I nemici e la neve


- Dunque. Leggo qui che sei stato condotto di fronte a questa corte per rispondere dell'accusa di tre dei peggiori crimini che si possano imputare a un soldato in guerra.
Corte è una parola esagerata almeno quanto le decorazioni delle armature degli ufficiali. Lì, davanti a lui, c'è solo il giudice: un tipo che avrà sì e no una ventina d'anni, con una faccia da schiaffi che non si può guardare, un naso lungo e affilato quanto una spada e una barbetta perfetta che deve portargli via due ore ogni mattina.
- Leggo anche che non è la prima volta che vieni giudicato per qualcosa.
Eh, già, guarda un po'. Annuisce e sospira.
- Non vuoi dirmi quante altre volte sei stato qui...- Il giudice deve riprendere un mano una delle scartoffie per scoprire come si chiama l'imputato. Ha letto un sacco di cose, insomma, ma non il nome del disgraziato che ha davanti. - Irnor?
- Nove.
- Oh. Nove volte. In cinque anni. Però. - Ride per qualche momento, poi torna ai suoi fogli. - Leggo che sei originario di Rendor e hai ventitré anni. Che servi nella divisione del generale Dassath e che i crimini per cui vieni giudicato risalgono a tre mesi fa, periodo in cui la tua divisione si trovava sul confine Nord-Ovest, per tenere a bada i nomadi Tharn.
- Nomadi... Nomadi quanto me.- Commenta Irnor.
- Cosa intendi dire, soldato?
- Non si può più neanche pensare a voce alta, adesso?
- Vuoi che aggiunga ai tuoi capi d'imputazione anche “tendenze ribelli”?
- No. Chiedo perdono. Possiamo andare avanti.
Nove volte, e ancora non ha imparato a tenere a bada le tendenze ribelli che, in effetti, ha da vendere.
- Parlavamo dei nomadi Tharn. E della campagna contro la loro aggressione, sul confine Nord-Ovest...


La neve si prendeva la maggior parte delle stagioni, da quelle parti. L'autunno lì sulle montagne era come un mite inverno del Glendh. Irnor era combattuto, guardando la neve tutt'intorno: non avrebbe mai cambiato il calore e il sole del Glendh con tutto quello, però il bianco e i gioielli del ghiaccio avevano un fascino incredibile. Avanzava, lentamente, in coda al gruppo, e si concedeva di contemplare ciò che vedeva. Più avanti il capo della sua sezione sbraitava gli stessi ordini che aveva già strillato per un'ora, mentre la maggior parte dei suoi compagni, a gruppetti di tre o quattro, ignorava gli ordini e parlottava, finendo sempre per sghignazzare o scoppiare in filastrocche volgari e blasfeme. Delle uniche persone che Irnor era solito chiamare amici, nella divisione del generale Dassath, due avevano cambiato reggimento, uno s'era sposato e aveva detto addio all'esercito e tre erano morti nella campagna precedente. Così Irnor si teneva la sua solitudine e sfruttava quei momenti per guardarsi attorno e meditare su tutte le cose che voleva fare – e che avrebbe fatto – una volta tornato a casa.
Per un tratto costeggiarono un villaggio Tharn distrutto. C'erano ancora muri mezzi rovinati, tracce di fondamenta e tristi stecchi di legno bruciacchiati che si ergevano nel bianco, stagliandosi contro il cielo come terribili segni che gridavano offesa al cospetto degli dei.
Irnor abbassò gli occhi, vergognandosi di essere parte di quell'esercito, di quel regno. Quel regno che chiamava “nomadi” i Tharn e si affannava a ripetere che la loro zona d'influenza sarebbe dovuta essere altrove, al di là del confine, problema di altri. Che meravigliosa ipocrisia, bruciare i villaggi e affermare che i Tharn erano nomadi.
Che poi, anche se lo fossero stati davvero... La popolazione del Glendh era nomade: veniva dal Sud dell'Impero ed era fuggita, attraversando una manciata di regni, per scappare a un nemico che li odiava per la loro razza e la loro cultura. Storia di un millennio prima, sì, ma in fondo più recente che certe storie di eroi che a corte si amava raccontare. Sembrava ci fosse una sorta di selezione: alcune storie andavano ricordate, altre no.
Lasciarono il villaggio accusatore alle spalle e presto furono nella zona rocciosa e inospitale dove avrebbero nascosto il loro accampamento. Il sole era già per più di metà oltre la linea dell'orizzonte. Presto avrebbero ripassato le direttive per l'indomani e avrebbero dormito qualche ora.
In attesa di andare a distruggere qualche altro villaggio, per poi raccontare, a casa, che avevano fermato i preparativi di un pericoloso gruppo di guerriglieri pronti a scendere verso la capitale.


- Dunque, Irnor. Le prime accuse che ti vengono rivolte sono diserzione e istigazione alla diserzione. Come rispondi?
- Beh. Non una battaglia intera. Diciamo che siamo solo arrivati tardi.
- Dunque ammetti la tua colpa?
- Non c'è molto da ammettere. Siamo stati beccati in pieno.
- E' vero che tu e altri cinque soldati siete arrivati all'alba all'accampamento, che era stato attaccato da almeno un'ora dai Tharn, quando le regole impongono che si sia tutti presenti ben prima?
- E' vero.
- I tuoi cinque colleghi hanno ammesso la loro colpa. Dovranno scontare due settimane di prigionia, poi saranno liberati.
Irnor non commenta riguardo il provvedimento. Però vorrebbe dire che hanno già scontato, tutti e sei, un mese di prigionia gratuito, in attesa del processo.
- Hanno detto di essersi allontanati insieme a te per bere del vino che ti eri portato dietro illegalmente.- Riprende il giudice. - Tu hai offerto loro da bere, convincendoli a stare via dall'accampamento oltre l'orario consentito. E' così?
- Ehm...


Si lasciò dietro l'accampamento e il baccano quieto dei suoi compagni. La neve inghiottiva i rumori e c'era un'atmosfera ovattata, silente, che paradossalmente gli dava una strana sensazione di calore. Era in guerra, lo avevano mandato in un luogo lontano e inospitale a fare cose che lui non aveva mai voluto fare, eppure era pervaso da una goccia di inspiegabile consolazione. Era la neve, di sicuro.
Vagò tanto a lungo da perdere il senso del tempo. Si riscosse solo quando si imbatté in qualcosa di cui i suoi capi certo non sapevano. Un piccolo borgo Tharn, un ammasso di legna e pietre che fingevano di essere quattro o cinque case. C'era un falò, davanti al borgo, attorno al quale stava un cerchio di persone agitate. Una donna si trascinava dietro tre bambini piagnucolanti. Una ragazza, con dei pezzi di legno in mano, sembrava discutere con un vecchio.
I Tharn parlavano uno strano misto di lingue che Irnor capiva parzialmente. Intuì che qualcosa non andava relativamente a un tetto. Sollevò lo sguardo e si rese conto che il tetto di quel minuscolo complesso abitato era crollato, sotto il peso della neve, e gli abitanti erano esposti al freddo notturno.
Quasi senza pensare, Irnor si strinse nel mantello, attento a nascondere la sagoma della spada al fianco, e avanzò verso di loro.
- Avete bisogno d'aiuto?
Silenzio. Tutti si voltarono verso di lui: la madre con i tre bambini, la ragazza con il legno, il vecchio, due vecchie che stavano in piedi solo appoggiate l'una all'altra, un'altra giovane donna con un bambino in braccio, un uomo robusto con un braccio solo e una benda sull'occhio, e infine un ragazzo più o meno dell'età di Irnor.
Fu lui ad andargli incontro. Aveva gli occhi chiari e i capelli biondo-sabbia tipici dei Tharn, e un'andatura zoppicante. Irnor immaginò che quel gruppetto di indifesi fossero gente riparate lì perché sfuggisse agli scontri.
- Crollo tetto.- Disse il ragazzo, indicando le case dietro di sé. - Tu soldato, avversario.
- Sono un soldato, ma non un nemico.
- No mi fido.
Irnor aprì il mantello e sfoderò la spada, gettandola a terra.
- Senza armi.- Disse. - Ti fidi?
- Perché qui?
- Vi voglio aiutare.
- Distruggi villaggi e aiuti noi?
- Spero che nessuno distruggerà il vostro rifugio.
Il ragazzo lo squadrò per qualche momento, poi gli sollevò il mantello per controllare che non avesse altre armi. Irnor lo avrebbe mandato volentieri in qualche bel posto, per via del freddo impietoso che gli s'infilò addosso, sotto il mantello. Poi il ragazzo lo lasciò stare, con un cenno della testa.
- Come vi aiuto?
Il ragazzo gli fece cenno di seguirlo e Irnor si era appena incamminato, quando una delle donne lanciò un grido. Irnor si voltò e si accorse che alcuni dei suoi compagni erano lì, con le spade sfoderate e le torce in pugno.
- Che diavolo fai qui, Irnor?
Lui corse incontro agli altri, mettendosi tra loro e la gente.
- Li aiuto a riparare un tetto.
- Ti rendi conto di quale immensa stronzata sia questa, vero?- Abbaiò Daar, che aveva preso la guida del gruppetto.
- Non importa. Non voglio farli morire di freddo. Non faccio del male a nessuno, no? E non trasgredisco regole. Abbiamo qualche ora libera.
- Probabilmente uno dei prossimi giorni arriveremo qui e bruceremo queste catapecchie.- Notò Greyne, con un accenno di risata. - Perché ricostruire il tetto?
- Almeno moriranno per un colpo di spada e non per la neve, lentamente.- Ribatté Irnor. - Vi ripeto, ho il diritto di farlo.
- Potremmo accusarti di socializzazione con il nemico.- Obiettò Daar.
- Potreste, se commerciassi con loro o se passassi loro informazioni, o cose del genere. Niente mi vieta di tirare su qualche pezzo di legno.
In effetti Daar non poteva dire nulla. Irnor volse loro le spalle e tornò dal ragazzo, cercando di spiegargli che andava tutto bene, che poteva aiutarli.
Dieci minuti dopo c'erano sei soldati che aiutavano un gruppetto di disperati a rimettere su un tetto. La cosa fu lunga e complessa.
Quando tornarono all'accampamento era l'alba, e i Tharn avevano attaccato.


- ... beh, sì, insomma, abbiamo bevuto un po'. Tutto qui. Succede, negli eserciti. Avevo del vino e... ehm, sì, ho proposto agli altri di bere con me.- Rispose Irnor, sospirando. La verità gli sarebbe costata molto più cara che quella banale menzogna.
- Ho capito.- Disse il giudice, continuando a scorrere i fogli e foglietti relativi al caso che gli avevano fornito. - Ti dichiari quindi colpevole di diserzione e istigazione alla diserzione?
- Sì, sì, certo. Andiamo avanti.
- La terza accusa è quella di commerci illegali col nemico. Come rispondi?
- Più o meno...
- Nella disciplina militare “più o meno” non esiste.
- Va bene. Insomma, è stato alcuni giorni dopo il secondo scontro.


Com'era prevedibile, un migliaio di soldati armati di tutto punto e soprattutto corazzati sono ben più forti di qualche centinaio di contadini e artigiani che lottano con forconi e accette, e sono protetti al massimo da qualche striscia di cuoio che chiamano “armatura”. Il primo attacco era stato sbaragliato in pochissimo tempo. C'era stata una seconda battaglia, poi: questa volta la prima mossa era stata dell'esercito, e nel giro di un paio d'ore avevano distrutto una postazione che si ostinavano a chiamare “base militare”. Mentre era ovvio che si trattava solo di una specie di locanda con qualche casupola attorno. D'accordo, magari la stavano usando come base militare. Ma i Tharn e la guerra sembravano due mondi ben distinti.
L'esercito aveva spostato l'accampamento sui resti ancora fumanti della famosa base militare smantellata. Si preparavano per un terzo scontro – l'ultimo probabilmente. Questo avrebbe ricacciato i Tharn oltre il confine. Che se la vedessero i governanti del Dhet-Daim, insomma.
- Irnor!
Abbandonò la tenda che non riusciva a montare e si voltò verso Daar. L'omone scontroso aveva preso a trattarlo un po' meglio, ultimamente. O era una strana forma di rispetto e complicità dopo l'avventura notturna della settimana precedente, o era solo paura che Irnor rivelasse cos'avevano fatto.
- Che c'è?
- Pattuglia a ovest. Sei dei nostri.
Abbandonò la tenda che non voleva farsi montare, per essere “dei loro”. Pattugliò in silenzio con altri quattro membri della sua sezione,
Finché la notte li sorprese e divenne difficile seguire il sentiero. La neve cominciò a turbinare sulle loro orme e sulla loro via, fino a cancellarla del tutto. Bloccati, sotto il cielo implacabile, senza fuoco né direzione. Irnor aveva abbastanza voglia di ridere. In fondo se lo meritavano. Avrebbero dovuto lasciare quella manciata di disperati sulla punta dei monti e pensare a problemi molto più reali e tangibili, nel Glendh...
All'improvviso videro un bagliore, e poi un gruppetto di persone che emergeva da dietro un masso. I cinque portarono le mani alle spade. Il gruppetto in avvicinamento era composto da sei persone: giovani uomini con grosse sacche di cuoio, infagottati nei rozzi mantelli verdi dei Tharn. Avevano delle torce e chiacchieravano tranquillamente. Ci misero un po' a notare i soldati nel buio. E quando li videro, invece di sfruttare la loro posizione di vantaggio (avevano il fuoco, conoscevano il terreno), indietreggiarono, spauriti.
- Dannati Tharn! E' un'imboscata?- Gridò Igar, soldato che non aveva mai brillato per intelligenza.
- Cosa? Come può essere un'imboscata?- Domandò uno dei Tharn, parlando la lingua del Glendh molto più correttamente di Igar.
- Cosa fate, qui?- Domandò Daar, diffidente. - Fateci controllare quelle borse.
- E perché? E' terra nostra, questa, e voi siete invasori.
- Siete voi che avete rotto gli accordi di pace!
- Mai fatta una cosa simile.
Daar agguantò con più forza l'impugnatura della sua arma, e forse l'avrebbe sfoderata, se Irnor non si fosse messo in mezzo.
- Se ci lasciate una torcia, vi regalo il mantello. E ci ignoriamo a vicenda, facendo ritorno ognuno al suo rifugio, senza danno. Che ne dite?
Il capo del gruppetto di Tharn, un giovane con i capelli di un marrone pallido, lungi e intrecciati con nastri azzurri, scoppiò a ridere.
- Non sembri proprio un soldato, tu.
- Me lo dicono tutti. Senti, è buio, siamo stanchi e non abbiamo voglia di morire in modo stupido. E nemmeno voi, credo.
- Va bene. Vi diamo una torcia. Ma tu tieniti il mantello, o morirai davvero in modo stupido.
- Un momento!- Igar spintonò Irnor e gli fece perdere l'equilibrio. La neve sdrucciolevole gli tese una trappola e lui si ritrovò a terra, con la schiena contro il suolo gelido e irregolare. - Io voglio vedere le borse! Se stessero trasportando armi?
- D'accordo.- Rispose il capo. - Ma accetterò di parlare solo con il tizio disteso in terra, lì.
Poi lasciò la sua torcia a Daar e andò a tendere la mano a Irnor. Lo sollevò dal suolo e gli scosse via la neve dai capelli.
- Guarda.
Aprì la borsa e Irnor non riuscì a trattenere un mormorio di stupore.
- Libri?
- Già, libri. Anche i Tharn sanno leggere e scrivere.
- E che ne fate?
- Li portiamo al sicuro. Abbiamo capito che dureremo poco, qui. Ce ne andiamo oltre il confine, da bravi. E portiamo le cose preziose. Io commercio libri e vorrei mettere al riparo la mia merce, i miei fratelli e i miei amici.
Indicò il gruppetto alle sue spalle. Irnor li guardò bene e la luce delle lanterne gli mostrò visi molto giovani.
Un'idea balenò nella mente di Irnor. Un'idea stupida, ovviamente, che però avrebbe potuto fare felice qualcuno. Qualcuno che, se la guerra avesse investito il Glendh, Irnor avrebbe voluto portare via.
- Mi vendi un libro di leggende Tharn?
- Che cosa?
- Se ho qualcosa con cui posso pagarti.
L'altro scoppiò a ridere e rise per un bel pezzo. Alla fine frugò nel borsone e tirò fuori un piccolo volume.
- Ma lo capisci, il Tharn?
- La persona a cui voglio regalarlo lo capisce.
- Senti, prenditelo. Voglio solo qualcosa che attesti il nostro incontro. Voglio vantarmi di aver venduto un libro a un soldato del Glendh. Così tutti sapranno che non è vero che tutti i soldati del Glendh sono caproni illetterati.
- Dannato verme, ti ammazzo!- Saltò su Igar, accompagnato dai latrati di altri due uomini. Daar però ebbe la prontezza di tenerli indietro.
Irnor si slacciò la cintura, tolse il fodero con la spada, e offrì la cintura all'altro.
- Fa parte della dotazione dei soldati della mia divisione. Puoi vantarti quanto vuoi.
L'altro ricominciò a ridere, mentre offriva il libro a Irnor. Ci furono alcuni secondi in cui entrambe le mani ressero il libro, e tutti e due risero, mentre la neve turbinava attorno a loro e si faceva beffe di guerre, battaglie e nemici.


- Insomma, una notte incontrammo dei nemici armati, in pattuglia, e ci accordammo per uscirne tutti quanti illesi. Feci io, l'accordo, e cedetti la cintura al capo dei nemici, in cambio di una torcia.- Risponde Irnor, che vuole tenere per sé la verità di quella notte.
- Igar e altri due dei tuoi compagni hanno raccontato un'altra versione. Solo Daar sembra non voler parlare della faccenda. Si è limitato a dire che non hai fatto nulla di male, anzi, forse hai salvato tutti da uno scontro.
- Importa davvero, com'è andata? Mi prendo la piena colpa dell'accaduto.
Il giudice scuote la testa, e Irnor non capisce cosa intenda, con quel gesto. Forse è solo un modo per dargli dello stupido.
- Vedi, Irnor, sei fortunato. Mi è giunta una lettera di clemenza, nei tuoi confronti. La tua strana storia sembra essere arrivata addirittura alle misericordiose orecchie della principessa Iliedain. Pare che la ragazza sia attenta alle notizie militari, e che abbia avuto pietà di te.
Irnor abbassa gli occhi. Si sente un po' stupido, un po' stanco, un po' felice.
No. Molto felice.
- Dovrò accontentarmi di spedirti in prigione con i tuoi amici per un paio di settimane.
- Posso domandare udienza alla mia signora prima di essere condotto in prigione? Sarei felice di dimostrarle subito la mia riconoscenza.
- Hai la faccia di chi nasconde qualcosa che è grosso come un palazzo, ma fingerò di non averlo intuito. Hai il mio permesso. Ti scorterò personalmente da lei.

E' davanti alla principessa, ora. Il giudice lo aspetta fuori dalla porta, insieme a un paio di guardie. Ma adesso ha una manciata di minuti con lei – più di quanto avrebbe mai potuto sperare.
E la principessa Iliedain lo guarda malissimo, ovviamente.
- Quando ti ho detto “Impara una leggenda Tharn per me” non intendevo “Compra un libro e mettiti nei guai”, scemo!
- E' stato un caso, Ed. Appena esco, ti racconterò la storia nel dettaglio. Non ho fatto niente di stupido. Niente di troppo stupido. Comunque ho nascosto il libro nel mio alloggio. Vai e cercalo. E' per te.
- Quanto ti tengono dentro, stavolta?
- Due settimane, grazie alla tua lettera. Come hai fatto a sapere che ero nei guai?
- Non lo sapevo. Ho mandato una lettera preventiva.
- Stai scherzando? E' questa la fiducia che hai nei miei confronti?
- Immaginavo che avresti tirato fuori il tuo lato pietoso e dolce, in una situazione del genere. Hai simpatia per nomadi e popolazioni povere come i Tharn.
Un colpo alla porta lo avverte che il tempo è scaduto.
- Ci vediamo presto, Ed.- La saluta lui, chinando la testa e combattendo una strana voglia di piangere che gli è piovuta addosso.
La principessa gli solleva il viso e gli lascia un bacio veloce sulla guancia. Ci ripensa e lo bacia sulle labbra, rapidissima, prima che il giudice apra la porta.
Un'ultima occhiata, piena di tante cose che non riescono mai a dirsi – risentimento per le uscite rischiose di lui, rabbia per la distanza a cui i loro ruoli li condanna, divertimento per la complicità che hanno e che, in qualche modo, li salva sempre.
Poi Irnor segue il giudice e le guardie, e pensa alla neve e ai nemici, e gli viene da ridere, e pensa che forse riderà per le prossime due settimane, ricordando la follia di una strana fratellanza letteraria, di notte, sulla vetta di un monte antico, nell'abbraccio della neve.


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