Freghiamo la regola


I - L'ultimo rimasto


Fuori dalla finestra ad arco c'è la valle, campi di fuoco, l'oro e l'arancio dei fiori, la luce del giorno morente. In fondo, lontano, la striscia verde della foresta, e dietro la pietra grigia delle case è appena intuibile, una fila di piccole perle in fondo al mantello che ha i colori nuziali: giallo, arancio e verde. Ma non è una sposa, quella che si incammina lentamente, al tramonto: ha il passo incerto di un malato, ha il respiro affannato di un agonizzante, nasconde il viso tra i veli scuri della Nebbia che sta scendendo dalla montagna.

La valle è avvelenata da mesi, ormai. La Nebbia arrivava sulle spalle del vento: una traditrice sulle spalle di un amico conosciuto, tra le pareti di roccia del Kaevyn. Per quante notti non è stata vista? Per quanti giorni la si è lasciata passare, impercettibile, subdola e maliziosa, quasi peggio degli esseri umani? Non importa: la Nebbia è arrivata, le piccole nuvole appena visibili si sono mutate in soffi di morte. La lotta della valle è stata vana. A dire il vero, non è stata neppure una lotta: la valle si è svegliata e ha scoperto un'infezione all'ultimo stadio. Ha capito, semplicemente, che era già troppo tardi. Che le piante non davano più frutto, che il grano era morto negli steli, che i semi si erano bruciati sotto terra, che i fiori erano ancora belli, ma con le radici mangiate dal male.

Sei mesi per distruggere il Kaevyn. Ai primi accenni dell'infezione i contadini sono fuggiti. Loro conoscono la terra e leggono le stagioni: hanno capito che era tardi, che le prossime vittime sarebbero stati animali ed esseri umani. Tutti gli altri li hanno seguiti a breve. Il Kaevyn si è spopolato nel giro di due giorni: file di esuli, padri con i figli per mano, madri con le madri sulle spalle, schiere di bambini in corsa, la maestra con le sue allieve ai fianchi, gli allevatori con i greggi e le mandrie, e i cani, dappertutto, le guardie cittadine con i cavalli, i malati sui carri, i più forti con le spalle cariche di provviste, i più misericordiosi con le braccia piene di cuccioli, degli animali e degli uomini.

Fuori dalla finestra ad arco c'è il Kaevyn senz'anima, e Verild, che guarda fuori, sente la voce dei secoli e il lamento di una storia lunghissima, fatta di piccole vite e grandi sentimenti: perché se ne sono andati tutti? Perché lasciare quella terra fertile, quel luogo di tante vicende, quel punto di incontro al crocevia della montagna fredda e dell'allegra campagna sorta attorno alle rive del fiume?

Perché così doveva essere, risponde la voce inesorabile delle Cose Così Come Sono, ma Verild sente anche un'altra risposta. E' la risposta dell'Horl, la montagna alle spalle del tempio, quel piccolo tempio arroccato su un colle, da sempre preposto a vegliare sul Kaevyn, con i suoi campi, la foresta e il villaggio.

L'Horl - Palpebra, vuol dire, nella Lingua Prima delle Lingue, perché a volte guarda con benevolenza le valli sottostanti, a volte si chiude e tace, a volte trama malefici nel sonno. Dall'Horl sono sempre venute solo due cose: la tempesta e le streghe. La prima, la conoscono tutti: talvolta distruttrice feroce, talvolta santa portatrice di acqua nella siccità. Le seconde sono una leggenda, anche se Verild ci crede.

Verild è rimasto al tempio, l'unico essere vivente del Kaevyn. E' rimasto perché crede alle streghe e sa che la Nebbia non è una cosa naturale, come le inondazioni del fiume o l'impoverimento della terra, quando è stata sfruttata troppo. Ha capito di cosa si tratta realmente quando era troppo tardi: il giorno in cui i contadini sono partiti. Ha provato a controbattere la Nebbia, ma non c'è riuscito. Troppo tardi. Verild aveva capito, ma loro erano già partiti. Non si poteva tornare indietro. Le streghe avevano vinto.

Ora Verild guarda la valle, fuori dalla finestra ad arco del tempio che ha amato e custodito con la costanza e la tenacia di un vecchio Sapiente, nonostante i suoi ventisei anni, e aspetta che Loro arrivino.

Ecco, le loro voci. Prima ancora che un Sapiente, Verild è un ragazzo di campagna, cresciuto nel Kaevyn, tra i boschi da ascoltare, per evitare i pericoli, e la frutta da rubare ai bordi dei campi, con l'orecchio teso a cogliere i passi del legittimo proprietario infuriato. Li sente subito. Aspetta.

Sono alle sue spalle, e lui sorride.

- Perché sei rimasto?

- Per vedere voi.

- Cosa sai, di noi?

- Che abitate sull'Horl. Vi manifestate tramite cose che sembrano naturali, ma non lo sono. Quando mettere l'occhio su una terra, fate la vostra comparsa, e la gente capisce troppo tardi di essere stata assediata.

Ridono sommessamente.

- Non pensi che ce lo meritiamo?

- No.- Si volta. Sono tanti, tanti più di quelli che si aspettava. Pallidissimi, ombre lunghe, evanescenti, come fatte di poca materia rarefatta, briciole di essere tenute insieme solo dall'odio, fisionomie che si sfaldano e si confondono l'una con l'altra. - Non ve lo meritate, quello che prendete. Perché anche se voi foste cacciati e uccisi da queste terre, la vostra storia appartiene a tre secoli fa. Non avete più il diritto di rimanere in questo luogo, né di rubare ogni cosa a coloro che vivono oggi!

- Fummo perseguitati per la nostra etnia, fummo trasformati in abomini a casa nostra!- Tuonano loro, e Verild non sa dire chi stia parlando.

- La gente a cui avete preso il villaggio non è quella che vi ha fatto del male.

- Sono i loro discendenti.

- Non per questo devono scontare qualcosa di cui non hanno colpa.

- E tu, cosa pensi di fare, piccolo Sapiente? Pensi di poter salvare il Kaevyn? Non si torna indietro, ormai! Tutto è avvelenato, malato, marcito, infetto, contagiato, contaminato, sanguinate, nostro, nostro, nostro!

- Lo so. Non voglio salvare il Kaevyn. Sono qui per un altro motivo.

Ridono, gridano, ruggiscono, si mescolano tra sé come le fiamme bianche di un fuoco di incantesimo, gli danzano attorno e i suoni confusi che escono da loro si allungano all'infinito.

Verild ha paura, perché non è uno sciocco. Ma si è preparato. China la testa e mormora qualcosa, mentre trae un piccolo sacchettino dalla tasca della sua tunica blu. Lo apre e ne sparge il contenuto argenteo per terra: sono minuscoli frammenti di qualcosa, come uno specchio andato in pezzi o una manciata di briciole di stelle. Le ombre si infuriano, a quella vista, e lo circondano, emettendo grida altissime e la loro Nebbia. Verild la respira, consapevole delle conseguenze, ma non smette di cantare.

L'argento risplende, scaturisce una luce bianchissima che si innalza su tutti loro, riempie il tempio, si disfà fuori dalla finestra, nel cielo notturno, si riversa sulla valle, esplode nell'aria e nel cuore malato degli antichissimi spettri.

Un ultimo grido, e si dissolvono.

Un'ultima parola, e Verild è a terra. Gli occhi serrati, la mano che cade sulle ultime gocce d'argento sparse a terra.

Non poteva fare niente, prima, non ha potuto trattenere la gente, ma un giorno, forse, qualcosa rinascerà nel Kaevyn.

Con l'anima tranquilla, sente l'effetto della Nebbia sul suo corpo, e si appresta a lasciare andare l'ultimo respiro.


(Ma un suono - qualcosa di umano e vivo - sembra propagarsi tra le mura del tempio.)




II - Freghiamo la regola


- L'hai salvato tu, quello?

- Io non ci credo!

- Ooooh, ma certo che l'ha salvato lui: Heli è l'uomo più coraggioso che esista!

- E dai, cavaliere, raccontaci com'è andata!

Verild, dal suo angolino, non sapeva se trovava più urtanti gli scettici che sputavano parolacce, i tizi e le signore ridanciani che incitavano la narrazione, gli ammiratori che elemosinavano un po' d'attenzione dal loro idolo, oppure le ragazze che civettavano, sospirando esageratamente mentre facevano cerchio attorno al cavaliere.

Finto cavaliere, per dire la verità.

Ah, ecco che Heli saltava sulla sedia e cominciava a raccontare l'eroico episodio, secondo il quale era entrato in un tempio diroccato, infestato dai mostri, e ne aveva tratto in salvo un povero Sapiente agonizzante, orribilmente ferito da suddetti mostri, dopo averli, naturalmente, uccisi, dimostrando un coraggio sovrumano.

Peccato che quando era arrivato Heli nel tempio non c'era proprio nessuno: sì, c'erano stati degli spettri, creature che Heli non poteva nemmeno immaginare, e Verild li aveva esorcizzati, rischiando la vita. Erano esseri terribili, che avevano avvelenato l'intera valle e fatto fuggire tutta la popolazione. Verild era rimasto da solo al tempio, ad aspettarli, per cacciarli via, e questo gli era valso l'odio della sua gente, che aveva scambiato la generosità di rimanere con un tradimento.

L'unica cosa vera di quel ridondante racconto era il fatto che Heli avesse salvato la vita a Verild. Ma non perché aveva ucciso le creature che lo avevano ferito. Verild era stato avvelenato dalla presenza degli spettri: la grande opera di Heli consisteva nell'esserselo caricato sulle spalle, averlo piazzato malamente sul proprio cavallo e averlo portato in tempo dal medico del villaggio più vicino. Dove, per giunta, Verild si era praticamente curato da solo, dando indicazioni al povero medico, che non sapeva nulla degli avvelenamenti provocati da magia.

Il racconto di Heli proseguiva, sempre più denso di particolari: era la quinta volta che Verild lo sentiva, la quinta volta in otto giorni. I particolari erano sempre più esagerati. Ma la gente affollava le taverne, se c'era un cavaliere con qualcosa da raccontare, e Heli coglieva al volo l'occasione, e campava facendosi pagare dai locandieri per attirare clienti con le sue storie.

Era desolante. Soprattutto se si pensava che a mezz'ora da lì c'era il confine con Edhanos, la capitale dell'impero, dove i cavalieri si univano all'esercito imperiale sempre attivo, o si aggregavano agli organismi di controllo dell'impero e andavano in giro per i regni, a regolare le ingiustizie, a morire per la gente.

Quanti anni poteva avere, Heli? Qualcuno in più di Verild? Sì, una trentina d'anni, probabilmente. Era alto, robusto, sano, vitale, con un bel viso gioviale e sempre pronto al riso, un ammasso di capelli color grano e gli occhi scuri vivacissimi. Verild trovava molto triste il fatto che quell'uomo sprecasse la sua vita a raccogliere gloria per cose che non aveva fatto. Magari sbandierando lui, come trofeo.


- Mi domando perché non la smetti di raccontare balle e cominci a fare per davvero qualcosa.- Sospirò Verild, mentre tornavano nella stanza affittata da Heli per entrambi, nella locanda. La notte era così avanzata che tra poco si poteva chiamarla mattino, la gamba malandata da sempre del Sapiente gli faceva malissimo e a malapena riusciva a salire la scala che li avrebbe condotti alla camera.

- Beh, smetti di seguirmi, se ti sto sulle palle.- Biascicò Heli, con molta euforia e molta birra da smaltire addosso. - Pensavo che beccarti una parte dei miei guadagni ti facesse piacere, visto che non hai un quattrino!

- Sai che ho intenzione di prendere la mia strada. Ma non ho ancora trovato un posto dove fermarmi. E fino ad allora, sono costretto a farti da spalla per le tue sceneggiate.

- Ehi, non sono io che ti costringo, eh! Quando ti ho proposto di collaborare, hai detto di sì!

- Non ti sto accusando di nulla. E' solo che...

Avevano raggiunto la stanza. Verild aprì la porta e smise di parlare, avvertendo le lacrime impellenti.

- Oi. Sapiente. Ascolta. Lo so che tu hai i tuoi grandi ideali e tutto quanto. Ma la regola è questa. Io mi becco meriti senza fare un cazzo, tu ti sei beccato un sacco di merda anche se hai fatto una cosa buona. Il mondo va così.

- Grazie, se volevi essere confortante...- Brontolò Verild, asciugandosi gli occhi.

- Io penso tu sia una brava persona. E' la tua gente, che è stronza.- Heli gli posò una mano sulla spalla. Verild lo guardò con un po' di soggezione: il cavaliere era largo il doppio di lui, e un gesto amichevole poteva sembrare molto minaccioso. - Insomma, voglio dire: ti hanno dato del traditore solo perché sei rimasto lì a combattere i mostri invece che fuggire con loro. Fa schifo.

- Mi dispiace. Non volevo gravarti con le mie disgrazie. Ti prometto che tra poco mi troverò qualcosa da fare nella vita e ti lascerò da solo alle tue grandi imprese.- Rispose Verild. - Così tu potrai continuare a raccogliere soldi e gloria senza fare niente, e io farò qualcosa di buono, magari in cambio dell'odio di mezzo mondo. E' la regola.

Il cavaliere fece una stana faccia pensierosa, poi spalancò gli occhi, come chi ha appena avuto un'idea geniale, e batté una mano sulla schiena di Verild. Subito dopo dovette riafferrarlo per un braccio per evitare che cadesse sotto l'impeto del suo cameratismo.

- Che ti prende, Heli?

- Freghiamo la regola!

- Cosa?

- Tu ci metti il cervello e mi aiuti a fare davvero qualcosa di buono. Qualcosa da cavaliere vero, e non ciarlatano. E ce ne andiamo in giro a prenderci la gloria e i quattrini che ci saremo meritati!

- E' una cosa assurda.

- E dai! Vuoi rinunciare alla possibilità di far andare il mondo in un altro modo?

- E' l'alcol che parla, non tu.

- Sì, vabbè, è la parte migliore di me, qualche volta. Dai, Sapiente! Piccino e serio come sei, ti mangerebbero subito, se te ne andassi da solo. Sei cresciuto in un tempio in punta a un monte, non hai mai visto il mondo!

- Non è vero! E comunque era una collina...

- Dai! Così mi sentirò un po' meno stronzo anch'io. E tu avrai il tuo grande scopo nella vita. E potresti insegnarmi a leggere.

- Non sai leggere?

- Mica sono un Sapiente!

- Ma un cavaliere dovrebbe avere un minimo di cultura!

- Senti, mi ha investito cavaliere un mezzo brigante, usando un mestolo invece che una spada! Non è che puoi pretendere più di tanto, eh!

Verild guardò gli occhi da esaltato di Heli e il sorriso da ragazzino, completamente folle, ma con qualcosa che, in fondo, dava fiducia.

- Proviamo.- Sospirò. - Un'impresa soltanto. Vediamo come va.

- Ah, lo sapevo che sei un grande!- Gridò Heli, pronto a regalare un'altra delle sue pacche sulle spalle. Verild si spostò in tempo.

- Solo una cosa! Cerca di mantenermi intero, eh? Modera la forza e sii meno rozzo!

- Oh, cazzo, scusa, è che mi dimentico quanto sei piccino e fragile.

- Anche il linguaggio... Se puoi...

Heli fece una risata e gli posò una mano sul braccio, in modo incredibilmente delicato.

- Perdonatemi, signor Sapiente. Va meglio, così?

- Diciamo di sì.

- Ah, lo sapevo di avere la stoffa del nobilastro! Vedrai come li sistemeremo tutti!

Verild sospirò: probabilmente era una cosa persa in partenza. Ma l'idea di fregare una delle più antiche regole non scritte del mondo... Quello era un pensiero affascinante.




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