III – Confini superati


Il tempio era illuminato. Dapprima Kheil pensò che fosse normale: il ragazzo doveva essere tornato lassù alla ricerca della chiave. Poi però si ricordò della sera precedente: l'Ayna lavorava quasi completamente al buio, usando una lanterna probabilmente magica che non faceva molta luce. La cosa lo spinse ad affrettarsi.
Quando fu davanti alla porta del tempio sentì il cuore fare un balzo folle. Quelle dentro il tempio erano torce. E c'erano voci – tante voci – incuranti del confine sacro costituito dalla soglia del tempio: gridavano, furiose e prepotenti. Non riusciva a distinguere le parole ma non era difficile capirne il tono. C'era solo una spiegazione che gli veniva in mente.
Si precipitò dentro con una foga di cui non si credeva capace, volò lungo le scale e raggiunse la sala principale del tempio.
Esattamente quel che si aspettava, se non peggio.
Le sue guardie avevano avuto la bella idea di occupare il tempio, chissà per quale motivo. Non un motivo che lui avrebbe approvato, ne era certo. C'erano almeno otto membri della guardia cittadina, lì dentro. E c'era il ragazzo, incatenato e inginocchiato, mentre alcune guardie gli gridavano contro. I simboli protettivi disegnati dall'Ayna sul pavimento erano stati cancellati e gli oggetti magici disposti a terra giacevano in frantumi, sparsi per tutto il pavimento. Una delle guardie teneva tra le mani la lucerna che irradiava luce verdastra. All'ennesimo diniego del ragazzo, quando gli venne chiesto di spiegare cosa stesse facendo, l'uomo scagliò l'oggetto addosso al mago. Lui abbassò la testa e chiuse gli occhi. Pezzi di coccio schizzarono ovunque. Il ragazzo mormorò qualcosa e la pioggia tagliente si sollevò verso la guardia che aveva distrutto l'oggetto. L'uomo si riparò a malapena, coprendosi il viso con le braccia, mentre vomitava oscenità e offese. Un altro degli uomini raccolse una manciata dei pezzi che dovevano essere stati qualche artefatto magico e li gettò in viso al ragazzo.
Se per qualche frazione di secondo Kheil aveva vagamente pensato di non lasciarsi coinvolgere, fu come se quel pensiero non fosse mai esistito.
- Fermi. Fermi, tutti quanti, o ve la vedrete con me.
Doveva avere ancora un po' di autorità, perché gli otto uomini si bloccarono, muti, sconcertati dalla presenza di uno dei loro capi, in quel posto. E magari anche spaventati per essere stati colti lì dentro. Bene, che se la facessero sotto. Una volta finita la faccenda del ragazzo, Kheil avrebbe indagato su di loro, dal primo all'ultimo, e avrebbe agito di conseguenza a ciò che scopriva.
- Signore, quest'uomo si è introdotto di nuovo nel tempio! Ha violato il confine sacro!- Protestò una delle guardie.
- E voi cosa ci facevate qui?
- Abbiamo visto la luce nel tempio. Siamo venuti a fare il nostro dovere.
- Il vostro dovere, a quest'ora, è di fare la ronda altrove. Non credo a questa versione e quando sarà il momento verrò a capo dei vostri spostamenti notturni. Ora andatevene immediatamente. Il primo che emette un solo suono sarà arrestato e giudicato come il più squallido dei criminali.
Gli uomini si scostarono dal ragazzo e si allontanarono in silenzio. Solo uno di loro sembrò riflettere sull'opportunità di liberarlo e tornò indietro per sciogliere la catena che lo imprigionava.
- Signore, non vi preoccupate dei motivi che hanno spinto quest'uomo a tornare nel tempio?- Domandò una delle guardie, mal nascondendo la rabbia nella voce. Kheil lo fulminò con lo sguardo.
- Mi preoccupo del fatto che abbiate distrutto ciò che lui aveva fatto qui dentro.
- Non è giusto.- Disse un altro del gruppo. - Eravamo qui per fare il nostro dovere e siamo trattati peggio di questo criminale!
- Il vostro è un abuso di autorità, signore!
- Vattene.- La voce debole del ragazzo emerse tra il vociare confuso delle guardie in rivolta. - Vattene da qui. Stanno per arrivare. I tuoi uomini hanno distrutto la barriera. Vattene. Nemmeno la mia protezione potrà salvarti per sempre, quando si saranno liberati tutti!
- Chi sta per arrivare, Eren?- Si domandò cosa avrebbero pensato le guardie del fatto che aveva appena usato il nome del ragazzo. - Di cosa stai parlando?
- Hanno distrutto la barriera.- Eren si rimise in piedi. - Non possono...
Fu nel momento in cui cinque creature dalla pelle viscida e scura schizzarono fuori dal pavimento, che Kheil si accorse delle figure incise nella pietra sotto i loro piedi. I segni di gesso colorato tracciati da Eren andavano a ricoprire le incisioni. Una volta cancellati i segni, le incisioni erano attive. Ciò che si nascondeva sotto il pavimento era libero di uscire fuori e attaccare i presenti.
Attaccare i presenti.
- Fuggite, idioti!- Gridò Kheil, facendo cenno ai suoi uomini di correre verso la porta. Ma le guardie rimasero immobili, a bocca aperta, a fissare quella specie di lucertole alate e dotate di artigli che prendevano possesso della stanza, volando rasoterra ad una velocità incontrollabile.
- Morirete tutti.- Disse il ragazzo. Poi fu attaccato da una delle creature e dovette concentrarsi sulla magia. Con orrore, Kheil lo vide vacillare sotto un colpo artigliato e scansarsi appena in tempo, con un rivolo di sangue che scendeva giù da una spalla.
- Andatevene!- Ripeté lui. - Vi ho detto di...-
Una delle creature puntò la guardia che le era più vicina. L'uomo, abbagliato come un animale davanti al fuoco, non si mosse. La creatura balzò avanti e piantò gli artigli nel petto dell'uomo. Kheil chiuse gli occhi e sentì le lacrime dietro le palpebre. Le guardie gridarono. Qualcuno doveva essere corso alla porta, finalmente: sentì il suono dei passi. Riaprì gli occhi per vedere le ultime quattro guardie rimaste dentro al tempio che fuggivano alla stregua di pazzi disperati per tutta la stanza, inseguite dagli esseri. Al centro, Eren continuava la sua guerra, nel suo modo. Già due delle creature giacevano a terra, uccise dalla magia Ayna.
Si domandò come mai gli esseri lo evitassero. Forse era la protezione del ragazzo, il ciondolo che sentiva premere contro la pelle, sotto la tunica.
Poi si ricordò all'improvviso cos'era venuto a fare.
- Eren. Ho la chiave della maledizione. Credo.-
Il ragazzo sollevò la testa dalla lotta e la creatura gli artigliò una gamba. Eren crollò a terra, ma non si lasciò sopraffare. Gridò un incantesimo e serrò le mani attorno ad una delle ali traslucide dell'essere. L'urlo di lui si fuse con il lamento dell'essere. Dalle mani del ragazzo partì una sorta di fiamma azzurra che avvolse le ali della creatura. Una sorta di onda violacea avvolse l'essere, prima che questo si accasciasse a terra privo di vita.
- La chiave?- Gridò Eren, scrollandosi di dosso il corpo della creatura vinta. - Devi cercare il posto dove si trovava, rimetterla a posto e distruggerla.
- Distruggerla?
- Colpiscila con qualcosa. E macchiala di sangue.
- Cosa?
Il pavimento maledetto sputò fuori altre due creature, più piccole delle precedenti, con una colorazione rossastra e una sorta di corno ritorto al centro della fronte. E subito dopo arrivarono due spettri meiri, gli esseri di fumo che Eren aveva sconfitto la sera prima. Questi ultimi si gettarono su una delle quattro guardie ancora nel tempio e l'uomo sparì in così poco tempo da non lasciar capire cosa gli fosse successo. Poi una manciata di polvere piovve dall'alto sul pavimento, e tutti a quel punto capirono cosa gli fosse successo.
- Vai e distruggi la chiave della maledizione, altrimenti ci uccideranno tutti!- Gridò Eren, bloccando gli spiriti meiri con un incantesimo che li congelò, sospesi in aria, un attimo prima che attaccassero le altre guardie. - Vai. Se fai in fretta, posso controllarli. Se ne arrivano altri siamo perduti!
- Vado.- Gridò Kheil. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, come “buona fortuna” o “vedi di non farti ammazzare, scemo”, ma non ebbe il coraggio di dire altro.
Si precipitò fuori dalla sala e imboccò la scala che saliva ai piani superiori, quelli di cui aveva parlato il ragazzo, con le tombe e gli altari depredati. Lo specchio sembrava pulsare contro il suo petto, nella tasca interna alla tunica dove l'aveva nascosto. Non doveva essere difficile capire dove metterlo. La forma esagonale non era comune. Doveva farcela. Doveva a tutti i costi.
Se si fosse portato una luce, magari. Rotolò a terra, senza capire su cosa avesse inciampato. Sul più banale dei gradini, probabilmente. Portò le mani al petto, per assicurarsi che lo specchio fosse intatto, e avvertì la superficie dura e fredda, sotto la stoffa della tunica e del drappo protettivo. Tutto bene. Quasi. Come avrebbe fatto, nel buio più completo?
Disteso a terra sulla schiena, chiuse gli occhi, per calmarsi, e li riaprì lentamente. Vedeva. C'era una luminescenza violacea, attorno a lui... Portò una mano al petto e trovò il ciondolo Ayna. Scintillava debolmente, ma abbastanza da mostrargli la via e ciò che doveva trovare.
Passò in rassegna le tombe, cercando disperatamente con lo sguardo un qualcosa di esagonale che potesse contenere lo specchio. Niente, assolutamente niente. Con l'angoscia che gli stringeva la gola, abbandonò la sala, tornò alle scale e raggiunse il piano superiore. Ancora tombe, sarcofagi di marmo roseo decorati con una ricchezza sorprendente di gemme e incisioni. Niente di quel che albergava nella sala pareva essere la culla per lo specchio maledetto.
Restava l'ultima stanza, quella più in alto. La stanza dell'oracolo, aveva detto il ragazzo. Vi arrivò che non aveva quasi più fiato. Cercò attorno a sé, osservò le decorazioni di quel mondo segreto e spaventoso, carico di significati antichissimi, estranei al tempo senz'anima in cui Kheil era nato. Forse, un uomo di qualche secolo prima, pregando la divinità del tempio e confidando nel mondo invisibile, avrebbe capito subito. Avrebbe sollevato gli occhi e trovato immediatamente...
Sul muro. Il rilievo del Dio Aht. Lì, sul petto della figura di pietra c'era uno spazio esagonale. Kheil gridò, mentre le lacrime finalmente gli bagnarono il viso. Corse verso la divinità, quasi fosse stato un impetuoso fedele, e piazzò lo specchio al posto giusto. L'oggetto vi si adagiò perfettamente.
Ora doveva...
Distruggerlo.
Estrasse la spada e tentò di colpire lo specchio con la punta dell'arma, ma quello resisté. Furioso, senza pensare alle sue azioni, afferrò la spada dalla lama e colpì lo specchio con l'impugnatura. Schizzi di sangue macchiarono l'artefatto. Kheil ignorò il dolore e lo colpì di nuovo.
Quando i pezzi dello specchio vennero giù, si ricordò che il ragazzo gli aveva raccomandato di bagnarli di sangue. Fece una specie di risata di sollievo, lasciò andare la spada a terra e poi la seguì, crollando sul pavimento con il cuore che batteva tanto forte da annullare ogni altra cosa.

Tornò in sé poco dopo – o così gli sembrò. Chissà quanto tempo era passato, magari. Si alzò e fuggì dal sotterraneo. Dal piano di sopra giungevano delle voci confuse. Delle voci erano un buon segno, decisamente.
Si era aspettato di trovare i suoi uomini, aveva sperato di vedere il ragazzo e di sicuro non si immaginava che ci fosse lei.
Eren era disteso a terra e Naima gli stava fasciando le ferite. Accanto a loro c'erano i frammenti di qualcosa. Come se non ci fossero state già abbastanza cose in pezzi, lì dentro. I suoi uomini – i tre che erano fuggiti e l'unico superstite di quelli rimasti dentro il tempio – se ne stavano in disparte, muti. E menomale. Li avrebbe uccisi lui, se si fossero provati a dire qualcosa fuori posto.
- Naima, tu che ci fai qui?- Domandò, avvicinandosi alla donna. Lei gli sorrise, divertita.
- Sorpreso?
- Tu che dici?
- Comunque, ringrazia quel briciolo di senso della responsabilità che ancora si nasconde nelle profondità del mio animo da trafficante.
- Se non fosse stato per lei, non ce l'avrei fatta.- Mormorò Eren, sorridendo. - Tu e lei avete salvato Anmaad, probabilmente.
- Ma cos'è successo?- Domandò Kheil.
- La maledizione è esplosa nel momento in cui questi uomini hanno distrutto la mia protezione.- Spiegò Eren. - Era lì, in attesa di liberarsi. La rottura della mia barriera ha anticipato i tempi. Erano comunque troppe per me. Naima è arrivata appena in tempo per aiutarmi.
- Ho sacrificato il mio artefatto migliore, per questa città che non mi piace neanche.- Sospirò la donna. Raccolse qualche frammento tra le mani e sollevò il palmo verso Kheil. - Ti ricordi la bella conchiglia esposta tra la mia merce?
- Hai detto che ti avrebbe fatta sopravvivere per tre mesi, se qualcuno l'avesse comprata.
- Ed è la verità. Ma l'ho usata questa sera. Era un oggetto purificatore. Capace di spazzare via l'aura negativa di ogni incantesimo, dai luoghi. Una volta resa più respirabile l'aria del tempio, le creature hanno perso la loro forza e Eren le ha distrutte in un attimo.
- Perché sei venuta qui?- Le domandò di nuovo Kheil. La donna alzò le spalle e scosse la testa.
- Non lo so. Forse è stato il ciondolo Ayna. Se sono coinvolti gli Ayna, mi sono detta, allora è grave. Così sono venuta a vedere se c'era bisogno di aiuto.
- Non pensavo che gli Ayna fossero così tenuti di conto, nei...- Si bloccò, rendendosi conto che stava per dire “nei bassifondi”, cosa ben poco lusinghiera. Ma la donna rise. Doveva aver già capito.
- I poveri e i disgraziati riveriscono gli Ayna come amici e salvatori.- Rispose lei.
- Cosa che li rende migliori dei potenti.- Disse Eren. - Ma tu ti sei distinto. Ti sei fidato. Ti devo di nuovo la vita.
- Anch'io la devo a te, Ayna. Siamo pari.

Probabilmente gli avrebbero chiesto spiegazioni. Che lui non sarebbe stato in grado di dare.
Sospirò, guardando con una certa preoccupazione il ragazzo che osservava discretamente la sala per gli ospiti della sua casa, e Naima che invece ficcanasava ovunque senza ritegno. Per un funzionario del governo non era proprio normale portarsi a casa due sconosciuti equivoci, probabilmente rei di aver usato la magia senza autorizzazione e di una quantità di altre cose. Anche se erano lì solo per un'innocente colazione dopo un'innocente notte di lotta con i mostri.
- Credo sia il momento di andare.- Disse il ragazzo all'improvviso. - Non voglio crearti ulteriori guai.
Kheil fece cenno di sì con la testa e si tolse il ciondolo di Eren dal collo. Il ragazzo scosse la testa, quasi offeso.
- Devi tenerlo.
- Ma... è tuo.
- Te l'ho dato. Sarò più tranquillo, se saprò che sei protetto.
- Ehi, come mai ti preoccupi tanto?
Eren alzò le spalle, un po' imbarazzato.
- Non voglio che una delle poche persone oneste di questa città si metta nei guai. - Grazie del complimento.- Ed era davvero bella, la sensazione che avvertiva ogni volta che il ragazzo ribadiva quel concetto.
- Me ne vado anch'io.- Disse Naima. - Grazie per aver comprato da me, signor funzionario del governo. Torna quando vuoi.
- Non ci contare. E poi, la pianti di chiamarmi “funzionario del governo”?
- Non è carino, quando si presenta come funzionario del governo, tutto serio e così fiero del suo ruolo?- Chiese la dannata strega al ragazzo. Eren faticò a trattenere una risata.
- Vattene, prima che cambi idea sulla legalità dei tuoi commerci!- Brontolò Kheil.
- Vado.- Poi la donna si rivolse a Eren, e il suo modo di fare spavaldo e insopportabile sparì del tutto. - Ayna, ti ringrazio per quel che hai fatto. Ogni volta che vorrai, io ci sarò. E anche la mia merce. A buon prezzo, per voi.
Il ragazzo rise e scosse la testa.
- Ti ringrazio, Naima. Anche se temo che i tuoi prezzi saranno sempre troppo alti, per noi. Gli Ayna sono viandanti senza niente.
- Beh, puoi sempre chiedere al signor funzionario del governo se ti compra qualche gingillo magico, ogni tanto.
- Cosa?- Tuonò Kheil, indignato.
- Ehm...- Balbettò il ragazzo. - In che senso?
- Facciamo un patto.- Disse lei, con gli occhi che brillavano. - Tu diventi un informatore per il signor funzionario e lui in cambio ti compra i miei articoli più interessanti.
- Ma non mi sembra proprio...
- Assolutamente no!
- E' cattivo, non vuole bene agli Ayna!- Protestò lei, mettendo su un finto broncio.
- Non c'entra niente!- Si difese Kheil, sconvolto da tanta audacia. - Non accetterò mai una simile cosa assolutamente spregevole dove l'unica che ottiene qualcosa senza dare sei tu!
- Cosa vuoi che dia? Sei interessato in qualche genere di favori in modo particolare?
- Eeeeeeeeh?
- Aspettate.- Eren si mise tra i due, prima che Kheil esplodesse dalla stizza o dall'imbarazzo. - Forse ho un'idea. Io ti farò da informatore per i quartieri Sud e Ovest, mentre Naima terrà gli occhi aperti nel quartiere Est. Ogni cosa fuori posto, ogni situazione sospetta ti sarà riferita. Ti aiuteremo nelle indagini. In cambio, e solo se vorrai, potrai aiutarmi a pagare qualche artefatto che mi occorre. Se accetti, avrai guadagnato l'amicizia di tutti gli Ayna. Chi fa un patto con uno di loro, fa un patto con tutta la congrega.
- Questo vorrebbe dire che...- Mormorò Kheil, sapendo di essere già stato sconfitto senza nemmeno tentare di ribattere. - Dovrò vedere quella disgraziata di nuovo?
- Puoi anche rifiutare.- Disse Naima. - Certo, se rifiuti, potrei decidere che sei un buon obiettivo da suggerire a qualche amico truffatore.
- Ma che razza di... Ah, basta. Va bene. Tanto lo sapevo che mi sarei lasciato coinvolgere!- Piagnucolò Kheil, nascondendo il viso tra le mani. - Ora questo ragazzino mi trascinerà nei guai e quella disonesta mi finirà il patrimonio...
- Sui guai, d'accordo.- Rispose lei, seria. - Ma non ti finirò il patrimonio. Non ti trufferò mai, a questo puoi credere.
- Ah. Certo.
- Certo. Non si ingannano gli amici.
Ecco, ci mancava solo l'uscita sentimentale, per farlo capitolare del tutto.
Le gettò un'occhiataccia, sperando che la donna capisse che non era proprio convinto e diceva di sì solo perché era in vena.
- Va bene. Accetto il patto.
Naima fece una faccia orribilmente soddisfatta. Eren invece sorrise nel suo modo discreto e gli fece tenerezza. Kheil posò la mano sulla spalla del ragazzo (che sensazione sconfortante, avere circa dieci anni più di lui ed essere un ramettino tutto ossa, in confronto al fisico allenato di uno che è abituato a combattere e camminare...)
- E' bello sapere che ci sono delle persone idealiste come te.- Disse.
- Ce ne sono più di quante pensi.- Rispose Eren. - E altre lo diventano all'occorrenza.-
E in fondo aveva ragione.
- Beh, sì, anche tu sei stata... notevole.- Borbottò, rivolto alla donna.
- E tu non ti sei comportato male, per essere un funzionario del governo.
- La smetti con questa storia o no?

Kheil Davral non era un tipo che concedeva troppo ai ricordi e ai sentimenti. Ma quella sera, al tramonto, guardando verso la collina e il tempio di Aht, sfiorò il ciondolo che gli era stato regalato e assaporò dopo tanto tempo la sensazione esaltante del mondo che veniva riscritto e rinnovato dalla nascita di qualcosa che prima non c'era. Avvertì una specie di vertigine, nel realizzare quanto quelle due persone e tutta la faccenda fossero riusciti ad arrivare vicino a quella parte di anima che usava raramente. Non c'era voluto poi molto, a superare i suoi confini e raggiungerlo veramente.
E poi si sentì fiero di sé. Era riuscito a salvare la città. E tutto perché era stato onesto nel giudicare un prigioniero. Niente male, per uno che veniva costantemente deriso per la sua troppa indulgenza, per una certa ingenuità e perché non sfruttava i benefici della sua carica.
Rise di sé, ma con simpatia. Guardò di nuovo il tempio. Il dio dei puri di cuore, eh?
Beh, grazie, dio. Devi averci dato una mano tu. Aht. Posso chiamarti Aht?
Si versò da bere (un innocuo estratto di camomilla) e brindò da solo alla rivincita degli stupidi onesti.


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