La voce del Guardiano


- Salve! Benvenuti! Siete qui per una camera, una cena, una... No, ti ho detto che quella è l’ordinazione dell’altro tavolo! Ehm! Benvenuti! Avete bisogno di...-

- Un tavolo ci basterà, aspetteremo lì che la situazione si sia calmata.-

La giovane locandiera fece un sorriso grato ai due nuovi arrivati, prima di schizzare via, rituffandosi nella mischia della sua caotica clientela.

- C’è un sacco di gente stasera!- commentò il più giovane dei viaggiatori, facendosi largo tra la folla, per raggiungere un piccolo tavolo che li attirava come un miraggio lontano. L’altro, un uomo alto dal viso scarno, non rispose. Quando si furono messi a sedere, finalmente, il più giovane scrutò a lungo il viso del compagno. – Ehi, sai che mi manca quasi un commento sarcastico?-

- A quale tua frase, scusami? Non mi piace essere sarcastico, a meno che tu non abbia qualcuna delle tue discutibili uscite.- Ma lo disse sorridendo.

- Comunque, per parlare di cose più gradevoli, pare che faremo molto tardi stanotte.-

- Tardi?-

- Se vogliamo portare a termine il nostro progetto... Con tutta questa gente...-

L’uomo studiò per qualche istante la folla, poi alzò le spalle.

- Di solito sei tu quello che si lamenta per il sonno.-

- Ah, ecco, mi sembrava strano... Ho chiamato il sarcasmo, e lui è arrivato!-

- Questo non era sarcasmo. Era realismo.-

- Che nel tuo caso si equivalgono!-

- Suvvia. In un anno non sei riuscito ad imparare la differenza?-

- Sarà che la tua voce e il tuo viso hanno una gamma di due espressioni e mezzo al massimo?-

Come per dar credito a quelle parole, l’uomo cercò di fare una faccia offesa, che risultò assolutamente simile a tutte quelle mostrate in precedenza.

Quietato il comune battibecco, i due si rilassarono, e mentre il ragazzo si dedicava allo sterminio del pane che era stato portato al loro tavolo, l’uomo prese a guardarsi attorno, come per studiare l’ambiente. E l’ambiente offriva davvero motivi di studio innumerevoli. Un’umanità vasta e variegata occupava quasi tutti i tavoli della grande sala. Vecchi e giovani, uomini e donne, famiglie e viaggiatori solitari, gente vestita da far invidia a qualche re e gente che nessuno avrebbe mai invidiato, facce ridenti e facce serie... E la luce vivace del fuoco che ardeva nell’enorme focolare che occupava quasi tutta una parete, le luci delle lanterne appese agli angoli della stanza, le luci delle candele sui tavoli. In quel posto c’erano solo gente e luci. Ed era un posto davvero interessante, anche se quella non era la prima volta che i due lo vedevano.

- Ti sei perso in contemplazione dei più alti misteri della vita?-

- Uhm. Suppongo si possa dire così.- L’uomo spostò lo sguardo sul suo compagno di viaggio, e questa volta per davvero aveva un’espressione diversa, pensierosa e distante. – Guardavo la gente.-

In quel momento un turbine di ricci castani e nastri arancioni quasi si catapultò sul loro tavolo. Passato il primo attimo di sgomento, i due riconobbero la locandiera, che stava portando un enorme vassoio colmo di bottiglie e bicchieri, in precario equilibrio sulle sua braccia esili.

- Perdonate il ritardo! Vi ho portato da bere, e potete ordinare la cena!-

- Non preoccuparti, fai con calma.- le rispose il ragazzo, galante. Lei servì loro da bere, regalando ai due un sorriso grato. Poi la sua espressione iniziò a cambiare, il sorriso a farsi diverso. Più grande, colmo di sorpresa.

- Ma voi due siete...-

- Ci hai riconosciuti?- si stupì il ragazzo.

- Ammetto che un anno fa eravate piuttosto diversi, sì. Ma siete capitati qui in una notte speciale. Non avrei potuto dimenticarvi.-

Il ragazzo sorrise, e lei fece per aggiungere qualcosa, ma in quel momento uno dei due camerieri, uno spilungone biondo tutt’ossa, fece un passo falso che si concluse con un tremendo capitombolo al centro della sala, e la ragazza dovette correre in suo soccorso, lasciando soli i suoi ospiti ritrovati.

- Si ricorda di noi.- commentò l’uomo.

- Anche noi ci ricordiamo di lei.- disse il ragazzo, con l’aria di chi sottintende molto più di ciò che dice. L’uomo finalmente decise di mostrare un’espressione ben determinata, e si lasciò sfuggire una risatina.

Non avrebbe potuto dimenticarla.

 

L’ultimo cliente se era andato, l’ultima candela era stata spenta. Anche i due camerieri si erano ritirati, dopo aver salutato la ragazza. C’era solo una manciata di braci ancora rosse e vive, nel camino, e due viaggiatori, al loro tavolo, in attesa. La locandiera li raggiunse, evidentemente per annunciare che era venuta l’ora della partenza, o del letto.

- Vorremmo parlare con te, se non ti è di disturbo... Inor.-

Lei guardò il ragazzo che le aveva fatto la strana richiesta: alto e robusto, un viso sorridente e l’aria di chi nasconde qualcosa.

- Con me?-

- Se non vi è di disturbo.-

- Oh, no. Non lo è. A cosa devo questo colloquio?-

- Al nostro desiderio di raccontarti la giornata che seguì alla nostra permanenza nella tua graziosa locanda.-

Lei li fissò, senza tradire le sue emozioni. Poi accennò un sorriso e fece cenno di sì.

- Mi ricordo della vostra permanenza, ve l’ho già detto.- disse, mentre si sedeva tra i due. – Eravate qui in una delle due notti più bizzarre dell’anno.-

- Già.- concordò il ragazzo. – La notte dell’apertura del passaggio. La notte in cui ai vostri abituali clienti, presumo, si mischiano viaggiatori e avventurieri e mercanti, studiosi, assassini, curiosi e ricercatori dell’infinito e dell’eterno. Tutti desiderosi di varcare la soglia che si apre solo alle prime ore del giorno, due volte l’anno...

 

 

Un anno prima

- Brindiamo all’avvento di tempi migliori per questo posto!-

- Cos’ha la mia locanda che non va?-

La ragazza lasciò un bottiglia sul tavolo dell’uomo e corse verso un altro tavolo.

- Non parlo della locanda, ma di questa storia del passo di Iyen e tutta la faccenda!-

- E perché ci sarebbe bisogno di tempi migliori?-

L’uomo sorrise, riempì il bicchiere e lo sollevò.

- Perché mi auguro che sia arrivato finalmente il tempo in cui la gente non avrà più bisogno di tutte queste superstizioni, e il passo di Iyen sarà aperto a tutti!-

- Oh.- commentò lei, sembrando tutto tranne che convinta. – Suppongo che non abbiate idea di come funziona il rito del passaggio, signor…-

- Orihen. Professore di geografia.- le rispose. – Mia cara…-

- Inor.-

- Inor. Io so benissimo come funziona. Ed è per questo che auspico la sua fine.-

- Io non lo so come funziona, e siccome devo passarci attraverso vorrei davvero capirci qualcosa.-

Inor si voltò verso la donna dall’aria tetra che aveva appena parlato. Se ne stava arroccata in un angolo, china sul piatto, da sola al tavolo.

- E’ molto semplice.- spiegò Inor, spostandosi al centro della sala e attirando su di sé l’attenzione di tutti gli avventori. – Il passo di Iyen è un piccolo passo, piuttosto difficile da attraversare, alle pendici dei monti Hysai, qui vicino. Il passo è l’unico accesso per la valle chiamata Saral, un luogo isolato, stretto tra monti e deserti, di cui si parla poco. Però la terra su cui posa la catena montuosa degli Hysai non è una terra comune. Quale sia la sua storia, l’anima del suo segreto, nessuno lo sa. Eppure è un luogo singolare. Un luogo sacro, antico come il più antico dei sassi di questo mondo, e non tutti sono bene accetti, su quel suolo. Da secoli, ormai, il passo si può attraversare solo poche volte l’anno, all’alba. Questa notte precede una di quelle albe. Domattina il passo sarà agibile, e potrete andare di là, a Saral.-

- Bene, mia cara Inor.- Orihen si intromise. – In realtà avete già detto tutto voi, tutto quel che intendevo dire io. Le spiegazioni si nascondono nelle tue parole.-

- Sarà, ma io non credo di aver capito dove volevate arrivare...- borbottò il taciturno cameriere biondo, servendo sgarbatamente la cena al professore.

- D’accordo. Come mai da secoli nessuno supera il passo di Iyen, se non in queste poche giornate tanto speciali?-

- Ehi, l’ha spiegato ora!- rispose la donna tetra, lasciando per un attimo la sua minestra e lanciando un’occhiata perplessa al geografo.

- Appunto. E’ chiaro. Perché da secoli la gente è convinta che questo sia un luogo sacro, che la valle di Saral sia ugualmente sacra e impenetrabile, che qualche antica creatura o dio senza nome stia di guardia, pronto ad annientare il sacrilego che non rispetta l’ordine supremo e tenta di passare in un giorno qualsiasi!-

- Oh.- disse di nuovo Inor, non particolarmente colpita da quello sfoggio di certezza.

- E voi dunque non credete a nulla di tutto questo?- chiese il cameriere biondo, che guardava Orihen come fosse stato qualche specie di animale strano e disgustoso.

- Certo che no.-

- E allora perché siete qui nel giorno stabilito comunque? Non potevate sfidare dei e creature ed attraversare Iyen a vostro piacimento?- chiese Inor.

- Perché sono sicuro che ci sarebbero guardie ad impedirmelo, gente convinta delle vostre superstizioni, o che ritiene giusto propagandarle!- sbottò Orihen, stizzito dall’ilarità che la domanda di Inor aveva provocato nella sala.

- Perché non si parla mai della valle di Saral?- domandò la donna nell’angolo.

- Oh, fa parte del mistero!- commentò sarcastico Orihen. – Nessuno l’ha mai vista, nessuno c’è mai stato, chissà se c’è.-

- Beh, io l’ho vista.- rispose Inor. – E vi garantisco che c’è. E’ un luogo indubbiamente speciale. E comune, allo stesso tempo. Ma è anche un luogo di cui non si parla.-

- E perché?

- Non se ne parla perché Saral è un luogo sacro!- rispose un uomo, seduto a pochi tavoli di distanza dal geografo. Aveva tutti i capelli grigi, raccolti in una lunga coda, e il fisico ancora robusto, nonostante l’età avanzata.

- E voi chi sareste?- domandò Orihen.

- Mi chiamo Yer, e sono un viaggiatore.- rispose lui, sfoderando un sorriso da incantatore, il genere di sorriso che non manca mai di affascinare le signore. In effetti alcune signore presenti in sala ne furono piuttosto affascinate. Inor e la donna tetra parevano immuni a quell’irradiazione di fascino, però.

- Viaggiatore? Mi pare che tutti lo siamo.- commentò la donna.

- Ma io viaggio in cerca di risposte. Interrogo la strada, e ascolto ciò che i luoghi hanno da dirmi. E la strada mi ha condotto qui, oggi.-

- Insomma, uno che non ha nulla da fare e un sacco di tempo da perdere...- commentò il cameriere biondo.

- Beh, comunque è vero.- riprese Inor. – Non si parla mai di Saral perché fa parte del mistero. Ed è un luogo sacro.-

- Mistero o no, io ho intenzione di andarci. Sono una mercante, mi chiamo Hasa.- spiegò la donna dall’aria tetra. – Commercio in gioielli e pietre rare. Trovo che un luogo praticamente inesplorato potrebbe nascondere risorse interessanti. Ho intenzione di saperne di più.-

- Pensate a quanti stupidi sborserebbero migliaia di monete per una piccola, banale pietra che viene dalla misteriosa terra di Saral!- disse Orihen. Qualcuno, nella grande sala, rise, ma la maggior parte rimase in silenzio, quasi a volerlo rimproverare per quelle parole irrispettose. Quello era uno dei pochi luoghi nel mondo in cui la gente li prendeva sul serio, i misteri.

- Dunque... Domattina Orihen, Yer e Hasa cercheranno di superare il passaggio di Iyen.- disse Inor, facendo scorrere il suo sguardo dall’uomo robusto e accigliato al vecchio piacente, fino a raggiungere la donna magra e seria.

- Anche noi!-

Inor si voltò verso la voce, e incontrò il viso giovane e gli occhi pieni di entusiasmo di un ragazzo, che si stava sbracciando per attirare la sua attenzione. Aveva una gran massa di ricci scuri e intricati, e un’aria di fastidiosa superiorità. Una di quelle persone che ti danno l’impressione di essere simpatiche come un’orticaria. Al suo tavolo sedeva un uomo alto e curvo, col viso smunto e gli occhi spenti. Teneva la testa china e sembrava non prestare la minima attenzione a ciò che accadeva attorno a lui.

- Noi dobbiamo portare un messaggio.- spiegò il ragazzo. – E sapevamo già tutto di Iyen, del rito, dell’alba e di Saral. E anche del Guardiano!-

- Il Guardiano?- saltò su Hasa, con l’aria di chi si è stufato di avere sempre nuove sorprese.

- Questa mi mancava.- rise Orihen. – Su, Inor, spiegaci di che si tratta.-

- Potrei dirvi che anche questo fa parte del mistero. Ma è molto semplice. Non tutti riescono ad andare di là. Ogni volta che Iyen è agibile, sono sempre pochi quelli che effettivamente riescono ad andare oltre. Gli altri vengono fermati. Dal Guardiano. Sceglie lui chi deve passare. Nessuno sa chi o che cosa sia, nessuno capisce il criterio per cui alcuni sono graditi ed altri no.-

- Oh, certo. Ora il quadro è completo.- ironizzò Orihen. – Bene, un’altra delle follie che saranno smantellate definitivamente!-

- Significa che state andando di là con l’intenzione di svelare l’inganno dietro tutta questa faccenda del mistero?- domandò Yer al geografo.

- Esatto. E’ un progetto che ho da tempo.-

- Chissà se il Guardiano vi concederà di passare.- commentò Yer. Orihen scattò in piedi, fissando il viaggiatore con aria infuriata.

- Almeno voi, piantatela di dare credito a queste sciocchezze!-

- Sciocchezze, è vero.- L’altro cameriere, un giovane dai capelli lunghi e dalla risata facile, si intromise, versando da bere al geografo infuriato e offrendogli il bicchiere come in segno di pace. – Tutte sciocchezze e follie. Favole evanescenti, professor Orihen. Però tutte le volte c’è qualcuno che non riesce a passare.-

Orihen accettò il bicchiere e si sedette di nuovo, borbottando qualcosa di poco cortese e scuotendo la testa.

- Io se fossi in voi farei di tutto per capire qual è il criterio del Guardiano!- esclamò il ragazzo dai capelli ricci, rivolgendosi al cameriere.

- Oh, ma io ho fatto di tutto per capire.- rispose lui, sorridendo. Aveva preso uno strumento musicale appoggiato al muro in un angolo, e si era seduto, iniziando a sfiorarne le corde, come per prenderci confidenza. – Ma non ci sono mai riuscito. Ci sono volte in cui ho perfino dubitato della sua sanità mentale! Ma... chissà... Forse possiede una vista segreta, un’intuizione profonda che io non ho...-

 

Quella notte qualcuno si introdusse furtivamente nella camera di alcuni clienti, derubandoli. La persona maggiormente colpita fu Hasa, la mercante, alla quale furono portati via soldi, vestiti ed equipaggiamento da viaggio. Folle di rabbia, decise di andare a denunciare il furto subito dalle guardie della città più vicina. All’alba non si presentò al passaggio.

Yer si svegliò pallido e tremante, colto da attacchi di tosse improvvisi e con una forte difficoltà di respirazione. Giacque nel suo letto senza forze, incapace perfino di buttare giù un cucchiaio di minestra o qualche cibo, per ritrovare un po’ di energia. Inor sentenziò che si trattava di un morbo che conosceva, non grave, ma fastidioso, che richiedeva diversi giorni di riposo. Yer accettò le cure, e prese quella malattia come un segno che la sua vera meta era altrove.

All’alba non era tra quelli che dovevano passare oltre Iyen.

Un’alba tenue e nebbiosa, come sono le albe di novembre, si era levata, timida e soffocata dalle nuvole, fredda e insignificante. I due messaggeri e Orihen lasciarono la locanda, scortati dal cameriere biondo e taciturno. Li condusse per un sentiero battuto, e camminarono per qualche minuto, avvolti nei loro mantelli, silenziosi e intenti a non pensare al freddo che li aggrediva. Finalmente raggiunsero il ciuffo di foresta che nascondeva a tutti la vista del passo di Iyen. Una manciata di sempreverdi, radi ma alti, all’interno della quale si aprivano due strade. Entrambe portavano al passaggio desiderato.

- Lo raggiungerete per vie separate.- spiegò il giovane ai tre viaggiatori. – I sentieri sono due. Ci vorrà una mezz’ora di cammino, poi sarete ad Iyen. La via è scoscesa, e farà molto freddo. Ma se desiderate andare di là, io credo che sarete protetti e accompagnati, e ci riuscirete.- Mentre diceva quelle parole la sua voce si era fatta quasi dolce. Era una benedizione per i viaggiatori, quella che stava pronunciando. – Buon viaggio.-

Li lasciò da soli, e tornò verso la locanda. I tre rimasero a fissare la strada che si apriva loro davanti, con tutti i suoi quesiti irrisolti e il futuro invisibile oltre quegli alberi e due sentieri.

- Non vedo alcun motivo di dividerci.- sentenziò Orihen.

- Io sì.- disse il ragazzo. – Il rito è questo. Per voi può non avere significato, ma io ho intenzione di rispettarlo.-

- Non ha senso, e ciò fa di voi una persona al di sotto dell’intelligenza e del comune buonsenso!- si stizzì il geografo.

- Era un modo dotto di darmi dello stupido?- domandò il ragazzo. Poi offrì il braccio al compagno, che sembrava sofferente e camminava lentamente, facendo attenzione ad ogni passo.

- Sì, siete uno stupido!- gli urlò dietro Orihen.

- Non è che avete paura ad andare da solo?- rise il ragazzo, proseguendo senza voltarsi. La risposta fu una di quelle frasi irripetibili, che ci si stupisce di trovare in bocca ad uno studioso. A quel punto, le strade si divisero, e il geografo si trovò a dover obbedire alle leggi del rito, che lui tanto disprezzava.

Il freddo era intenso, la via era difficile. Il respiro mancava e i passi si facevano dolorosi. I due messaggeri andavano avanti, con il battito del cuore un po’ più veloce, e non solo per la fatica.

E poi, all’improvviso, iniziarono le voci.

Prima un sussurro di brezza. Poi come un vento più forte, che porta con sé rumori incerti, risate distanti, suoni che non si riconoscono. Infine divennero vere e proprie voci, una cantilena oscura e fastidiosa in un linguaggio sconosciuto. Veniva dagli spazi d’ombra tra gli alberi, e nessuno dei due aveva il coraggio di voltarsi a guardare.

Seguirono note dissonanti suonate da strumenti scordati. Respiri troppo vicini, passi che ripercorrevano i loro. Anche se qualcuno fosse comparso per dire che era tutto uno scherzo, che non c’era niente da temere, non si sarebbero sentiti tranquilli. Era tutto troppo incerto, troppo strano, per fidarsi. Ogni parola, ogni nota riportava in vita misteri troppo antichi e profondi, e nutriva la paura dell’ignoto, che risiede in ogni anima, anche in quelle dei più coraggiosi e dei più razionali.

- Ma cos’è?- sussurrò il ragazzo, turbato.

- Qualunque cosa sia, tentiamo di andare avanti.- rispose l’altro.

- Tu ce la fai?-

- Sì. Se ci aiutiamo ce la faremo tutti e due.-

Si strinsero, aumentarono il passo. Nel vento si levò una canzone, una lingua sconosciuta dai suoi duri e stridenti. La melodia era gelida come l’alba. Eppure, con ogni passo che facevano, sembrava che le note cambiassero la loro anima, facendosi sempre più dolci e rassicuranti. Se qualcuno avesse chiesto loro di cosa parlava quella canzone, avrebbero risposto che raccontava di una strada. Una strada senza ostacoli.

E senza ostacoli superarono il passo di Iyen. Da soli.

 

***

 

- Così ce l’avete fatta.- mormorò Inor, alla fine del racconto. Sorrideva, ma c’era qualcos’altro nel suo viso, come un’ombra di ansia che non riusciva a nascondere.

- Cos’è successo poi ad Orihen?- le domandò il ragazzo.

- E’ tornato dopo un paio d’ore.- rivelò Inor. – Terrorizzato, anche se faceva finta di nulla. Con un braccio rotto: era caduto tentando di sfuggire chissà a cosa. Magari ad una delle creature che disprezzava tanto.-

- Probabile.- rispose il ragazzo, con un sorriso che sottintendeva qualcosa. – Comunque, noi siamo tornati per ringraziare il Guardiano.-

- Beh, mi sembra una cosa un po’ difficile...-

- Oh, su, via. Noi non crediamo.-

Inor sembrò raggelata da quelle parole. Si premurò subito di sorridere, e scuotere la testa come se non capisse, ma ai due non era sfuggito lo sguardo pieno di paura e lo sgomento che la pervadeva.

- Non ti preoccupare, Inor.- le disse l’uomo, tendendo una mano per raggiungere quelle di lei, piccole e fredde. – Non abbiamo cattive intenzioni.-

- Vogliamo solo ringraziarti.- concluse il ragazzo. – E cercare di capire perché hai scelto noi.-

- Io... Ma come potete affermare una cosa simile? Essere tanto certi che sia io? Perché io e non uno degli altri, qui, o una creatura non umana?-

- Perché quando siamo arrivati a Saral abbiamo cominciato a vedere chiaro in molti misteri.- disse il ragazzo. – Per esempio, abbiamo riconosciuto la lingua delle voci misteriose che ci hanno accompagnati nell’ultimo tratto di cammino. E’ la lingua della valle, e non una qualche lingua fatata. Riflettendoci, abbiamo ricordato alcuni particolari. Lo strumento a corde. Ne hai uno, qui, lo suonava uno dei tuoi camerieri. E poi, chi meglio di te poteva mettere qualche erba nociva nel cibo di Yer? Poi ti è stato facile diagnosticargli una malattia, e curarlo, senza però farlo partire. Per non parlare del furto subito da Hasa. E’ quella a cui sono state rubate più cose, e siete stati voi a suggerirle di andare in città a fare una denuncia.-

- E perché io, e non uno dei camerieri?- insisté lei.

- Oh, ovviamente qualcuno ti aiuta. Avrei dei sospetti su un paio di camerieri. Ma c’è stato un particolare che ci ha tolto ogni dubbio su di te.-

- Abbiamo incontrato una persona, a Saral, che ci ha fatto capire come stavano le cose.- spiegò l’uomo. – Siamo stati accolti in una locanda, appena arrivati. E lì è venuto a trovarci il governatore della cittadina, un giovane uomo di nome Kayr. Ci siamo stupiti che proprio il governatore in persona fosse lì, ma lui ci ha detto che arriva così poca gente, a Saral, che si sente in dovere di conoscere tutti. Abbiamo parlato a lungo, soprattutto delle nostre intenzioni, del perché del nostro viaggio. E quando ci ha salutati, si è lasciato sfuggire una frase che ci ha dato da pensare.-

- Ah sì?- borbottò Inor, esasperata. – Cosa si è lasciato sfuggire, quell’idiota?-

- Ha detto che la nostra guardiana non si sbaglia mai, quando si tratta di scegliere i viaggiatori che possono passare.- disse il ragazzo.

- Noi abbiamo chiesto spiegazioni, e lui si è subito corretto, dicendo che parlava del Guardiano. Ma dopo, quando abbiamo rimesso insieme tutti i pezzi, abbiamo capito.-

Inor sospirò e scosse la testa, e per un po’ non disse niente. Il suo silenzio era indecifrabile, e i due attesero che fosse pronta a parlare e svelare loro le cose che ancora non sapevano.

- E perché avrei scelto proprio voi?- domandò alla fine, tornando a guardarli.

- E’ quello che vorremmo sapere.-

Inor fece cenno di sì con la testa, lasciando che un debole sorriso tornasse ad illuminarle i lineamenti da ragazzina.

- Va bene. Ve lo dirò. Ma prima voglio sapere qualcosa da voi. Voi siete i primi che siete tornati da me. E credo che anche in passato, quando i Guardiani erano altri, raramente i viandanti siano tornati. O perché non avevano capito, o perché avevano capito, e sapevano che era meglio così. Allora, ditemi, perché secondo voi esistono i Guardiani, le storie sul passaggio e tutto il resto?-

- Per risponderti, dobbiamo svelarti cosa c’era di là.- disse il ragazzo. – Ma credo tu lo sappia.-

- Voglio sentirlo dalla vostra voce. Vederlo attraverso i vostri occhi.-

Il ragazzo annuì. Socchiuse gli occhi, come per lasciarsi alle spalle la stanza buia, appena illuminata dalle ultime braci, per raggiungere di nuovo il luogo che aveva attraversato e che aveva conquistato il suo cuore.

- Di là... Di là c’è una semplice valle, abitata da gente piuttosto comune. Però, per qualche strano miracolo, le persone hanno mantenuto un’umiltà e un rispetto per il mondo attorno a loro che raramente si vedono. Diciamo che hanno capito le loro responsabilità per il tesoro che hanno tra le mani. Saral è l’unico posto di queste terre dove ancora crescono molte piante, ormai introvabili in ogni altro luogo. Piante medicinali. A Saral si coltivano piante da cui si ricavano farmaci che poi vengono diffusi per tutte le altre terre. Probabilmente, se certe logiche distorte che ormai invadono tutti i regni arrivassero a Saral, tutto andrebbe perduto. Le piante, i loro segreti e la salvezza che portano a tanta gente. Così, finché Saral è un miracolo, è bene che resti nascosta e protetta.-

Inor nascose il viso tra le mani.

- E voi volete conservare il segreto?- mormorò.

- Fidati.- rispose il ragazzo. – Lo vogliamo conservare.-

- Io so cosa significa la malattia e la sofferenza.- le rivelò l’uomo. – Non posso rimanere insensibile davanti a un luogo come quello. Anche perché io stesso vi ho trovato sollievo. Il segreto è al sicuro, con noi.-

Inor allora mostrò di nuovo il suo viso ai due viaggiatori: aveva gli occhi lucidi, sembrava ancora scossa per essere stata scoperta, eppure si stava rasserenando.

- Le vostre parole sono più miracolose delle erbe di Saral.- disse lei. – Vi voglio credere.-

- E ci devi dire perché ci hai scelti.- la incalzò il ragazzo.

- Perché quando siete arrivati alla locanda, vi ho visti, dalla finestra. Tu portavi anche i bagagli del tuo compagno e lo aiutavi nei tratti di strada difficili. Ho pensato che forse potevate davvero capire quanto è preziosa per tutti la terra di Saral.-

- E perché solo noi?- insisté il ragazzo, che sorrideva, evidentemente felice di quel complimento indiretto che gli era stato rivolto.

- Beh, onestamente... Hai visto chi erano gli altri?- domandò Inor. I due scoppiarono a ridere. Potevano ben perdonare una punta di cattiveria, in quella Guardiana coscienziosa.

- Grazie di tutto.- concluse l’uomo, infine. – Il viaggio è stato importante, per noi.-

- Si vede.- rispose Inor. – Mi sembrate cambiati.-

- Cambiati?- chiese il ragazzo, curioso.

- Tu sei indubbiamente molto più... simpatico. E il tuo compagno sorride in maniera davvero bella. Non vi ricordo così. Il viaggio è stato importante davvero.-

- Grazie per averci scelti, Inor.- le disse il ragazzo, dopo aver riso alle parole di lei – E grazie per il compito che svolgi. Se il miracolo di Saral vive e risplende, è merito anche del tuo lavoro umile, nell’ombra.-

- Grazie a voi di essere tornati. A volte anche un Guardiano si fa prendere dai dubbi.-

Strinse le mani di entrambi e si alzò, allontanandosi. Sulla porta si voltò, con un sorriso divertito sulle labbra.

- E comunque, sappiate una cosa. I misteri esistono. Forse il Guardiano non è un’antica creatura. Ma... Se mi sentite cantare, scoprirete che ho una voce molto alta, e non bassa, calda e avvolgente come quella che, ogni volta che qualcuno vuole attraversare Iyen, lo accompagna nell’ultimo tratto. Non sono io a cantare quella canzone. Quella lingua così aspra non è la lingua di Saral, e io non la conosco. Nessuno la conosce. La canzone è un mistero che nessuno di noi ha mai svelato. Un’altra cosa nell’ombra, che lì deve rimanere.-

 


 

 

 

 






A quelli che rispettano i misteri e a coloro che devono prendere decisioni importanti.

A Mia e Wednesday.

 




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