Due parole su François Villon sono in fondo alla storia, insieme ai perché da cui è nata la storia. Grazie a shu_maat, beta paziente, esauriente, esaurita (da me) e amabile oltre ogni umana immaginazione.



Passatevela meglio che potete

Rima, beffa, il liuto ed il cembalo
Suona, ordisci qual matto sfrontato
Trucchi e lazzi sull'aria del flauto,
allestisci in città e in paesi
farse, giochi e moralità;
vinci a briscola, ai birilli, a scopa
tutto, uditemi, finisce là:
tutto alle taverne e alle donne.

Parlo a voi, miei compagni di bagordi,
Sani di corpo e malati nell'anima:
Da questo fuoco tristo state in guardia,
Che annerisce la gente quando è morta;
E' un morso brutto, state bene attenti;
Passatevela meglio che potete
E per Dio, tenetevelo a mente
Che tutti quanti un giorno morirete.




Francia, Saint - Maixent - en - Poitou, 1465

La via era in fermento: decine di persone concitate, con le mani occupate da grossi pezzi di legno, strumenti da lavoro, teli e panni di vario colore e diversa grandezza, andavano verso la piazza della chiesa, che si apriva dietro l'angolo, in fondo alla strada. Thierry procedeva controcorrente, stringendo al petto due pezzi di legno e stando attento a non farsi travolgere – cosa difficile, per un ragazzino piccolo di età e costituzione (e cervello, come ripetevano spesso i meno gentili tra quelli che lavoravano alla messa in scena del Mistero.)
Finalmente Thierry intravide la sua meta: Michel, in mezzo a un circolo di operai e attori, tutti in cerca di saggio consiglio. Forse poteva farcela anche lui, a strappare qualche momento al loro capo.
- La struttura del Sinedrio copre la finestra di una casa, e il padrone si lamenta.- Diceva uno dei lavoratori, Claude, un tipo smagrito e antipatico con la bestemmia facile che Thierry non sopportava.
- Chi è il padrone?- Domandò Michel, mentre con un occhio scorreva il canovaccio della rappresentazione.
- Remy, il padrone della conceria.- Rispose Claude.
- Allora copritegliene anche un'altra, di finestre. E' un prepotente con i soldi che gli scappano da tutte le parti.- Michel sbatté i fogli che aveva tra le mani contro il petto di Claude. - Se non hai altro da dirmi, va' in piazza: il palco della crocifissione cade a pezzi.
- Avete guardato le mie annotazioni?- Chiese Jean, l'interprete di Gesù, con la pretesa di saperne più di tutti su qualsiasi argomento, passando avanti ad altre tre persone e spintonando bruscamente Thierry che aveva quasi raggiunto Michel.
- Le ho guardate e me ne pento. Facciamo conto che non le abbia mai scritte. Levati di torno.- Lo liquidò Michel. - Preferisco gli attori che non sanno leggere.- Borbottò poi, quando Jean se ne fu andato. - Allora, che altro c'è?
Abbassò lo sguardo per caso e si trovò di fronte proprio Thierry.
- Dimmi, ragazzo.
- Ehm...- Iniziò Thierry, imbarazzato. - Michel, la carrucola del meccanismo per l'angelo continua a incepparsi.
Porse all'uomo i pezzi difettosi del macchinario, per sostenere la veridicità del suo problema. Michel li prese in mano e li soppesò.
- Vengo a vedere cos'è successo.
- Ma noi abbiamo bisogno del vostro aiuto qui!- Protestò un altro dei lavoratori.
- Potete fare da soli.- Ribatté lui, già lontano, trascinando via con sé Thierry e i suoi pezzi di carrucola. - Ragazzino, portami via da questi incapaci. Non sono fatto per fare il capo di qualcosa.
- Siete molto bravo, invece.- Rispose Thierry, con sincerità.
Raggiunsero la piazza della chiesa, culmine del percorso della sacra rappresentazione che tre giorni dopo Michel e la sua compagnia avrebbero messo in scena in preparazione della Pasqua.
- Vedete? Proprio davanti alla chiesa, dove dovrebbe discendere l'angelo durante la crocifissione...- Il ragazzo si sbracciò, per mostrare a Michel quale fosse il problema.
- Portami una scala, vado su a vedere cosa può essere successo.
- Subito!
Thierry schizzò via, felice di poter essere utile al cantiere e soprattutto al capo. Corse alla ricerca di una scala, avvertendo in sé tutta l'ammirazione del mondo per quell'uomo che sembrava saper fare tutto. E se non sapeva farlo, comunque ci provava.
Tornò poco dopo con la scala e rimase lì, a guardare Michel alle prese con la carrucola difettosa. Tutto preso dal lavoro del capo, non si accorse dell'arrivo dello straniero finché quello non gli fu alle spalle.
- Ragazzo, perdona il disturbo: è questa la rappresentazione messa in atto da un uomo di nome Michel Mouton?
Thierry sobbalzò e si voltò di scatto, trovandosi di fronte un uomo che doveva aver passato i trent'anni, scuro di occhi e capelli, con le vesti da persona benestante che però ha fatto un viaggio difficoltoso.
- E' lassù.- Rispose Thierry, indicando la figura sulla scala.
- Ma guarda...- Commentò lo straniero, con un sorriso divertito. - Ti dispiacerebbe dirgli, quando sarà sceso, che il suo amico Romain lo aspetta alla taverna del Gelsomino?
Thierry annuì, felice di poter essere di nuovo utile al signor Michel.
Dall'alto della scala proruppe un grido di esultanza: la carrucola aveva ripreso a funzionare.

Eccolo. La traccia era giusta. L'aveva trovato. Alto, smagrito, con i soliti capelli ricci, rossastri e poco domabili, e la stessa faccia antipatica, non proprio bella, anche se più affilata e pensierosa di sempre. Entrò nella taverna, salutò tutti e puntò dritto al suo tavolo.
Romain alzò la mano per salutarlo.
- Come mi hai trovato?- Chiese lui, sedendosi. Gli ci volle un po', per smettere l'aria accigliata e sciogliersi in un sorriso.
- Non sei felice di vedermi, François?
- Qui mi conoscono come Michel.
- Lo so. Ma posso chiamarti col tuo vecchio nome? In onore dei tempi andati.
- Fa' come vuoi. Sì, sono felice di vederti. Che ci fai, da queste parti?
Romain alzò le spalle e fece un gesto vago con la mano.
- Inseguo.
- Soldi, donne o qualcos'altro di ugualmente pericoloso?- Lo canzonò François.
- Non fare il finto virtuoso, amico mio. Puoi inscenare la crocifissione di Nostro Signore, ma non puoi cambiare così, dimenticando in un soffio tutte le follie fatte insieme.
- E chi se le dimentica?- Rispose François, mentre qualcosa di malinconico scivolava nel suo sorriso e gli occhi distanti si fissavano proprio sul viso dell'amico. Romain ricambiò quello sguardo, e fu il momento più sincero che avessero mai condiviso in tutti i giorni trascorsi insieme.
- E allora che ci fai in un posto sperduto come questo?- Chiese Romain.
- C'è un tempo per tutte le cose. Ora è il tempo di lasciare andare il passato e starmene qui a far funzionare carrucole inceppate.
- Ti sei ravveduto? Tu?
- Ravvedersi è una parola troppo grossa, per me.
- E allora? François, hai fatto visita a tutte le prigioni di Parigi e ti sei sempre risollevato, e ora che ti hanno buttato fuori dalla città ti sei abbattuto in questo modo?
C'era del vino, nella brocca sul tavolo, e c'erano dei bicchieri, ma rimanevano vuoti. Perfino quel piacere nel quale entrambi avevano indugiato tante volte passava in secondo piano, in quel momento. Romain cercava di leggere oltre le linee di quel viso ironico e feroce, stranamente perso in un'espressione distante, colma di insolita dolcezza.
- Non mi sono abbattuto, Romain. Mi sono solo chiesto cosa lascio al mondo. A metà della mia vita mi è arrivato l'esilio: è un castigo oppure una benedizione? Chi lo sa. Però ho provato a mettere su una bilancia tutto quel che ho fatto finora. Se morissi domani, cosa avrei fatto? Niente.
- Hai paura dell'inferno?- Romain si sporse sul tavolo, avvicinandosi alla persona che un tempo era François, il suo sconsiderato amico che non temeva l'autorità, terrena o divina che fosse.
- Ho paura dell'inferno in terra, delle prigioni e dei giudici.- Rispose François, serio. - E ho paura che alla fine, di tutta la spensieratezza e del piacere che abbiamo sempre cercato, mi rimanga tra le mani solo una manciata di nulla, e tanta noia.
- Noia? Ti sei annoiato della vita di prima?
- Ora come ora mi diverto di più a montare le scene delle rappresentazioni sacre. Mi diverto a imparare come funzionano gli strumenti di tutti i mestieri, e anche l'animo della gente. E soprattutto, mi diverto con le parole.
- François che rinuncia alle donne e alle avventure per amore di una manciata di versi di cui tutti si scorderanno tra dieci anni al massimo...
- Ora, le donne...- Un sorriso che somigliava almeno un po' a quelli di un tempo. - Si fa tutto con più modo e più misura, ma...
- Almeno questo!
- E se tutti si dimenticheranno delle mie parole tra dieci anni, pazienza. Qualcosa rimarrà.
- Fa' come vuoi, amico mio, anche se stento a capire.
Finalmente François si versò un po' di vino. Romain lo imitò, senza stancarsi di studiare quello che gli stava di fronte, con le sue pretese di una nuova vita onesta e morigerata.
Non lo convinceva neppure un po'. Gente d'arte. Finto come le rappresentazioni che metteva in scena, di sicuro.
Eppure...
Un bicchiere, due bicchieri. Poche parole. Occhi sempre lontani, forse combattuti tra quel che era e quel che doveva essere.
- Romain. Non ti aggrappare ai ricordi giovanili, dimenticando che hai una vita tra le mani.
Romain posò il bicchiere e fissò l'altro, sgomento.
- Ti hanno fatto un esorcismo, François. O sei posseduto da qualche spirito strano.
L'altro rise e scosse la testa.
- Devo andare. Sono stato felice di rivederti, amico. O forse no. Stanotte ripenserò a Parigi e alle cose che furono, maledirò i bilanci di una vita e me la prenderò con Dio e tutti i santi. E poi tornerò alle mie rime, e via così fino alla fine dei miei giorni.
- E ti va bene in questo modo?
François si alzò e si voltò per andarsene, ma fatto qualche passo si girò di nuovo verso Romain.
- L'ho deciso io, come tutto il resto.
E Romain fece segno che aveva capito – perché era vero, finalmente aveva capito.
- Che devo dire ai vecchi amici?- Domandò a François che si allontanava.
- Che se la passino meglio che possano, e smettano di spendere tutto in vino e puttane.
- Devo rivelare che sei qui a fare la brava persona? O preferisci che la gente si domandi dov'è quello scribacchino criminale che ammazzò un prete e rubò due volte in chiesa?
François rise e allargò le braccia, voltandosi verso l'amico per l'ultima volta.
- Racconta quel che vuoi. La verità la sempre e solo Dio.
- Smetti di nominare così spesso Dio: finirà che ti redimerai per davvero!
Ma l'altro se n'era già andato. Romain scosse la testa e prese il bicchiere in mano: se non altro, il vino era sempre lo stesso, una certezza in mezzo agli uomini così volubili.
Sotto il bicchiere c'era un fogliaccio spiegazzato. Lo prese e lo aprì. Ecco, era quasi impossibile che François se ne andasse senza appioppargli qualcuna delle sue rime. Chissà se era ancora fissato con la morte e il tempo come quando era ancora a Parigi. All'epoca, Romain e tutti gli altri avevano sempre pensato che quel ritornare su certe tematiche nelle poesie di François fosse solo una maniera, un gioco, un seguire le mode dei poeti. Chi non parlava della morte e della giovinezza fugace, dai più abili verseggiatori ai più abili venditori di parole?
Forse nelle parole irriverenti di quel buffone di François c'era qualcosa di più che un vezzo poetico. Forse, un verso dopo l'altro, una prigione dopo l'altra, la morte era passata da parola che stava bene in una rima a una presenza certa.
Forse c'era sempre stata davvero una sete di qualcosa di più solido, negli anni delle follie e dei vagabondaggi. Forse quei rari momenti in cui François parlava degli uomini con simpatia e amore erano più sinceri delle mille volte in cui quella stessa persona rubava e tradiva senza remore. Forse era colpa di Dio, colpa dell'età, colpa della paura della giustizia...
O forse era tutto un gioco, una buffonata, un'altra volta, e la verità non si sarebbe conosciuta mai.









***
Questa storia è completamente frutto della mia fantasia. Tutto però deriva da congetture – spero – sensate sulla biografia e sull'opera di François Villon.
La citazione all'inizio della storia viene da La ballata di buona dottrina, dal Testamento, nella traduzione di R.S. Virgillito, Rusconi, 1976.
Le affermazioni sulle sacre rappresentazioni medievali dovrebbero essere prive di cretinate palesi, ma se vi pare di trovarne non esitate a segnalarmele!
L'uso dello pseudonimo “Michel Mouton” da parte di Villon sembra sia certo.
François Villon, (data probabile di nascita 1431), poeta parigino: di lui si sanno più voci che notizie certe. Esistono i documenti relativi ai suoi guai con la giustizia (rissa con omicidio, furti...), e l'ultima cosa che sappiamo di lui è del 1463: la sua condanna a morte viene commutata in esilio. Da allora si perdono le sue tracce. Una teoria lo vuole lontano da Parigi, a mettere in scena spettacoli teatrali religiosi (così sostiene Rabelais, che utilizza Villon come un personaggio farsesco vero e proprio.)
Questa teoria, per quanto sicuramente non realistica, a me piace moltissimo (ma và?)e ho voluto recuperarla per questa storia, nella quale mi rifaccio più che altro al F.V. letterario e immaginato.
Le opere più note di Villon sono Il Lascito e Il Testamento, tra le sue Rime la più famosa è di sicuro La Ballata degli Impiccati (indovinate a quale famoso cantautore e poeta italiano del '900 Villon stava particolarmente simpatico?)
La sua poesia fomenta la leggenda riguardo la sua biografia avventurosa: gli piace dipingersi come un criminale pentito, come vittima della giustizia, come una specie di “buffone” irriverente, come brigante e vagabondo. Non si sa quanto di questo sia vero e quanto artefatto, anche se la conoscenza della realtà più cruda e disgraziata di Parigi fa supporre che alcune delle cose raccontate nelle opere siano vere. Villon ha la capacità di passare dall'ironia più sfrenata ai toni più commoventi, dalle parolacce al lessico della preghiera. (Avete tempo da buttare e volete una prova della sua abilità con il registro basso?XD La ballata delle lingue invidiose, dedicata a degli “amici” colpevoli di aver diffamato il nostro François. Probabilmente uno dei miei estratti preferiti della produzione di questo personaggio.)
Io ho una cotta inimmaginabile per questo personaggio e volevo scrivere su di lui da tanto tempo. Spero di rifarlo anche meglio di così, in futuro. Nel frattempo, ringrazio Fanfic_Italia per avermi istigata, col suo Fest, a buttarmi sul racconto storico. (Questa storia è ispirata anche al prompt di Fuoco dal cielo: Nel mezzo del cammin di nostra vita.)
(E ringrazio sempre sempre sempre l'Ernestina, grazie alla quale ho scoperto molti degli autori più importanti per la mia vita – tra cui Sara Rina Virgillito, e grazie a lei anche François Villon.)

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