Nerd Power


Prologo: In attesa della battaglia


La schiera di miniature disposte sullo schema quadrettato se ne stava immobile e fiera, a testa alta, in attesa delle parole che avrebbero dato inizio allo scontro atteso ormai da quindici giorni.

Quella non era una battaglia come tante altre. Quella era una cosa seria. Il nemico li aveva presi in giro fin dall'inizio della campagna (un anno e mezzo di gioco, sette mesi di storia.) Il nemico si era finto un alleato e aveva mandato all'aria gran parte dei loro piani.

Il nemico l'avrebbe dovuta pagare, solo che l'avevano incontrato dopo altri tre combattimenti, erano tutti e quattro a corto di poteri speciali e punti ferita, e il master sorrideva come se fosse stata un'inviata dell'inferno in persona, invece che un'adorabile universitaria vestita di rosa, con la passione per i bambini e la presenza fissa nel coro parrocchiale.

- Quanti ne vuoi uccidere, stanotte?- Le domandò Duccio, rassegnato alla fine (al suo swordmage preposto alla difesa del gruppo sarebbe bastato un soffio di vento per stramazzare il suolo.)

- Non siate così pessimisti.- Rispose lei, allargando il sorriso perfido che sfoggiava fin dall'arrivo dei tre giocatori a casa sua.

- Non siate così poco pessimisti, semmai...- Commentò Anita, ridendo. Meglio prenderla con filosofia. - Chiara, non siamo mai stati messi male in questo modo, fin dall'inizio della campagna.

- Ragazzi, fate questi discorsi prima di ogni sessione, e regolarmente ve la cavate.- Sospirò Chiara, ma non smise comunque di sorridere.

- Piuttosto, il guerriero che fine ha fatto?- Mirko tirò fuori il cellulare, la sua abituale impazienza nervosa percepibile in ogni suo gesto. - Lo sa benissimo che non possiamo fare troppo tardi. Io lavoro, domattina. Cosa crede?

- Anche lui lavora.- Rispose Duccio, battendogli una mano sulla spalla. - Quanti messaggi incazzati gli hai già mandato?

- Nessuno. Questo è il primo.- Duccio fissò Mirko con poca convinzione, e Mirko distolse lo sguardo. - Va bene, è il terzo. Non voglio fare come le ultime venti volte, in cui sono stato costretto ad andarmene prima della fine della sessione, tutto perché abbiamo iniziato a giocare dopo le dieci per colpa di Edoardo.

- Gli telefono io.- Si offrì Anita, sparendo dietro la tenda azzurra che nascondeva la portafinestra del terrazzo, aperta a lasciar entrare un tepore primaverile molto piacevole.

- Se vedi mia nonna alla finestra della stanza accanto, dille che sei la mia amica!- Le gridò Chiara.

- Anita viene a casa tua da quando avete sei anni e la sua svolta gothic-vittoriana risale almeno a cinque anni fa.- Notò Mirko. - Tua nonna non se n'è ancora fatta una ragione?

Chiara scosse la testa e allargò le braccia, arresa di fronte all'esempio di nonna conservatrice che si ritrovava. Poi raccolse i suoi riccioli castani in un mirabolante chignon tenuto su da una matita, afferrò il suo Quaderno Del Master e batté una mano sul tavolo.

- Potremmo anche decidere di cominciare a giocare senza di lui.- Suggerì. Le rispose un coro di sguardi inorriditi.

- E' l'unico che può ancora utilizzare il suo potere giornaliero fichissimo!- Protestò Duccio. - Deve venire e cavarci fuori dalla merda!

In quel momento Anita riemerse dal terrazzo, con un'espressione molto seccata.

- La nonna di Chiara ti detto qualcosa di poco carino?- Domandò Duccio, ma lei scosse la testa e gettò il telefono sul copriletto viola di Chiara. C'era così tanta esasperazione in quei gesti che pian piano nella mente di tutti balenò la soluzione del mistero.

- Edo non viene?- Indovinò Chiara.

- No.- Rispose Anita. - I suoi colleghi di lavoro l'hanno invitato a cena e lui ha accettato, perché sai, deve integrarsi e socializzare, e dopo è rimasto lì, perché sai, non poteva dire loro che deve andare a giocare a Dungeons & Dragons con i suoi stupidi amici nerd...

- E chi se ne frega!- Esclamò Chiara. - Dai, giocalo tu, il suo personaggio. Andiamo, è il momento di combattere!

Ma era dispiaciuta e amareggiata quanto gli altri. Solo che, a differenza di loro, Chiara era certa che fosse inutile stare a rifare l'elenco delle mancanze di Edo e di tutte le cose poco carine che aveva fatto nei loro confronti, in quegli ultimi mesi in cui era diventato una "persona seria".

- Ma sì. Picchiare mostri ci farà bene.- Borbottò Mirko.

- Essere picchiati dai mostri un po' meno.- Sospirò Duccio. - Possiamo bruciare la scheda di Edo, dopo? La scheda del personaggio fatta con tanta fatica, cura e amore?

Anita decide di unirsi al tentativo di risollevare l'umore, prese il suo dado da venti e lo lanciò, per testare la fortuna.

- Venti! Successo critico!- Esclamò Chiara.

- Grandioso.- Brontolò Anita. - Ho sprecato quello che probabilmente sarebbe stato il mio unico Critico della serata. Adesso farò sempre uno!

In effetti fece uno, più di una volta. Ma anche un diciannove e un diciotto che, miracolosamente, salvarono la situazione al momento giusto.

Peccato che un dado non sarebbe bastato, a risolvere i problemi con il loro guerriero.




I - La Gilda del Tre


La storia della Gilda del Tre (tre era il risultato di dado che il gruppo collezionava più spesso, e questo lasciava capire molte cose riguardo ai loro successi) risaliva a poco più di quattro anni prima, quando le due amiche storiche Chiara e Anita avevano conosciuto, in ostello alla fiera del fumetto di Lucca, Edoardo e Mirko, un futuro architetto e un futuro biologo con la passione per i fumetti. La cosa incredibile era stata scoprire che le due coppie di amici abitavano in paesi limitrofi.

L'ultimo membro della compagnia era un ragazzino complicato ed esasperante che frequentava l'oratorio nel quale Edoardo faceva l'animatore. Lo sport e il volontariato non erano stati buoni a frenare l'irruenza e la tendenza al teppismo del ragazzo, Duccio, e tanto meno c'erano riusciti gli psicologi forniti dalla madre e l'eccessiva severità di suo padre.

Un giorno Edoardo gli aveva detto: "Se vuoi distruggere qualcosa, perché non vieni ad abbattere mostri con me, il mercoledì sera?"

La cosa aveva miracolosamente funzionato. La Gilda era stata completa.

Chiara amava spesso ricordare come erano arrivati a trovarsi. Chiara aveva sempre avuto molti amici, ma solo Anita condivideva con lei certi interessi, e allargare la sua compagnia di appassionati di storie, libri, fumetti e travestimenti era stato qualcosa di meraviglioso. Sapeva che sempre capita di avere accanto qualcuno che partecipa alle cose che ami. Per questo, da bravo eroe, onorava il ricordo e non dava mai per scontata la presenza degli altri.

Allo stesso tempo, Chiara si faceva un vanto di evitare un errore: quello di pensare che la sua amicizia con il resto della Gilda dipendesse unicamente dai loro interessi, dalle serate di gioco e dalle avventure nel mondo dei travestimenti e del cosplay. Cinque anni erano serviti a farle scoprire l'umanità speciale di ognuno, le caratteristiche di cui non avrebbe mai potuto fare a meno, gli indizi da cui capire il loro umore, l'entità delle loro reazioni, il buono dentro ciascuno e quei lati con cui è più difficile avere a che fare. Chiara era felice che fossero sulla sua strada.

Per questo la spiazzava il comportamento di Edo.

Non che la Gilda avesse sempre vissuto periodi di allegria e totale unità. C'era stato il tempo in cui Mirko era stato piantato dalla sua ragazza, e sopportarlo nei mesi successivi aveva richiesto il massimo sforzo da tutti. Due anni prima avevano litigato clamorosamente durante la fiera del fumetto di Lucca, anche se nessuno era più in grado di ricordare esattamente perché. E c'era da gestire Duccio: bisognava stargli dietro perché non saltasse la scuola, perché non ritornasse a farsi coinvolgere da amicizie poco adeguate, perché non facesse idiozie senza motivo. Insomma, la Gilda conosceva le Vere Difficoltà e non solo quando si trattava di tirare i dadi.

Poi Edo si era laureato ed era stato assunto praticamente il giorno dopo in uno studio prestigioso in città. Da quel momento aveva ridotto drasticamente la partecipazione a qualsiasi attività del gruppo, il più delle volte senza dare spiegazioni. Tutti erano stati comprensivi, e Chiara aveva anche affrontato il discorso dell'abbandono: voleva lasciare il gioco e il cosplay? Non c'era problema: l'importante era continuare a vedersi.

"Certo che no!", aveva risposto Edo.

Certo che no è una risposta troppo sicura, per essere vera.

Una persona che cambia abitudini e priorità e si degna di spiegarlo, viene perdonata.

Una persona che cambia tutto e sparisce, fingendo che tutto sia ancora come prima...

Ecco perché quel pomeriggio di aprile, alle sei del pomeriggio, Chiara era al binario 3, in attesa del treno che ogni giorno riportava Edo a casa.

Lo vide scendere e lo aspettò ferma dov'era. Eccolo lì, con due o tre borse in una mano, il cellulare nell'altra, i ricci biondi scompigliati e l'aria di chi sta affogando. Aveva sempre avuto un che di goffo che ispirava tenerezza. Per quanto si sforzasse di dimostrarsi adulto e inserito nel suo ruolo, non era poi tanto bravo a farlo.

- ... sì. Sì, te l'ho spedito tre giorni fa, possibile che non...- L'aveva raggiunta, e Chiara gli fece un cenno di saluto. Lui si piantò davanti a lei, bocca aperta e telefono ancora all'orecchio, probabilmente stupito di vederla. - Scusa, ti richiamo dopo.- Chiuse il telefono e lo infilò nella tasca della giacca, ma sbagliò mira e quello cominciò a vorticare verso il suolo. Chiara lo riprese al volo e glielo porse.

- Grazie. Ciao. Che ci fai, qui? Sono un po' in ritardo per una cosa che ho stasera, e...

- Volevo solo parlarti un minuto. Ti dispiace se ti accompagno fino alla macchina?

- No, certo, va bene. Ma se devi rompermi le scatole perché ieri non sono venuto, per favore, risparmiamelo.

- Non voglio romperti le scatole.- Si incamminarono tra la gente che sciamava via dalla piccola stazione di paese. Chiara prese due delle borse di Edo e lui quasi non se ne accorse, troppo occupato a cercare di fermare un ciuffo che persisteva nello svolazzare via.

- Che c'è, allora?

- Mesi fa ti ho chiesto se volevi lasciare il gioco e il cosplay. Ti ho detto che non c'era problema, e ti ho detto anche che a noi bastava continuare a stare in contatto con te in qualche modo che fosse adeguato ai tuoi nuovi ritmi. Non siamo così ottusi da non capire che le vite cambiano. E siamo sempre stati piuttosto bravi a gestire i nostri impegni. Le lauree tua e di Mirko, i tre mesi in Erasmus di Anita... Non mi sembra che ci siamo mai persi.

- Certo, è tutto verissimo. Ma io non voglio lasciare le attività. E mi urta molto il fatto che se manco una volta, subito tutti voi andate nel panico!

- Non è questo.- Sospirò Chiara. L'auto di Edo si vedeva in lontananza, l'unica macchia verde pisello in tutto il parcheggio (già da quello si sarebbe dovuto intuire che non poteva essere veramente l'uomo serio che avrebbe voluto mostrare.) - Edo, il problema sono le volte in cui manchi e non avverti. I due compleanni che hai dimenticato lo scorso mese. Il fatto che Duccio abbia preso un tre al compito di fisica perché non sei andato a studiare con lui, come gli avevi promesso. Se davvero hai bisogno di cambiare aria del tutto e lasciarci, noi possiamo anche accettarlo, ma vorremmo che tu ce lo dicessi. Perché almeno ci metteremmo il cuore in pace.

Edoardo scosse la testa, seccato.

- La fate troppo grave, voi. E Duccio dovrebbe imparare a studiare da solo.

- Mi ha detto che hai lasciato anche i gruppi all'oratorio.

- Ci sono altri educatori.

- Ma lui ha ancora bisogno di te.

Edoardo le strappò di mano le sue borse e raggiunse in fretta la sua auto. La aprì e ci cacciò dentro tutti i suoi averi, infilandosi al posto di guida prima che Chiara potesse dirgli altro.

- Senti, non è mio figlio. Ha quasi diciotto anni.

- Li ha già. Li ha compiuti due settimane fa. E' che te ne sei scordato, e non sei venuto al suo compleanno.

- Beh, avevo qualcosa di importante da fare al lavoro, in quel periodo!- Sbottò Edo, chiudendo lo sportello. Abbassò il finestrino, la guardò con un mezzo sorriso e sospirò. - Senti, Chiara, mi dispiace davvero. Mi dispiace per le occasioni mancate e mi dispiace di non potervi vedere spesso. Ma le cose sono davvero... complicate. E molto diverse. Lo capisci?

No, avrebbe voluto rispondere lei. Invece annuì, certa ormai che non avrebbe cavato altro fuori da lui, almeno non in quel momento.

- Facciamo così.- Disse Chiara. Edo mise in modo e cominciò a tirare su il finestrino. - Mi prometti che ti impegni almeno a telefonare, se non vieni?

- Certo, certo. Ciao!

La C3 verde pisello schizzò via, lasciando Chiara con la sensazione di aver speso un sacco di parole completamente inutili.

Tornò a casa a piedi, rimuginando sulle parole di Edo. Lui parlava sempre di cose complicate, di cambiamenti, di maturità. Maturità.

La mamma di Chiara aveva cinquant'anni e insegnava matematica in una scuola media, ma allo stesso tempo recitava in una compagnia teatrale dedita a opere comiche e puntualmente per ogni Carnevale inventava un costume per sé e uno per il suo riluttante marito, trascinandolo in giro per le piazze, tra bambini, bombolette spray e deliri di stelle filanti. La mamma di Chiara era una fan di Harry Potter, ascoltava un po' di epic metal fornito da sua figlia e quando parlava con i suoi allievi sembrava che conoscesse la loro stessa misteriosa lingua.

Chiara si era fatta un'idea ben precisa di cosa significasse maturità, e aveva a che fare con la responsabilità che si prendeva nei confronti degli altri e dei propri impegni.

Non c'entrava niente con il mostrarsi seri e composti, perché ormai si è adulti.

Meno che mai c'entrava qualcosa con il dimenticare i tuoi amici nerd.




II - Noi e Loro


Alice, la nuova capo che gestiva il gruppo dei ragazzi tra i quindici e diciott'anni, all'oratorio, aveva un modo tutto suo di ribaltare le convinzioni di Duccio. Quando parlava, anche se stava sorridendo o scherzando, manteneva sempre una parvenza di serietà e distacco. Dipingeva la vita a faceva sembrare tutto come se fosse stato molto più complicato e inarrivabile di come invece lo raccontava Edoardo.

Edo diceva che eri sempre molto vicino ai tuoi sogni e alle risposte, però dovevi convincerti che un po' di fatica dovevi farla. Edo non insisteva troppo sui grandi concetti, nemmeno su Dio o la religione. Ti lasciava capire che era una strada percorribile, ma non ti schiacciava con quei discorsi che rendevano tutto più distante e soffocante. A Edo importava veramente di te, chiunque tu fossi. Non se la prendeva per gli sfottimenti e le parolacce. Organizzava pizzate a sorpresa nella sala del gruppo e li portava al cinema, e qualche volta veniva a trovarti, ti trascinava a spostare scatoloni nel negozio del Commercio Equo e Solidale, ti faceva parlare di quello che volevi: di videogiochi e scuola, di ragazze e politica, di D&D e attualità. Funzionava meglio di qualsiasi psicologo, insegnante o genitore, nel caso di Duccio.

Quella sera il gruppo era finito alle 22 appena. O meglio, per Duccio era finito a quell'ora. Se n'era andato all'ennesima stronzata sparata da Alice. Era già abbastanza arrabbiato per una quantità di faccende personali, ci mancava solo di dover sopportare le uscite di quella.

Si era levato un vento insolito per quell'aprile sereno, e Duccio, senza giacca, si mise il cappuccio della felpa e infilò le mani nella tasca davanti, piegando la testa per ripararsi come poteva dal vento, e prese a camminare in fretta verso casa. Concentrato e a testa bassa com'era, si rese conto di aver incrociato la strada di Edoardo solo quando per poco non ci sbatté contro.

- Ehi!- Esclamò, sorridendo, davvero felice di vederlo.

- Oh. Ciao.- Borbottò Edo, visibilmente imbarazzato. Con lui c'erano due ragazze e tre ragazzi, e tutti stavano fissando Duccio un po' contrariati. Lui si tolse subito il cappuccio, immaginando che lo trovassero sospetto. Sorrise anche a loro ma non ebbe risposta. Guardò Edo, aspettandosi qualcosa, qualsiasi cosa, che però non arrivò.

- Beh, ciao.- Disse Edo, passando oltre. Duccio rimase immobile, incredulo.

- Chi era, quel tipo?- Chiese una delle ragazze. - Per un momento ho pensato che ci volesse rapinare o qualcosa del genere.

- Un ragazzo dell'oratorio.- Rispose Edo. Poi cambiò del tutto discorso.

E Duccio realizzò in quel momento cos'era veramente accaduto: si riduceva tutto al Noi e Loro, quella tragica faccenda che la Gilda aveva sempre tentato di evitare.

Quando cominci a dividere il mondo in Noi e Loro, è la fine. Perché tu sei parte di un Noi e non sopporti più i Loro. Perché i Noi ti sembrano privi di difetti, mentre i Loro sono deprecabili. Perché se ti sei messo nei Noi, dimenticherai per forza tutti i Loro della tua vita, anche se fino a un momento fa erano tuoi amici.

Edo e i suoi Noi si allontanavano, chiacchierando spensierati, lasciandosi alle spalle uno stupido membro dei Loro, qualcuno che non meritava nemmeno una parola, un essere retrocesso da amico a un ragazzo dell'oratorio.

Arrivò a casa cupo e silenzioso e fu accolto da suo padre che ebbe da recriminare su venti cose diverse, di cui solo due effettivamente meritevoli di un richiamo. Si chiuse in camera, prese un fumetto senza nemmeno guardare di cosa si trattasse e cercò di dimenticare il resto del mondo.




IV - La Grande Occasione Che Non Deve Andare Male


- Ci ha invitati a una cena per festeggiare un lavoro andato bene?

Anita storse il naso e cancellò la mail di Edo con ferocia, cliccando su "Elimina" con lo stesso impegno con cui un cecchino preme il grilletto quando la sua vittima è proprio al centro del mirino.

- E' il suo tentativo di farsi perdonare le assenze.- Rispose Chiara. - Guardiamo il lato positivo.

- E' un tentativo patetico e idiota, e non servirà a nulla!- Ribatté Anita, avvertendo il cuore che le batteva stranamente forte. Le dicevano che era la più quieta del gruppo, la più equilibrata, quella materna, quella diplomatica... - E' un tentativo stupido! Lui è stupido! E' una cosa senza senso! Io non ci vado!

- Dai. Sarà stupido quanto vuoi, ma è il suo modo per conciliare i due mondi in cui vive.

- Non cominciare a citare i "due mondi", solo perché sai che è un argomento che con me attacca subito!

- Non l'ho detto per convincerti! L'ho detto perché ci credo. Magari anche per lui tutta questa situazione non è così semplice.

- Non salutare Duccio per strada, come si colloca in tutto questo?

Chiara smise di ribattere e Anita pensò, con soddisfazione amara, che finalmente era riuscita a togliere all'altra la voglia di convincerla.

- Ti do ragione sul fatto che ci invita all'aperitivo per un motivo stupido.- Sospirò Chiara, scivolando a sedere sul letto di Anita. Spostò bruscamente il cuscino con la ragnatela, e quello, probabilmente indignato dal gesto aggressivo di quella piccola creatura vestita di rosa, schizzò via sul pavimento.

- Scusa.- Borbottò Chiara. - Raccoglilo tu.

- Lo so, lo so.- Anita si chinò a riprendere il suo cuscino preferito, dando un buffetto amichevole al ragno al centro della tela. - Non siete amici, voi due.

- Sai com'è: a ma fa senso...

- Beh, non è un buon motivo per buttare in terra il povero Cuthbert!

- Se lui fosse meno... ragnoso...

Un sorriso raggiunse la labbra di Anita, mentre un ricordo divertente spazzava via i problemi recenti.

- Ma ti ricordi quella volta che al tuo compleanno ti impacchettammo il regalo nella carta con i ragni? Se non te lo apriva Mirko, eri ancora lì!

- Grazie, vi ho amati tantissimo in quel momento.

- E quando le tue cugine hanno visto i mostri sulla copertina dei manuali che ti avevamo regalato? Avevano la faccia più schifata della storia!

- Poverette!

- Vedi? Tu riesci a conciliare tutti i quanti i tuoi mondi, senza aver paura di fare figuracce anche se hai gli amici nerd! Se andassimo all'aperitivo di Edo con un paio di manuali sottobraccio e qualche accessorio bizzarro, secondo me farebbe finta di non conoscerci!

Una scintilla accese gli occhi di Chiara. Era la stessa espressione di quando aveva in programma qualcosa di particolarmente perfido per le loro sessioni.

- E se lo facessimo?

- Cosa, andare all'aperitivo con i manuali?

- Qualcosa del genere. Se lo imbarazzassimo in mezzo alla sua Grande Occasione Che Non Deve Andare Male?

- Fino a un minuto fa mi stavi dicendo di essere paziente...

Chiara saltò giù dal letto, esaltata.

- Lo so, ma penso anch'io che si meriti qualcosa perché è un cretino, perché ha fatto stare male Duccio e perché ha indetto un aperitivo per festeggiare un successo lavorativo, proprio lui che non viene ai nostri compleanni. E forse, una piccola vendetta innocente potrebbe far bene anche a noi.

Chiara era quella delle grandi idee e degli attacchi di follia. Anita si era auto-eletta sua custode e protettrice, sempre pronta a fare un passo avanti per bloccarla prima che si lanciasse in cose da evitare.

Avrebbe dovuto farlo, quel passo?

Una piccola vendetta innocente.

- Chiarina, una vendetta non è mai innocente.

- Va bene. Una piccola vendetta non innocente ma nemmeno così tanto cattiva.

Anita carezzò distrattamente il ragno Cuthbert, gli occhi fissi sui disegni geometrici del suo tappeto.

- Forse...- Azzardò, e un attimo dopo Chiara era balzata in piedi e stava cercando di soffocarla in un abbraccio, nonostante la minacciosa presenza di Cuthbert.

- Vedrai, sarà una cosa decisiva!- Esclamò Chiara, avvolgendola in un turbine di sciarpa rosata e maglioncino fucsia. - E se non portasse alcun risultato, almeno avremo fatto una cosa tremendamente divertente...




IV - Cinque anni di nomi


- Ma la vecchia, tranquilla cena a casa di qualcuno, dove ognuno porta il suo?- Brontolò Mirko, dubbioso, sulla soglia del locale scelto da Edo per il suo festeggiamento.

- Dai, per una volta possiamo anche sforzarci di fare qualcosa di diverso.- Rispose Chiara, battendogli una mano sulla spalla e spingendolo dentro.

- Visto il nuovo trend di amici di Edo, potevamo rischiare di beccarci un ristorante di cucina molecolare.- La sostenne Anita.

- E' che non mi sento nel mio ambiente, qui.- Protestò lui.

- Almeno ti sei vestito bene.- Anita ispezionò i jeans e la camicia di un quieto turchese che Mirko aveva scelto. - Temevo venissi in tuta.

- Ma ti sei vista? Hai più ferraglia addosso tu che l'autofficina di mio zio carrozziere!

- E' ferraglia elegante.

- Certo, secondo i tuoi canoni. Gli amici di Edo si prenderanno un colpo.

- Non eravamo qui proprio per questo?

Alle loro spalle Duccio li offese, per incitarli a proseguire e non bloccare l'ingresso. Chiara prese la guida del gruppo e li condusse nella saletta dalle luci soffuse dove Edo e una decina di altre persone li stavano aspettando. C'erano due tavoli rotondi preparati per loro: tovagliette di vimini e piatti quadrati di ceramica blu, bicchieri arancio e candele galleggianti nei centrotavola di vetro. Diverso dal loro mondo, pensò Chiara, ma gradevole, a suo modo. Non c'era bisogno di mettere barriere e filo spinato in mezzo a ogni cosa. Per dimostrare la sua buona volontà, corse per prima ad abbracciare Edo e prese posto a uno dei due tavoli, dopo aver rivolto un sorriso e un cenno della mano agli sconosciuti.

Anita la imitò, e Chiara spiò gli sguardi degli amici di Edo: in effetti qualcuno parve perplesso dalle tendenze gotiche della ragazza, ma in generale ci furono sorrisi e saluti mormorati. Non male. Poi Mirko, che aveva dalla sua la normalità dell'abbigliamento e un faccino grazioso. Nervoso come al solito, balbettò un mezzo saluto incerto, una via di mezzo tra un salve e un ciao, che nessuno riuscì a capire. Però gli risposero. E infine Duccio: la maglia dei Blind Guardian se la sarebbe potuta risparmiare, anche se fu molto cortese con tutti, presentandosi con un sorriso e la mano tesa.

Non era stato niente di tragico. Gli amici di Edo erano gente tranquilla e gentile, anche se, a quanto pareva, avevano poche cose in comune con la Gilda. A quanto pareva, appunto. Parlando, passando del tempo insieme, potevano anche scoprirsi simili.

Chiara guardò i due gruppi che si mischiavano attorno ai tavolini, pensando che le differenze, a volte, le facciamo pesare noi stessi, cacciandoci in un ghetto da soli per paura di chi ci sta davanti.

Ed era felice di quella conclusione, così felice che, mentre la serata scorreva, anche se Edo li considerava relativamente, Chiara cominciò a pensare che forse potevano anche dimenticare il loro progetto, forse potevano...

- E allora Lucilla, che usciva con uno di quei pazzoidi che vanno in giro a travestirsi dai personaggi dei cartoni animati?

Chiara lasciò cadere la forchetta e cercò la fonte di quelle parole. Una delle ragazze, una tipa carina, anche se aveva gli occhi un po' in fuori e troppo ombretto verde ramarro. Chiara spostò subito lo sguardo su Edo: adesso avrebbe rettificato, adesso le avrebbe detto che non erano tutti dei pazzoidi, che "travestirsi dai personaggi dei cartoni animati" in realtà si chiamava "cosplay", che anche lui l'aveva fatto ed era una cosa bellissima...

- Già. In effetti, era un tipo strano.

Già. In effetti, era un tipo strano.

Uno sguardo furioso corse in un nanosecondo tra Chiara e gli altri tre, offesi a morte da quell'uscita infelice. Ogni pensiero di armistizio fu abbandonato.

- Oi. Darien. Mi passi l'alcol?

Fu Mirko, l'insospettabile Mirko, a dare il via allo scontro.

La forza dell'abitudine tradì Edo: si voltò, a quel nome, a quella frase così poco elegante. Poi si accorse con orrore di ciò che aveva fatto, ma ormai il danno era irreparabile.

- Darien?- Domandò la ragazza con l'ombretto verde ramarro.

- Già. E' un soprannome... Uh... Vecchio... Che...- Si confuse Edo, passando la brocca con il cocktail alcolico a Mirko, forse con la speranza che "l'alcol" togliesse all'altro la parola.

- Mi è venuto in mente per via dell'alcol.- Rispose Mirko. - Darien era il bevitore del gruppo. Mi manca un po'. Fu una bella campagna: avremmo dovuto farla durare di più. Però era la mia prima esperienza di master, quindi fu già tanto se arrivammo a un anno di gioco.

- Ma di cosa sta parlando?- Chiese uno dei colleghi di Edo, con un sorriso appena accennato sulle labbra.

- Una cosa molto vecchia. Non me la ricordavo quasi più.- Rispose Edo.

- Non te lo ricordi?- Finse di meravigliarsi Mirko. - Ma come! Non l'hai più giocato, un guerriero del genere!

- Guerriero?- Una risata incrinò la voce divertita di un'altra ragazza, una signorina graziosa con i capelli corti e un po' di lentiggini. - Edo, cosa ci stai nascondendo?

- Se non hai mai raccontato loro di Darien, forse avrai parlato di Nywel.- Si intromise Anita, fingendo un'immensa serietà. - Non era allo stesso livello, ma almeno era un guerriero un po' più affidabile.

- Non credo tu abbia mai fatto più di tredici, col dado, ma almeno era un personaggio dotato di cervello.- Aggiunse Chiara. - Mica come quello di ora. Mi dispiace dirtelo, signor Ednar, ma da un giocatore come te mi aspetterei molto di più. Invece stenti a ingranare. Va bene che siamo passati alla Quarta Edizione, ma hai tutti i manuali che ti servono per studiare, no?

- E dai, Edo, vuoi spiegarti un po' meglio?- Una ragazza molto bionda e molto bella, molto vicina a Edo e, probabilmente, molto gradita a Edo, gli diede un leggero colpetto di gomito sul braccio.

- Sì, signor "io-non-gioco-maghi", spiegati.- Disse Duccio. - E' un tratto interessante della tua personalità, questo tuo rifiuto della magia. Uno psicologo potrebbe trovarci dentro qualcosa.

- Vedo che continuano a fioccare i soprannomi strani.- Rise ombretto-verde-ramarro.

- Potremmo anche chiamarlo Sanzo.- Cominciò Chiara, spalancando il vaso di Pandora del cosplay.

- Fay.- Anita nascose un sorriso malvagio dietro un bicchiere di sangria.

- Ukitake.- Disse Mirko.

- Abel- Incalzò Chiara.

- Rita.- Concluse Duccio, con il colpo definitivo.

- Rita?- Chiesero in coro almeno quattro dei colleghi di Edo.

- E' un personaggio inventato da Anita.- Spiegò Duccio. - Per il Carnevale di due anni fa ci siamo travestiti a tema. Ci siamo scambiati i personaggi: ognuno ha interpretato la creatura di un altro di noi. Edo però ci ha stupiti. La coroncina d'argento fu un tocco da maestro.

Momento di silenzio imbarazzato.

- Diciamo che in passato ho partecipato a qualche occasione in maschera e mi è capitato di passare un pochino di tempo in attività... ludiche.- Sputò fuori Edo, arrancando disperatamente alla ricerca di parole che fossero il più neutre e indolori possibile.

- Non ci avevi mai parlato di questo tuo lato.- Commentò la ragazza molto bionda.

- No, è che, insomma è una cosa vecchia... Un gioco... C'entra l'oratorio...

- L'oratorio è sempre un'ottima scusa per tutto.- Borbottò Duccio, ma Chiara gli fece cenno di tacere. I sorrisi increduli degli amici e lo smarrimento palese di Edo erano già una vendetta più che sufficiente. Non era da loro, strafare o esagerare. Era stato un momento assolutamente perfetto,.

Alla fine, salutati tutti quanti in modo piuttosto frettoloso, Edo li lasciò per primo, sparendo senza dire niente ai suoi amici più vecchi.

- Abbiamo fatto bene o abbiamo combinato un disastro?- Si domandò Anita.

- Il disastro l'aveva già combinato lui.- Rispose Mirko. - Se è intelligente, si chiederà perché.

- Non so nemmeno io se abbiamo fatto bene oppure no.- Disse Chiara. - Ma l'alternativa era tirargli qualcosa in testa. Oppure litigare definitivamente. Può darsi che sia stato un tentativo idiota, ma... Ne avevamo bisogno.




Epilogo - Dopo la battaglia


La mattina dopo quella serata infernale c'era Duccio davanti alla porta di casa sua.

- Che ci fai qui, tu? La scuola?- Brontolò stancamente Edoardo.

Alzata di spalle. Una classica risposta da Duccio.

No, si corresse. Una classica risposta dal Duccio di qualche tempo prima. Ma il ragazzo era cambiato. E quanto ci teneva, Edoardo, al fatto di essere stato uno degli artefici della cosa...

- Tu non vai al lavoro?- Domandò il ragazzo. Aveva le occhiaie, i capelli neri e blu scompigliati, una delle sue solite maglie metal slargate e l'aria di chi sta per esplodere.

- Oggi no. Ho un impegno di pomeriggio.

- Dove stavi andando?

- A buttare la spazzatura. Non mi aspettavo di trovarti fuori dalla porta.

- Sempre di spazzatura si tratta, eh?

Qualcosa nel modo in cui erano state dette quelle parole smontò qualcosa, da qualche parte, proprio in profondità.

- Non dirlo nemmeno per scherzo.- Rispose, severo. - Chi ti ha messo in testa un'idea del genere?

Altra alzata di spalle.

- Indovina.

- Io... Va bene. Ho dimenticato il tuo compleanno. Ho dimenticato un sacco di cose. Ma...

- Ma cosa?- Il ragazzo si accigliò e distolse lo sguardo. - Io lo so che la gente cambia. E mi sta bene. In realtà no, mi fa incazzare e non mi sta bene, ma posso fare finta di essere maturo come Chiara e gli altri, e dire che mi sta bene. Però almeno sii onesto. Se sei cambiato, non fingere che sia ancora tutto come prima. Perché se sei cambiato e te ne freghi di come ci rimaniamo noi, allora tutti i tuoi grandi discorsi sulla maturità e la responsabilità non vogliono dire un cazzo. Quindi, chi se ne frega della scuola. Non è molto più grave di quello che fai tu, no? Non è vero che dobbiamo essere persone responsabili: tu te ne freghi dei tuoi amici, io me ne frego della scuola.

Gli voltò le spalle e cominciò a scendere i gradini davanti alla porta d'ingresso del piccolo appartamento di Edoardo.

- Ehi.

Niente.

- Duccio, vieni qui.

Era già in fondo alla scala.

Edoardo gli corse dietro e gli posò una mano sulla spalla, bloccandolo.

- Ascoltami. Vuoi la verità? Mi piacciono ancora le cose che facevamo insieme, ma non riesco a non pensare che siano cose infantili. E mi vergogno. Mi vergogno con voi, perché vi voglio bene. Mi vergogno con i miei colleghi, perché ho paura del loro giudizio. Dimmi tu cosa devo fare, se non sono disinvolto come loro o rilassato come voi!

Duccio si voltò, gli lanciò un'occhiata schifata e tornò a guardare avanti.

- Il non salutarmi quasi per strada cosa c'entra, con tutto questo? Ti vergogni anche dei tuoi amici?

- Sì. Non per colpa tua. Penso che i miei colleghi non capirebbero, e io ho bisogno di integrarmi con loro, visto che dovrò passarci un bel po' di tempo insieme.

- Sì, bene, e ora che ti sei confessato io cosa dovrei dire?

Edoardo lasciò la spalla dell'altro, assalito dalla più devastante tempesta di senso di colpa mai provata in vita sua, con il centro nel suo stomaco e numerose ramificazioni dalle parti della testa, della gola e del cuore.

- Che sono un idiota.- Rispose. Abbandonò le braccia lungo i fianchi. Pensò al tempo che passava, alle cose che cambiavano, ai suoi piaceri colpevoli, alle persone che avevano la meravigliosa dote di fare tutto e mescolare tutto senza vergogna, ai momenti che aveva condiviso con quella creatura un po' selvaggia che gli stava davanti e che esigeva la coerenza e la radicalità di cui avevano tante volte parlato. - Sono un idiota. Lo penso davvero. Scusami.

Dopo una decina di secondi, Duccio si voltò, ancora serio.

- E ora? Che vuoi fare?

Edoardo allargò le braccia e fece un passo verso l'altro. Sollevò una mano, tentato di cercare un contatto di nuovo; rinunciò e guardò a terra, sconfitto.

- Ricostruire un po' di cose con voi, credo.

L'altro rispose con un cenno della testa e un'altra alzata di spalle.

- Basta che non siano tutte parole. Mi hanno rotto, le parole.

Si voltò e prese a correre.

- Ehi. Duccio. Bella trovata quella dei soprannomi, comunque.

Il ragazzo si fermò e tornò a girarsi verso Edoardo. Era abbastanza vicino da mostrare il suo viso, da far capire cosa c'era nei suoi occhi. Edoardo vide un sorriso riluttante che si disegnava sulla bocca del ragazzo, un guizzo di fierezza, di quella malizia divertita e innocente che albergava da sempre negli occhi di Duccio.

- Bella, vero?- Gridò.

- Geniale.

Il sorriso si fece un pochino più certo e brillò ancora per un istante, prima che Duccio scappasse via.

Rimase l'eco del sorriso, però, come prima pietra per ricostruire qualcosa.




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