno loro.- Sospira lui, tirando una ciocca dei capelli neri, corti e profumati di fiori di sua sorella.

- Yael dice che ne abbiamo parlato molto tempo fa, e tu eri d'accordo.- Risponde lei. Ariel brontola qualcosa, senza sapere nemmeno lui cosa vuole dirle.

Yael non ha tutti i torti, no. E' tanto tempo che hanno preso quella decisione. In realtà sono stati i loro genitori, prima di loro, a scegliere una cittadina inquinata a metà tra Firenze e Arezzo, per crescervi la loro prole mezza umana e mezza spirito. La madre umana era pronta a seguire il padre sehev, uno spirito delle stagioni, in giro per i mondi, ma lui aveva deciso di provare a mischiarsi agli esseri umani.

Per i figli le cose sono sempre state diverse. Yael è più umana. Si è sempre mescolata che è una meraviglia. E' andata a scuola, ha portato a casa i fidanzatini al liceo, ha frequentato palestre e bar, e tutte quelle robe lì. Poi è anche magica, certo, ma sembrava che tenersi in equilibrio tra i due lati delle loro esistenze sia la cosa più facile del mondo, per lei.

Ariel invece ha passato l'infanzia a casa, incapace di andare a scuola senza scatenare involontarie tempeste di fulmini o piogge torrenziali in piena classe. Ha seguito il padre nei suoi occasionali viaggi dimensionali e ha imparato che non esisteva un solo modo di vedere le cose. E' capacissimo di mettersi nei panni di tutti...

Tranne che di loro. I terrestri.

Ah, lui adora gli esseri umani della maggior parte dei mondi in cui era stato. Perché loro sapevano di non essere gli unici, e sapevano che c'erano posti dove si mangiava solo di notte, altri dove il cielo era viola, altri ancora dove si doveva parlare una lingua diversa ogni mese, altri dove andare in giro con dei vestiti addosso era peccato.

Ma i terrestri... No, loro hanno la verità assoluta. Loro sono gli unici, e quindi perfetti. Loro possono permettersi di giudicare tutto e tutti.

Come si fa a vivere tra dei monumenti all'egocentrismo, quando sai che invece non sono altro che una gocciolina, nell'infinito mare delle creature?

Yael dice che stavano lì proprio per aiutare i terrestri a essere meno ottusi. Ma fino a quel momento l'unico che sono riusciti a convertire è quel disgraziato di Giovanni, che è un buon amico, anche se diventa un essere spregevole quando ha paura dell'autostrada e si offre comunque di dare loro un passaggio.

Ariel sa che Yael ha ragione. Sa che quello è il motivo per cui vivono tra i terrestri. E' solo che quella piccolezza di vedute lo fa sentire come se lo stessero privando di qualcosa. I limiti a cui è sottoposto gli fanno percepire tutto ciò che perde, stando lì. Gli sembra che la sua libertà e la sua creatività siano limitate, imprigionate e rinchiuse, gli sembra che sia inutile mescolarsi ai terrestri per aiutarli, se poi devi per forza fare le cose senza senso che fanno loro.

Come mettersi trenta strati di vestiti. Soprattutto in inverno. O andare in giro in auto, con l'aria condizionata.

- E comunque, se ti fa tanto caldo, perché non ti togli quel maglione?- Gli chiede Giovanni. - Mi sono accorto solo ora di come sei conciato.

- Vuoi che il sole mi bruci davvero?

- Ma come funzionate, voi due?

- Lui sta bene con il freddo e deve ripararsi dal caldo.- Spiega Yael.

- Non è così gli fa ancora più caldo?

- No. Anzi, se avesse anche qualcos'altro, addosso, starebbe meglio. Ma è allergico ai vestiti, a quanto pare. Lo scorso inverno è finito in caserma dai carabinieri per... Una tenuta non proprio adeguata.

Yael ride, Giovanni fa un'esclamazione di stupore. Ariel si distende sul sedile, un po' arrabbiato.

- I terrestri hanno paura del proprio corpo. Sono stupidi.- Borbotta, nascondendo il viso tra le mani per ripararsi dal sole. - E poi era freddissimo. E' la mia casa. Non posso mettere della stupida stoffa tra me e la mia casa. Siete voi che non capite.

- Perché tu sei più normale?- Sospira Giovanni, e Yael ride di nuovo.

- Ho delle caratteristiche diverse. Sono più simile agli umani.

- Per fortuna.

Ariel vuole bene a Giovanni, ma quel "per fortuna" non doveva dirlo.

E' questione di dieci secondi al massimo, e l'autostrada è investita da una nevicata tremenda. Solo che... non è la neve, a cominciare a cadere. E' già lì. Sulla strada, sulle macchine... ovunque. E' come se fosse nevicato per tre ore consecutive.

E' il caos. I veicoli si fermano, sterzano bruscamente, si tamponano a vicenda.

- Ariel, no!- Grida Yael, voltandosi verso di lui.

Lui però si sente come se si fosse appena ripreso qualcosa che gli spetta. Apre lo sportello, esce e mette i piedi nella neve. Rimane lì per qualche istante e pensa a come andrebbero bene le cose se i terrestri fossero meno terrestri.

- Ariel.- Una mano di sua sorella si posa sulla sua spalla. - Per favore.

Lui sospira e si imbroncia. Yael gli ripete sempre che ha trent'anni e che per un essere umano è un'età adulta, ma lui si sente giovane come un mondo appena creato, e si sente in diritto di fare i capricci o di far nevicare.

Poi però pensa che un evento così improvviso potrebbe fare male alle persone. Perché i terrestri, sciocchi come sono, non sanno adattarsi agli eventi e si fanno spaventare da tutti. E lui non vuole il loro male.

La neve scompare, è come se non ci fosse mai stata, però lui se n'è tenuta un pochina stretta in pugno e non ha intenzione di lasciarla andare. Risalgono in auto, anche se la colonna infinita che si è formata stenta a ripartire.

- Hai fatto un bel disastro!- Protesta Giovanni. - Ora staremo fermi qui per tre ore come minimo! Ci saranno stati mille incidenti, e ci sarà un'indagine per capire cos'è successo...

Ariel non lo ascolta. Guarda la neve tra le sue dita (sono più o meno dello stesso colore, lui non è toccato dal sole e la sua pelle rimane costantemente bianca, e la gente glielo fa notare, gli dice che c'è qualcosa di strano, che i suoi capelli sono così neri e si vede ancora di più quanto è pallido, e che forse dovrebbe curarsi, ma per lui è perfettamente normale...)

- Loro non amano le cose improvvise. Ma io so comunicare solo così. Con le sorprese.- Mormora, fissando quel che rimane della sua neve preziosa, tra le dita. - Come posso aiutarli, se non posso parlare nella mia lingua?

- Devi imparare a parlare nella loro.- Risponde Yael.

- E perché devo essere io, a fare il primo passo?

- Perché tu hai capito che è importante farlo. Poi... magari potrai insegnare loro la tua lingua.

- Guarda che se non fossimo stati in autostrada, la neve l'avrei anche apprezzata.- Si sforza di dirgli Giovanni. Non ne è veramente convinto, si sente benissimo.

Ma...

- Stanotte ti farò nevicare in giardino.

E' comunque...

- Ehi, non esageriamo, eh!

Qualcosa.




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