Il diario del recluso


Primo giorno d'estate

Padre, madre, sono arrivato al Monastero della Sapienza, nei boschi vicini a Waldberg. Ci sono tre monache, in questo posto, più alcune novizie: sono seguaci di un culto estraneo al nostro. Anche se non adorano il Dio della Giustizia, ma rivolgono le loro lodi a un'essenza spirituale che chiamano Sapienza o Grazia Superiore, sono adepte di una religione innocua e pacifica, e dunque non trovo disdicevole il fatto che adorino un dio differente dal nostro. Il monastero è immenso e tranquillo, sebbene le monache amino accogliere poveri e mendicanti. Ho la mia stanza e il mio spazio.
Questo è un luogo di grande saggezza, sia quella dei libri che quella della mente. La madre superiora è una scienziata e alchimista famosa, e mi ha promesso aiuto e sostegno. Sono stato ben accolto e penso che presto potrò cominciare la ricerca per la quale sono venuto qui.
Avrete mie notizie.
Vostro
Clemet Vridil Neidhart



*


Quindicesimo giorno d'estate

- Questi sono i momenti in cui rimpiango di essere finito qui.- Sospirò il giovane, passandosi il vassoio carico di cibarie da una mano all'altra. - Un artista non dovrebbe ritrovarsi a fare il servitore, meno che mai di un nobile annoiato!
- Sei un'intollerabile fonte di lamenti privi di qualsiasi utilità.- Lo rimbeccò il suo compagno, che arrancava portando un cesto stracolmo di biancheria pulita.
- Non è possibile che quella ci appioppi le faccende più rognose, mentre lei se ne sta chiusa nel suo laboratorio a pasticciare intrugli colorati!
- Heinrich, mi sento offeso personalmente da queste parole irrispettose. Qualunque alchimista meno paziente di me ti ucciderebbe, per aver chiamato così alcuni dei materiali del suo lavoro. E comunque penso sia giusto che lavoriamo per il monastero, dal momento che la madre superiora ci fa il favore di accoglierci.
- Artisti e scienziati costretti a portare cibo e panni puliti agli ospiti del monastero? Ti sembra una cosa dignitosa?- Protestò Heinrich, premurandosi di far vibrare nella voce tutto il suo sdegno verso i ricchi e i potenti, cosa di cui andava molto fiero.
- Ecco, lo sapevo che stava per uscir fuori il sacro fuoco del cantastorie avverso ai padroni.- Lo derise l'altro. - Se non la pianti di blaterare sciocchezze, ti faccio inciampare.
Heinrich fece un balzo e si voltò verso l'altro, assumendo un'aria esageratamente sdegnata.
- Endres di Rengen, mi stai sfidando? Pensi che un artista di strada possa farsi fregare da un tuo sgambetto?
Gli immensi occhi azzurri di Endres si riempirono di tutta l'esasperazione del mondo, mentre scuoteva la testa e sospirava.
- Muoviamoci. Prima serviamo il nostro ospite, prima torniamo alle nostre attività.
Heinrich continuò a camminare, in punta di piedi, posandosi solo al centro delle grandi pietre grigie che piastrellavano il corridoio: mai calpestare i margini!
- Mi spieghi cosa stai facendo?- Domandò Endres. Heinrich lo ignorò e proseguì col suo passo bizzarro, fino alla porta a metà corridoio.
- Tu ci hai parlato col nobile?- Chiese l'acrobata. - Intendo dire, ci hai parlato di alchimia e tutte quelle cose che piacciono a voi scienziati?
- Sì, il giorno in cui è arrivato.- Rispose Endres. - Madre Hildegard mi ha permesso di trascorrere del tempo con lui. Mi sembra una persona molto banale, senza idee interessanti. Uno di quelli che si fissano con una materia, ma in fondo non la amano veramente.
- Uno di quelli che pubblicheranno un sacco di libri grazie ai soldi della propria nobile e ricca famiglia, mentre uno in gamba come te se ne sta a fare il servetto in monastero.- Commentò Heinrich, voltandosi per un attimo a guardare l'esile figura alle sue spalle, quasi del tutto inglobata dalla biancheria che stava trasportando. Dal mucchio di lenzuola venne fuori una risata amara.
- Non lamentarti: non serve a cambiare il modo in cui va il mondo.
Heinrich lo accontentò e tacque, fermandosi di fronte alla porta e agli oggetti posati lì fuori.
- Ci ha lasciato i suoi panni sporchi e puzzolenti.- Sospirò Endres, posando il cesto di biancheria pulita e raccogliendo quella da lavare. - E c'è un quaderno.
Heinrich raccolse il libriccino legato con tre o quattro giri di grosso spago annodato. Su di esso c'era un biglietto, ma il giovane non era in grado di decifrarlo, così lo mostrò al compagno.
- Dice che è per la madre superiora.
- Vado a portarglielo, allora. Non capisco perché non ci vada lui di persona, però. Insomma, cosa fa, sempre rinchiuso in quella stanza?
- Non ci è dato di sapere.- Concluse Endres. - Il nostro compito si ferma sulla soglia. Andiamo, lasciamo che il riccone qui dentro si prenda da solo la sua roba. Noi abbiamo fatto quel che dovevamo fare.

La stanza di madre Hildegard era un labirinto di strumenti dall'apparenza delicata e pericolosa, pile di libri in equilibrio precario, tavolini e sedie ricolmi di provette, scatole dal contenuto colorato e non identificabile – almeno per un ignorante come Heinrich. Ormai però era abituato a camminarci dentro senza rischiare la vita e senza distruggere il lavoro della donna.
Lei era un po' come la sua stanza: indecifrabile, sempre persa in qualche esperimento o lettura. Eccola lì, come sempre, a confrontare due immagini apparentemente identiche, alta e imponente, gelida e bella, con un ciuffo di riccioli scuri che sfuggiva dal velo azzurro e gli occhi grigi concentrati e distanti.
- Vieni, Heinrich.
- Il nostro ospite ha lasciato un quaderno per voi, signora.
- Posalo sulla scrivania.
Heinrich si avvicinò e cercò uno spazio che potesse accogliere il libriccino, ma non esisteva, quindi rimase lì davanti alla donna, come uno stupido, rigirandosi il quaderno tra le mani.
- Ehm... signora?
Finalmente Hildegard si degnò di guardarlo.
- Che c'è?
- Non saprei dove...
- Oh.- Gli prese il quaderno di mano e in un attimo sciolse i nodi e gli appioppò lo spago. Sfogliò le pagine con estrema rapidità, soffermandosi a leggere qualcosa qua e là, mentre un sorriso un po' sprezzante le si disegnava sulle labbra.
- Ha ancora molto da faticare.- Commentò tra sé. Doveva essersi dimenticata che Heinrich era ancora lì.
- C'è qualcosa che devo fare o posso...- Balbettò lui. La donna alzò la testa di scatto, lo squadrò come se fosse stato una cavia per i suoi esperimenti e alla fine gli cacciò il libro tra le mani.
- Leggilo e dimmi cosa ne pensa un artista di ciò che c'è scritto qui dentro.
Heinrich si sarebbe esaltato se chiunque altro lo avesse chiamato “artista”. Sulla bocca di Hildegard quella parola aveva assunto una sfumatura inquietante. Come se la donna si aspettasse da lui qualcosa che il giovane non era in grado di offrirle. E poi c'era un'altra questione, la più pratica e la più problematica.
- Signora, vi ricordate che non so leggere?- Mormorò, avvilito.
- Fattelo leggere da Endres, da sorella Aleyd, da sorella Ysentrude, da uno qualsiasi dei mendicanti che girellano per il monastero... Fai quel che vuoi, ma scopri cosa c'è dentro e vieni a riferire, da artista.

Sedicesimo giorno d'estate

- E' matta.
- L'abbiamo sempre saputo, Endres.
A gambe incrociate su uno dei muretti del chiostro minore, con la brezza costante di quelle regioni che addolciva il sole estivo, tutte le cose sembravano più divertenti e accettabili, perfino le richieste di quella monaca assurda.
- Ma perché vuole il parere di un artista riguardo gli appunti di uno scienziato?- Insisté Endres.
- Non ne ho idea. Dai, avanti, leggi.
- Va bene. Allora... Oggi c'è il sole. I campi intorno al monastero sono verdi. Il cielo è privo di nuvole. I rami degli alberi sono carichi di foglie.
- Tutto qui?
- Questa è la prima pagina. Andiamo avanti. Oggi piove: le nuvole sono nerissime e rovesciano molta acqua su tutta la campagna. Pagina tre: Oggi c'è stato un altro temporale davvero terribile. Il cielo era completamente nero e il rumore dei tuoni era spaventoso. Quattro: Oggi il cielo non è ancora privo di nuvole, c'è un vento fastidioso e si sente forte l'odore della pioggia. Ma di cosa parla? E' un diario della sua permanenza qui?
- Non credo. Non c'è mai stato un temporale come quello di cui parla, da quando è arrivato. Prosegui.
- E' tutto così... Altre cinque o sei pagine di resoconto del tempo.
- Mi chiedo perché la signora volesse sapere cosa ne pensa un artista. Non c'è niente di artistico, qui dentro.
- Già. L'undicesima pagina migliora, però. Oggi è piovuto tutta la mattina, poi a mezzogiorno il sole è emerso dalle nuvole all'improvviso, così forte e luminoso che mi ha quasi spaventato: mi ero ormai abituato all'idea di una giornata senza luce. I suoi raggi hanno riempito lo studio e mi hanno fatto compagnia fino al crepuscolo, quando un nuovo scroscio d'acqua ha riportato le nuvole nel cielo, anche se è stata una piccola pioggia delicata.
- Questo mi piace di più. E' bella l'idea dell'essersi rassegnati a stare senza il sole.
- Sì, infatti. Continuo a non capire che senso abbia tutto questo, però.
- Poi che c'è scritto?
- Due pagine in cui ancora parla di lievi scrosci qua e là, ma non sono granché. E l'ultima, la quindicesima: Mi è sembrato di cogliere uno scintillio, in lontananza, anche se non sono riuscito a comprendere la sua origine. E' il riflesso di un luogo nascosto nei boschi? E' da temere o solo da ammirare? L'ho visto davvero o era un'ultima immagine di sogno, colta proprio nel momento del risveglio?
- Questo è bello.- Commentò Heinrich, spostando lo sguardo verso la vasca piena d'acqua al centro del chiostro, che luccicava, colpita dai raggi del sole. - Per un attimo mi ha fatto venire voglia di guardare lontano e vedere qualcosa di insolito anch'io.
- Andrai a riferire alla signora?
- Certo. I suoi sono sempre ordini, lo sai. E noi siamo al suo servizio.
- Proverai a chiederle il senso di questo libretto?
- Ovvio.
- Ma lei non ti dirà niente.
- Ovvio anche questo.

Ventunesimo giorno d'estate

- Hai riflettuto su quale sia la finestra della stanza del nostro ospite?
Endres si alzò dall'aiola che stava ripulendo e guardò Heinrich, scuotendo la testa.
- Perché?
- Perché io sì.- L'acrobata, agitato, gli fece cenno di seguirlo. L'altro abbandonò il lavoro e accompagnò l'amico attorno al monastero, fino alla parete nella quale per forza doveva aprirsi la finestra di Clemet Vridil Neidhart.
Quando furono arrivati a destinazione, Heinrich indicò una delle finestre più basse. Vide la faccia rilassata e un po' seccata di Endres riempirsi di stupore e poi di incredulità.
- Non è possibile.
- Pensa a come è fatto il monastero...
- Senti, in quel corridoio ci sono almeno dodici stanze. Ti sarai confuso. Avrai contato male. Non può essere quella.
- E' quella.- Affermò Heinrich, tornando a guardarla. Una finestra piccola, come tutte quelle della sua fila. Solo che quella aveva anche una grata, davanti, e gli scuri erano chiusi.
- Non credo di aver mai visto quella finestra aperta.- Disse Endres.
- Anch'io. Né di giorno né di notte. E' vero che non passo tutto il mio tempo a spiare quella finestra, ma non è possibile che non capiti mai a nessuno di vedere gli scuri spalancati.
- Sì, ma a che scopo venire qui e chiudersi dentro una stanza, senza mai nemmeno aprire la finestra? - A che scopo venire qui e scrivere un diario del tempo atmosferico inventato, e darlo alla madre superiora perché lei lo affibbi a me?

Trentunesimo giorno d'estate

Appoggiati con la schiena contro il muro del chiostro minore, ben riparati dalla pioggia che piombava giù sulla terra, avevano nuovi estratti del libriccino da commentare.
- Le hai detto cosa ne pensavi delle prime pagine, Heinrich?
- Le ho detto che me ne piacevano solo due, perché erano le uniche in cui sembrava che chi le ha scritte avesse davvero tirato fuori dalla mente qualcosa di bello. Lei ha fatto solo un sorrisino e mi ha mandato via. Come sempre. Beh, forza, leggi un po' cosa c'è di nuovo.
- Va bene. Allora... Oggi ho capito che quella striscia d'argento che si intravede in mezzo al verde della foresta è un torrente. Mi chiedo quale sia: la geografia che conoscevo non serve a niente, qui. Il mondo si rivela più grande e complesso di quel che credevo. Il torrente potrebbe essere qualsiasi corso d'acqua della cartina, o forse anche uno che non vi è stato disegnato, uno che nessuno ha chiamato con un nome, uno che forse non esiste neppure...
- Non c'è un torrente, in mezzo al bosco, vero?- Chiese Heinrich.
- Ci sono dei ruscelli, ma non si possono vedere da qui.- Rispose Endres, scuotendo la testa.
- Però lui li vede.- Mormorò Heinrich, inseguendo un pensiero senza parole.
- O dice di vederli.
- Se li scrive, li vede.
- Non penso di capire.
Heinrich non rispose. Fissò la pioggia, ascoltò il suo rumore, si concentrò sul freddo e rabbrividì. Cercò tra le poche parole umili che la sua mente conteneva, per trovare quelle adatte a spiegare all'amico come faceva a inventare mondi, storie e canzoni.
- Qualche volta, se le cose che immagini ti piacciono davvero, allora diventano storie o canzoni.- Disse, come per giustificare quel momento di assenza.
- Se uno è un artista come te.
- Beh, comunque è così. Non sono bravo a spiegarlo. Però, mentre tu canti o racconti, vedi.
- Insomma, vuoi dire che il signor nobile, nella sua stanza, invece di studiare si inventa storielle e le descrive nel diario?
- Forse.
- Stai diventando più sibillino del nostro capo.- Sospirò Endres. - Ora vado avanti. Vediamo. C'è una danza, davanti al monastero. Alcune donne vestite di bianco si inseguono e si prendono per mano, creando intrecci complessi. Non so chi siano: ninfe sfuggite dal bosco, o forse monache che partecipano a un rito sconosciuto. La notte è immobile e luminosa, stranamente calda e scintillante dei raggi di luna che gocciolano giù dal cielo, toccando la superficie delle foglie ancora adornate dalla pioggia del giorno. Ehi, senti, artista: questo può anche averlo visto nella sua mente, ma non certo qui intorno. Te le figuri, le monache a ballare? Sorella Ysentrude, due metri e il corpo a paletto? Sorella Aleyd, lentiggine vivente, che va a sbattere in tutti gli angoli possibili?
- Magari di giorno fanno finta di essere così, e di notte ballano davvero.
Si guardarono per un istante, prima di scoppiare a ridere.
- Bene, io proseguo, eh. Queste immagini mi stanno facendo del male. Dunque, senti: La foresta si è fatta tutta rossa. Le foglie sono rosso scuro, rosso fragola, rosso papavero. C'è il rosso cupo delle fronde più alte e c'è il rosso quasi rosa dei germogli. I rami sono di un rosso tendente al marrone, il suolo, che vedo a sprazzi, è rosso - violaceo. Il cielo arancio è invaso da un sole di fiamma. Dovrebbe essere spaventoso, eppure è bellissimo.
- Mi piacerebbe vederlo.
- A me... Non lo so. Vado avanti, giro pagina. Gli alberi sono fatti di cristallo. Sono altissimi, e su ciascuno di essi c'è una piccola casa, con le sue finestre e le sue porticine di cristallo. Non ci sono colori, solo la trasparenza cristallina, quel bianco argenteo che lascia intuire cosa c'è dietro. Solo che dietro non c'è niente, se non altro bianco argenteo. E' uno strano effetto. Guardarlo mi fa sentire spaesato e perso. Finché arriva il sole: basta un tenue raggio ad accendere una miriade di arcobaleni meravigliosi, e tutta la città sugli alberi risplende come un gioiello segreto. Ecco, forse questo piacerebbe vederlo anche a me.

Trentacinquesimo giorno d'estate

Le guardie – una ventina, arrivarono verso il termine della mattinata, armate di tutto punto, con i loro cavalli spronati al galoppo. Attraversarono i campi vicini al monastero, incuranti delle grida di protesta del contadino proprietario, ed entrarono nel chiostro principale con le bestie, passando per il Portale Maggiore. Calpestarono erbe medicinali e fiori ornamentali con un certo impegno, e uno di loro agitava in aria una torcia, sebbene fosse pieno giorno.
Heinrich li aveva visti arrivare ed era corso nel chiostro, indignato, con l'intenzione di farsi sentire: era un ragazzo, ma era pur sempre un custode di quel posto. Posto pieno di poveri, malati e gente che aveva il diritto di non essere disturbata da una simile prepotenza.
- Che cosa cercate qui?- Gridò, parandosi davanti al capo del drappello con tutta la sua temerarietà. Il capo, un giovane biondo con le spalle larghissime, balzò giù dal cavallo e gli si gettò contro, afferrandolo per un braccio e strattonandolo fino a farlo cadere.
- Cerchiamo la puttana che comanda questo posto!
- Bada a come parli della mia signora!
L'uomo sferrò un calcio allo stomaco di Heinrich.
- Portaci da lei, o diamo fuoco a tutto quanto!- Gridò l'uomo con la torcia.
- Che succede? Chi siete?- La voce di Endres. Da terra, Heinrich sollevò appena la testa per vedere l'altro ragazzo che correva verso le guardie e verso di lui. - Che gli avete fatto? A cosa è dovuto tutto questo?
Altri tre o quattro uomini erano saltati giù dai cavalli e avevano impugnato le armi. Uno di loro puntò la spada contro il petto di Endres.
- Vogliamo vedere la superiora.
- Vi avremmo portato da lei anche senza questa entrata in scena colossale.- Disse Endres. - Forza, venite. Ma rimettete le armi nel fodero e promettete che non arrecherete alcun danno alle cose e alle persone che troverete lungo la strada.
Ci fu una risata derisoria da parte degli uomini armati.
- Quella donna dovrà rispondere di un'accusa molto grave.- Disse uno dei più vecchi, alzando la celata dell'elmo. - Voglio arrivare in fondo alla faccenda e lo farò a modo mio.- Poi si voltò verso gli uomini alle sue spalle. - Portiamoceli dietro. Se non sono soltanto meri servitori sacrificabili, potremmo ricattare quella donna con le loro vite.
Endres tese la mano a Heinrich e lo fece rialzare. I due si strinsero, mettendosi sulla difensiva, pur consapevoli dell'inutilità di quei gesti. In un attimo furono afferrati e trascinati rudemente dai guerrieri, che imboccarono una delle porte e si gettarono di corsa all'interno del monastero.
Lungo la strada ci furono lumi infranti, sedie rovesciate, tende strappate e sputi sul pavimento. Heinrich, con il cuore che si stringeva a ogni gesto di spregio che vedeva, non riusciva a capire quel che stava accadendo: Hildegard era una donna potente, a suo modo, ed era solita far infuriare mezzo mondo per la sua onestà brutale, però non capiva il perché di tutta quella furia distruttiva.
La strada del drappello fu bloccata all'improvviso dalla madre superiora insieme alle sue monache. Hildegard sembrava impassibile e distaccata come sempre. Avanzò senza alcuna esitazione fino a raggiungere il giovane biondo che guidava il gruppo e gli si fermò davanti.
- Che volete?
- Hai qualcosa da spiegarci, troia!
- Siete entrati nella mia casa con la violenza, e sarei io a dovervi spiegare qualcosa?
L'uomo bestemmiò qualcosa tra i denti, poi afferrò Heinrich, tenuto immobile da altri due guerrieri, e lo gettò a terra, ai piedi di Hildegard. Gli sollevò la testa, prendendolo per i capelli, e gli puntò un pugnale alla gola. Alzò gli occhi verso di lei e sorrise.
- Un'altra parola di troppo e lo ammazzo.
Heinrich guardò il viso della donna e la vide irrigidirsi, mentre un istante di paura incrinava la sua espressione fredda.
- Dimmi cosa devo spiegarti, allora.
- Hai rapito mio fratello!
- Mio figlio è nelle tue mani da giorni.- Aggiunse il guerriero più vecchio. - Gente fedele alla mia casata ci ha riferito che non esce mai di qui, e che la finestra della sua stanza è inchiodata. Lo tieni segregato, dunque? Per quale motivo? Cosa gli hai fatto?
- Siete i signori Neidhart?- Domandò la donna, meravigliata. - Avrei potuto aspettarmi di tutto, ma non questo.
- Ci prendi in giro, razza di bastarda?- Il giovane biondo fece l'atto di colpire il collo indifeso di Heinrich, ma Hildegard alzò la mano, come per implorarlo di fermarsi.
- Non hai bisogno di fare del male alla mia gente. Vi spiegherò ogni cosa. Ti prego di lasciarlo andare.
- Quando avrai liberato mio figlio.- Le disse il vecchio.
- D'accordo.- Hildegard frugò nella tasca anteriore della tunica blu e ne trasse fuori una chiave, che consegnò a sorella Aleyd. - Vai a chiamare il nostro ospite. Sarà lui in persona a rassicurare i suoi familiari, riguardo lo scopo e le modalità della sua permanenza qui.
La donna corse via, mentre i guerrieri commentavano con abbondanza di parole volgari quella chiave.
- Allora lo tieni rinchiuso per davvero!- Esclamò il fratello dell'ospite. Heinrich aveva l'impressione di non respirare più, dolorante e spaventato, sotto la minaccia del pugnale dell'uomo. Guardava fisso il viso serio di Hildegard, per trovarvi un po' di conforto.
- Vi ho detto che tutto vi sarà chiaro molto presto.
Un'eternità passò in pochi minuti, e finalmente Clemet Vridil Neidhart arrivò insieme a sorella Aleyd, correndo fino a raggiungere i suoi familiari.
Era pallidissimo e smagrito, con i capelli biondi e la barba lunghi e non curati, però sembrava in buona salute, e sgomento di fronte a ciò che vedeva.
- Che state facendo?- Gridò, indicando le armi e i prigionieri. - Cosa... Cosa vi è venuto in mente? Siete pazzi?
- Ora lasciate stare i miei servi.- Ordinò Hildegard. Endres fu liberato e corse a rifugiarsi dietro la superiora, Heinrich crollò in avanti, e le braccia di Hildegard lo ripararono dallo scontro con il pavimento. Si abbandonò alla forza della donna, che lo rimise in piedi e lo tenne stretto a sé, nonostante fosse in grado di reggersi da solo.
- Cos'è successo?- Chiese il vecchio Neidhart al figlio segregato. - Abbiamo saputo che eri rinchiuso qui dentro! Che quella strega non ti lasciava uscire! Siamo venuti a riprenderti.
- Voi e la vostra mentalità da guerrieri!- Il giovane li guardò, quasi schifato. - Possibile che dobbiate sempre agire, prima di fare domande?
- Allora rispondici, una volta per tutte!
- Ero venuto qui all'inizio dell'estate, per sfruttare la biblioteca e la saggezza di madre Hildegard, in quanto mi sarebbero state utili per avanzare nei miei studi sull'alchimia. La prima sera in cui fui ospite del monastero, parlai a lungo con lei. Mi resi subito conto che era molto più avanti di me, e non solo per quanto riguarda la scienza: sembrava che fosse capace di vedere e immaginare cose a cui io neppure riuscivo a pensare vagamente. Le chiesi come poteva farlo e lei mi rispose che io mancavo di fantasia, che la mia mente era chiusa e limitata.
- Fantasia e mente aperta occorrono agli artisti, ma anche agli uomini di scienza.- Continuò la monaca. - Senza uno sguardo proiettato oltre gli orizzonti vicini della realtà, uno non può essere uno studioso brillante o un alchimista geniale.
- Le domandai di aiutarmi, anche se ero seccato dal modo fin troppo sincero in cui mi rimproverava. Lei mi propose uno strano sistema, e io accettai. Mi disse che avrebbe inchiodato la mia finestra, e che tutti i giorni io avrei dovuto scrivere un piccolo resoconto di ciò che vedevo... oltre la finestra chiusa.
- Nei primi giorni Clemet usciva dalla stanza e andava in giro quando voleva, per distrarsi, però mi accorsi che i resoconti ne risentivano, perché erano brevi e senza alcun impegno.- Proseguì Hildegard. - Gli proposi di trascorrere un periodo rinchiuso nella stanza, da solo con la sua fantasia.
- Io dissi di sì.- Riprese Clemet. - Avevo i miei libri di studio e il materiale dei miei esperimenti, ma quando mi fermavo e lasciavo la scienza, l'unico svago che mi era concesso si trovava nell'immaginazione.
- Metodo estremo, lo riconosco.- Ammise la monaca. - Ero preoccupata io stessa. Andavo spesso a trovarlo, per non fargli patire la solitudine. La reclusione non sarebbe certo durata a lungo. Però quei giorni in cui l'immaginazione veniva messa alla prova gli sono stati utili. Ho sempre tenuto sotto controllo i suoi studi. Ci sono stati miglioramenti notevoli.
Heinrich, con la fronte contro la spalla della monaca e la sua mano sulla schiena, per proteggerlo, ascoltava incredulo quella rivelazione.
- La mia finestra chiusa non mi impediva di vedere.- Disse Clemet, con un brivido di emozione nella voce. - Senza questi giorni solitari non sarei mai arrivato a capire ciò che mi mancava. E non sarei arrivato nemmeno a uno dei risultati più importanti di tutta la mia carriera di alchimista.
Non ci furono risposte chiare, solo parole borbottate, offese poco convinte e commenti sprezzanti privi di mordente.
- Cos'hai intenzione di fare, ora?- Domandò il vecchio Neidhart, col tono di qualcuno che ha subito una sconfitta.
- Tornerò a casa, ma non ora. Ho molto da fare, qui.
- Sentito?- Esplose sorella Ysentrude, la più vecchia delle monache, con i pugni stretti e l'espressione furente. - Fuori, adesso!
- Mentre ve ne andate, tirate su la roba che avete buttato in terra, razza di maleducati!- Gridò sorella Aleyd, indignata, e nessuno ebbe il coraggio di replicare.

Hildegard aveva spostato uno dei suoi arnesi misteriosi per liberargli una sedia. Un fatto mai sentito prima. Heinrich guardava la monaca affaccendata a cercare qualcosa in uno scatolone di legno e si sentiva piccolissimo e al tempo stesso un privilegiato, seduto in mezzo alle meraviglie di quel posto folle, capace di rubare un po' dell'attenzione di lei, tutta per sé.
Finalmente la donna lo raggiunse, con un sacchettino pieno di una polvere chiara: ne prese una manciatina e la gettò in una tazza piena d'acqua che aveva preparato poco prima. La girò con un rametto e infine aggiunse qualche goccia da una bottiglia. Poi gli porse la tazza, senza dire nulla. Heinrich la guardò con sospetto e la donna gliela mise tra le mani.
- Forza, bevila e fidati un po' di me. Servirà per farti passare tutto.
- Tutto?
- Il male che hai addosso per essere stato trascinato per mezzo monastero. E soprattutto la paura.
Heinrich sorrise e bevve. Forse era l'effetto delle parole di lei, forse c'era qualcosa di magico, ma gli sembrò di sentirsi più calmo e sereno appena pochi istanti dopo aver buttato giù la bevanda dolciastra.
- E' davvero così importante la fantasia, per uno scienziato?- Le domandò, stringendo la tazza tra le mani.
- Lo è per tutti. Ingrandisce il mondo.
- C'era bisogno di rinchiudere Clemet Neidhart, per farglielo capire?
- Non lo so. Non è possibile sapere se il metodo d'azione che si è scelto sia giusto. Qualcuno più saggio di me avrebbe potuto far meglio, forse. Io ho fatto così. L'importante è che io abbia fatto quanto mi era possibile, onestamente.
- Perché mi avete chiesto di leggere quei diari e parlarvene?
- Perché sei la persona con la fantasia più vivace e bella che io conosca.
Lo guardò negli occhi e fu come se si fosse portata via un secolo di tristezza e solitudine dall'anima del cantastorie, dopo una vita passata a scappare per le strade e a nascondersi come un rifiuto degli uomini.
- Signora, la mia fantasia è vostra, se vi sarà utile. Potrei guardare oltre milioni di finestre chiuse per voi, se me lo chiedeste.
Lei gli scostò un ciuffo color sterpaglia dalla fronte e sorrise, indugiando con la mano tra i capelli del ragazzo.
- Vivere nel mondo è come dover guardare attraverso una finestra chiusa. Le cose importanti stanno sempre oltre la realtà percettibile. Ci vogliono occhi attenti, per coglierle. Con i tuoi occhi farai splendida la vita per te e per chi ti sta accanto.
Heinrich per un attimo ebbe una fugace visione del mondo come un intreccio di oscurità, nel quale germogliava la luce di Hildegard, come una fiamma nella notte più densa, e pensò che aveva voglia di raccontarlo in una canzone.


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