Il confine sacro


I – Confini violati


Caldo. Orribilmente caldo. Una cappa di caldo a cui non si sfuggiva, l'aria ferma come un masso e il sole che pioveva addosso quasi fosse stato una colata di lava. In una giornata del genere, c'era davvero bisogno di ottemperare alle operazioni della giustizia all'aperto? D'accordo, il Krenn, il grande cortile del palazzo del Governo, da secoli e secoli era la piazza della Giustizia, era la Giustizia stessa, il luogo dove gli antichi dei avevano stabilito il fondamento delle leggi degli uomini e così via. Ma loro erano dei, e probabilmente quando avevano stabilito il famoso fondamento delle leggi non avevano sofferto tutto quel caldo, e...
- Giudice Davral, ecco il terzo imputato.
La vocetta fioca del suo segretario lo riportò alla realtà. Calda come i pensieri in cui si era perso.
- Sì.- Si passò le mani sul viso e tra i capelli chiari, tentando di scacciare il sonno e la poca voglia di trovarsi lì. - Perché è stato condotto davanti al tribunale della città?
- Ha violato il confine sacro di un tempio, il tempio di Aht sulla collina.- Piagnucolò il segretario.
Le guardie intanto gli avevano messo davanti il violatore di templi. Non era il tipico furfante che ti aspetteresti di pescare a rovistare tra i tesori di un tempio. Era un ragazzo alto e robusto, con la pelle scura e occhi e capelli nerissimi. Di etnia venian, uno degli ultimi rimasti in quella regione. Indossava una specie di tunica sbracciata viola ed era adornato da bracciali, collane e orecchini fatti di una miriade di piccole perle, sassi e pietre multicolore. Nei capelli, lunghi fino alle spalle, erano intrecciate altre perline.
Quegli ornamenti li conosceva.
- E' un Ayna.- Disse, indicando le collane che scendevano sul petto del ragazzo.
- Un che?- Biascicò una delle guardie. Ah, la raffinatezza e la cultura dei bestioni che venivano selezionati per l'esercito cittadino...
- Ayna.- Ripeté lui, paziente. - Una congrega di sapienti e maghi. I gioielli che porta ne sono il segno distintivo. Che ci faceva un Ayna in un tempio nel quale non si può entrare?
- Non risponde.- Disse l'altra guardia. - Gliel'abbiamo chiesto mille volte, ma lui non risponde.
- Giudice Davral, è chiaro che era lì per rubare.- Suggerì il segretario, che evidentemente voleva sbrigarsela in fretta.
- Eri lì per rubare?- Domandò, poco convinto. Il ragazzo scosse la testa.
- Nega, ma è chiaro che...- Si intromise ancora il segretario. Lui lo ignorò.
- Cosa ci facevi, se non volevi rubare?
Niente. Il segretario fremeva per esprimersi ancora contro quella creatura che aveva avuto la disgrazia di finire tra le mani delle guardie.
A pensarci bene, si poteva considerare un vero crimine, entrare nel tempio di una religione dimenticata da tutti, che veniva usato una volta all'anno per una buffonata di cerimonia in onore del re? Di cose da rubare non ce n'erano, in quel posto. Chissà, magari il ragazzo cercava solo un posto per dormire. Aveva un che di tenero, quel tipo. Forse era il contrasto tra la costituzione robusta e la giovanissima età. Non aveva proprio voglia di affibbiargli una pena solo per far contento il segretario.
- Lasciatelo andare.- Sospirò.
- Ma Giudice...
- Lasciatelo andare, e basta.
Mentre le guardie spingevano via il ragazzo, Kheil Davral, Giudice cittadino di Anmaad, si stirò e sbadigliò senza curarsi delle proteste del suo segretario, meditando per la millesima volta di lasciare la carica pubblica e la città e fuggire in qualche posto meno complicato. E meno caldo.

Kheil Davral aveva pensato di aver risolto la faccenda del violatore di templi, in quella torrida mattinata. Il giorno successivo, non meno caldo del precedente, scoprì che non era così.
- Ancora lui?
- Le guardie l'hanno trovato di nuovo nel tempio!- Per il segretario era davvero qualcosa di indicibile.
- Si rifiuta di parlare.- Lo informò la guardia.
- Avrà i suoi buoni motivi...- Borbottò Kheil, guardando il ragazzo. - Gli Ayna sono gente che mantiene i propri segreti.
- Vorrei ricordarvi che potrebbe essersi macchiato di altro un crimine: magia non autorizzata.- Precisò il segretario.
Ecco, ci mancava solo quello. Lui tentava di togliere il ragazzo dai guai e rischiava di procurargliene di peggiori.
- Non ha compiuto magie.- Protestò Kheil. - Non è vero? Le guardie lo hanno trovato lì dentro, ma non stava facendo niente. Gli Ayna sono anche dei sapienti. Forse era lì per studio. Qualcosa del genere.
- Io non capisco questo vostro insistere nella difesa di una congrega dalla dubbia fama e dalle motivazioni oscure!- Si scaldò il segretario.
- Ma no, no, non sto difendendo proprio niente. Solo, voglio una prova concreta dell'implicazione del ragazzo in qualcosa di veramente criminale. Se questa non c'è, per me potete rimetterlo in libertà.
- Ma... ma...
- Forza, portatelo via. E tu, ragazzo, vedi di non tornare in quel tempio, d'accordo? Colse lo sguardo dell'Ayna per un istante appena, ma quel che vide non gli piacque granché.

- Quel tempio deve proprio piacerti, eh?
Kheil avrebbe voluto sbattere la testa contro il tavolo.
- Mi permetto di farvi notare che la faccenda è diventata piuttosto seria.- Disse il segretario, affacciandosi da sopra la sua spalla. Lo sguardo puntava sull'immenso tomo dal quale Kheil avrebbe potuto divertirsi a scegliere la pena per il ragazzo. I giudici semplici, come lui, avevano molta libertà nel gestire il codice penale. C'erano alcuni suoi colleghi che trovavano la cosa piuttosto divertente. Ma lui non aveva mai sentito il bisogno di sfogare il proprio desiderio di controllo e superiorità sui disgraziati che le guardie gli scaricavano davanti ogni mattina.
- Se non mi dici cosa stavi facendo nel tempio, dovrò tenerti un giorno in prigione.- Disse, rivolgendosi direttamente al ragazzo. Il segretario fece uno squittio che voleva essere una rimostranza riguardo la sua decisione.
Il ragazzo ovviamente tacque.
- Bene. Domani a quest'ora sarai liberato. Portatelo via.
E siccome ricascarci alla terza sarebbe stato da veri stupidi, il Giudice Kheil Davral decise di cambiare tattica.

Il tempio Aht dominava il quartiere Nord della città, dalla collina su cui era stato costruito, in un tempo immemore. La collina non era così alta. Era Anmaad ad essere una piana senza un solo rialzo. Una città sul fondo di una scodella. Piena di palazzoni bassi, mura massicce, caldo e insetti. Kheil non aveva ancora capito se l'aveva mai amata.
Raggiunse il tempio piuttosto in fretta, prima del tramonto, e si trovò un posto tranquillo tra i cespugli di arbusti che circondavano la costruzione. Se davvero il loro criminale recidivo avesse ritentato la violazione del confine sacro, sarebbe stato lì ad accoglierlo. Anzi, ad osservarlo. Se un Ayna si sprecava a rischiare la vita per compiere un'effrazione in un posto del genere, forse c'era qualcosa di cui preoccuparsi.
Un'ora abbondante dopo il tramonto Kheil cominciò a sentirsi un po' meno fiero del suo geniale piano. Stava considerando di scendere dalla collina, mandando tutta quella storia dove doveva andare, quando si rese conto che all'interno dell'edificio si era appena accesa una luce. Fu questione di un istante: si spense subito, come ingoiata dal buio. E in quell'istante Kheil fu certo di aver visto qualcosa, all'interno, da una finestra. Una sagoma indistinguibile e molto, molto più alta di qualsiasi essere umano.
Kheil meditò qualche momento sui doveri civici, messi a contrasto con l'importanza dell'evitare i guai. La curiosità fece pendere la bilancia dalla parte dei doveri civici e l'uomo abbandonò il suo rifugio per addentrarsi nel tempio.
I loro antenati avevano dedicato ad Aht, divinità protettrice della purezza, un edificio alto ed elegante, una torre candida che si slanciava verso il cielo. Lungo la torre si aprivano finestre arcuate, attorno alle quali erano stati tracciati fregi d'oro e d'argento, anche se il tempo aveva cancellato parte del loro splendore. Niente a che vedere con gli edifici lineari e imponenti che nell'ultimo secolo avevano affollato la città. Entrare in quel posto era come affacciarsi su un'epoca perduta.
Kheil attraversò l'atrio del tempio e raggiunse la scala che lo avrebbe condotto al primo piano, dove si trovava la sala principale per i rituali. In essa si apriva la finestra attraverso la quale Kheil aveva intravisto la sagoma minacciosa. Adesso la sala era immersa nel buio e l'uomo non riusciva a distinguere le cose che gli stavano attorno. Forse abbandonare la sua lanterna da qualche parte, là fuori, non era stata un'idea geniale. Neppure entrare, a pensarci bene.
Il flusso di pensieri e rimpianti si bloccò quando il piede di Kheil inciampò in qualcosa di indefinito che cadde con un bel tonfo e produsse un rumore di cocci infranti.
E al rumore seguì un grido.
- C'è qualcuno?- Urlò Kheil. - Sono un funzionario del governo di Anmaad, posso arrestare chiunque sia qui per trasgredire la legge!
- Che cosa si è rotto?- Rispose una voce maschile, concitata, dal fondo del buio. Kheil si sentì un po' preso in giro.
- Ho detto che...
- Non importa chi sei. In questo momento importa solo che cosa si è rotto. Quel rumore. Hai toccato qualcosa?
- Non lo so, non ci vedo.
Un lampo verde comparve all'improvviso e subito dopo la stanza fu rischiarata dalla luce verdastra di una lucerna di coccio che brillava senza avere all'interno alcuna fiamma. La lucerna era posata sul pavimento e la sua luce inquietante mostrava i segni che erano stati tracciati con un gesso blu sull'impiantito di pietra grigia, e gli oggetti posti in cerchio al centro della stanza.
- No, no!- Esclamò una figura nell'ombra. - E' il vaso, vero?
- Eh? Ah... sì, credo di aver rotto un vaso.
Kheil si sentiva davvero stupido.
- Spostati da lì. Esci subito. Sparisci.
- Non ho intenzione di farlo, se prima non capirò cosa sta succedendo qui dentro!
A quel punto accaddero troppe cose tutte insieme. L'altro gli gridò qualcosa che suonò molto come “idiota”, ma nello stesso momento dai cocci del vaso si levò una specie di fiamma scura che guizzò in alto, e al centro della sala comparve di nuovo quella sagoma che Kheil aveva intravisto dall'esterno.
- Ma cosa...
- Vattene!
- Cos'è?
L'altro rispose una parola incomprensibile, prima di balzare al centro della sala, nella luce della lanterna.
Era il ragazzo Ayna, e ora stava fronteggiando un essere che sembrava fatto di fumo.
Il ragazzo era immobile di fronte all'avversario: aspettava una mossa, forse, mentre seguiva con gli occhi i movimenti rapidissimi della creatura, cercando di non perderla mai di vista. Kheil osservava entrambi e si domandava come si potesse sconfiggere un nemico evanescente.
A un certo punto l'essere fece un sobbalzo brusco e si gettò sul ragazzo. Lui rimase immobile, con gli occhi chiusi e la mano stretta attorno ad una delle sue collane. La creatura assunse per un attimo la forma di una specie di bestia e puntò alla gola del ragazzo. Prima che potesse arrivarci tutti i simboli disegnati a terra presero a brillare di una leggera luminescenza azzurra. La creatura si dissolse, come spazzata via da una brezza che però non c'era.
Kheil si lanciò in avanti, per raggiungere il ragazzo.
- Stai bene?
- Non entrare nel cerchio e stai attento a non rompere altre cose.
- Scusa. Ma tu stai bene?
- Sì.- Finalmente l'Ayna si rialzò e lo guardò in faccia per la prima volta. - Sei venuto di persona a scoprire cosa faccio al tempio?
- Esatto. Cos'è, tutto questo?
- Dovresti aver capito che gli Ayna non parlano delle proprie missioni.
- L'ho capito. Hai preferito farti acchiappare tre volte dalle mie gentilissime guardie e persino passare una notte in prigione, piuttosto che dire la verità.
- E allora, se l'hai capito, smetti di chiedermelo.
- Non pensi che abbia diritto di saperlo? Ho appena assistito a quel che hai fatto. Potrei incriminarti per uso non autorizzato di magia.
- Fallo.
Quell'atteggiamento lo spiazzava. Il ragazzo non era né arrogante né aggressivo. Anzi, era terribilmente dimesso. Eppure rimaneva immobile sulla sua posizione, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
- Quanti anni hai?- Domandò Kheil, con una certa ammirazione.
- Cambi tattica di interrogatorio?- Chiese l'altro, con l'accenno di un sorriso sulle labbra. - Ne ho diciannove.
- No. Mi chiedevo come fosse possibile avere tutta quella determinazione, per una persona che sembra tanto giovane. In effetti, a diciannove anni io sarei stato incapace di assumere un atteggiamento come il tuo.
- Non assumo nessun atteggiamento. Se vuoi essere un Ayna devi saper rifiutare i compromessi.
- Ora però dovrai accettarne uno, se non vuoi subirne le conseguenze. Voglio sapere cos'è successo qui dentro e qual è la tua missione.
Lo spiraglio che si era aperto tra i due si chiuse subito non appena Kheil ebbe assunto di nuovo il suo tono ufficiale da funzionario del governo. Ne fu consapevole. Ma non c'era altro da fare: se nella sua città c'era un problema, lui doveva capire ed agire.
- Non puoi semplicemente fidarti di me? Ti ho salvato la vita, anche se forse non lo sai. E gli Ayna concorrono soltanto al bene delle città dove si insediano.
- Lo so, ma non siete incorruttibili, e io ho il dovere di conoscere qualsiasi faccenda che riguarda Anmaad. Non voglio ripeterlo più. O mi dici cosa stai facendo qui, o ti arresto.- Portò la mano alla spada corta che gli pendeva dalla cintura. – Non sto scherzando.
Subito dopo pensò di aver appena detto la sciocchezza che gli sarebbe costata la vita. Cosa se ne faceva di una spada contro un mago? E invece vide il viso del ragazzo riempirsi di angoscia. Rimase immobile, a fissare la mano stretta sull’impugnatura della spada, senza reagire.
- Questo è sleale.- Mormorò il giovane mago, abbassando la testa. – Sai che non posso rispondere alle minacce.
No, Kheil non lo sapeva, ma fece finta di aver capito perfettamente, e iniziò ad estrarre la spada.
- Allora parla.
- Perché fai questo? Equivale ad attaccare un uomo disarmato.
Kheil intuì che quell’atteggiamento doveva avere a che fare con i principi di rispetto della vita su cui erano basati i codici etici degli Ayna. Probabilmente era loro vietato di attaccare un innocente, anche se ciò significava rischiare la vita. Avrebbe spiegato perché un mago andava in crisi di fronte a una spada.
- Se questo è uno scontro, io gioco come ritengo opportuno.- Rispose Kheil, sentendosi molto idiota in quella finta strategia. Non sapeva assolutamente dove sarebbe andato a parare.
Ma la finta strategia funzionò, inaspettatamente. Il ragazzo si accoccolò a terra, con aria sconfitta.
- In questo tempio c’è un pericolo e la mia congrega ha mandato me a sistemarlo.- Borbottò, stizzito. – Ti basta?
- No. Cos’era quel coso che... Insomma, quello.
- Uno spettro meiri. E’ come il fantasma di un fantasma. E’ una creatura fatta dell’eco di incantesimi antichi, che viene sigillata tra le pietre di un edificio. Questo posto ne è pieno. Avevo preparato questo cerchio di simboli e oggetti per proteggermi, e quando hai rotto il vaso la protezione si è spezzata.
- Come mai il tempio è pieno di questi spettri?
- E’... Il motivo della mia missione. Hai mai sentito parlare della setta dell’Onice?
- Mmm... No.
- Erano un gruppo di folli. Dei maghi oscuri convinti di poter arrivare a dominare tutta Anmaad e poi l’intera regione. Circa cinquanta anni fa costruirono un meccanismo per assicurarsi il dominio. Gettarono un incantesimo sui venti templi più importanti della regione: al termine del tempo stabilito l’incantesimo si sarebbe risvegliato e i templi avrebbero rovesciato la loro maledizione su tutte le terre. Ne sarebbe uscito un intero esercito di creature come quella che ho distrutto prima, e loro l’avrebbero comandato per conquistare tutta la regione.
- Stai scherzando? E noi avremmo vissuto per cinquant’anni sotto una minaccia del genere, senza saperlo?
- Non mi sembra che questo re e i suoi governatori abbiano mai preso troppo sul serio la magia, eh?
Kheil avrebbe voluto ribattere qualcosa di duro a quell’impertinenza, ma si trattenne. Sospettava che il ragazzo avesse ragione.
- E allora?
- Allora, tre anni dopo l’elaborazione di questo piano, il vecchio re trovò tutti i gruppi legati all’Onice e li sterminò completamente. Però il loro progetto è sopravvissuto. Qualche mese fa gli Ayna hanno ritrovato dei quaderni contenenti le indicazioni relative al progetto e abbiamo capito che dovevamo annullare l’incantesimo nei templi. Altrimenti la regione sarebbe stata devastata da un’invasione di creature magiche incontrollate.
Kheil soppesò per qualche istante le parole del ragazzo. Alla fine decise di crederci, ma non troppo, perché in fondo facevano un po’ paura.
- E quindi tu saresti venuto qui per bloccare la maledizione nel tempio di Aht?
- E’ uno degli ultimi tre templi da liberare. E se avessi trovato subito la chiave della maledizione, avrei già fatto il mio dovere senza farmi scoprire. Invece la chiave è andata perduta e le tue guardie che vengono qui a bere di nascosto, di prima mattina, continuano a beccarmi.
Kheil ingoiò il riferimento all’indisciplina delle sue guardie e si ripromise di indagare.
- Che cos'è, la chiave della maledizione?
- Può essere qualsiasi cosa. Un ornamento del tempio, una statua, un oggetto votivo... Negli altri templi l’abbiamo trovata in vari luoghi. Ha forme diverse, ma siamo in grado di avvertirne il potere, quando la recuperiamo.
- E non riesci a trovarla?
- No, e sto cominciando a temere il peggio. Che qualcuno l’abbia rubata, probabilmente per rivenderla.
- E’ assurdo! Nessuno è mai venuto a razziare il tempio di Aht!
- Questo lo pensi tu. Mancano tantissimi ornamenti, mancano gli oggetti rituali tradizionali, mancano intere statue... Si vedono i posti dov’erano prima. E’ evidente che questo tempio ha fatto la ricchezza di qualcuno. Sali ai piani superiori, nelle stanze dove sono sepolti i sacerdoti antichi, o in cima alla torre, la stanza dell'oracolo. Ci sono tombe aperte, altari devastati, bassorilievi da cui sono state staccati i listelli d'oro e d'argento...
Era sempre così commovente, scoprire dove poteva arrivare la bassezza degli esseri umani. Kheil fece un sospiro e alzò le spalle, come per dire che non ci poteva fare nulla.
- Quindi non puoi andartene da qui se non risolvi la faccenda?- Domandò ancora. Il ragazzo scosse la testa.
- Morireste tutti, se lasciassi perdere. L’unico modo di evitare guai è che io ritrovi quell'oggetto. Solo che... Temo di doverlo cercare nei mercati clandestini della magia, più che nel tempio. Se qualcuno ha capito il suo valore magico l'avrà rivenduto di corsa. Anche da solo è un veicolo di maledizioni che potrebbe interessare a molti.
- C’è qualcosa che posso fare, per aiutarti?
- Un’autorizzazione a stare qui dentro, per esempio.
- Non posso. Il tempio non è di mia competenza. Potrei autorizzarti ad usare la magia “in caso di pericolo”, secondo la legge, ma questo posto...
Il ragazzo si rialzò e gli gettò uno sguardo gelido.
- Allora dovrò stare attento alle tue guardie.
Kheil lo osservò che raccoglieva i cocci del vaso e cominciava a riavvicinarli, mormorando parole incomprensibili. Il vaso si ricompose e il ragazzo lo rimise al suo posto.
- Ehi.- Lo richiamò Kheil. – Come ti chiami?
- Eren.
- Eren, perché ci tieni tanto, a questa missione?
- Perché è quello che fanno gli Ayna. Aiutano le città dove si stabiliscono.
- Sì, ma, ci sarà qualche altro motivo, no? Insomma, va bene, gli Ayna sono buoni e tutto il resto, ma avranno un tornaconto anche loro, credo.
Eren fece qualche passo avanti e uscì dal cerchio, infuriato.
- Probabilmente ci saranno Ayna con il loro tornaconto, sì. Per quanto riguarda me, l’unica cosa che ho guadagnato per ora da questa storia è di farmi catturare dalle tue guardie. Se non ci credi, non so cosa dirti. E se vuoi arrestarmi perché sono un problema, fallo pure. Sarà peggio per voi.
- Calmati, adesso! Non voglio arrestarti. E riguardo il tuo altruismo, mi fa piacere scoprire che ci sono persone come te, in giro. Non volevo offenderti.
Eren scosse la testa.
- Non sono offeso. Solo... Stanco.
- Senti. Facciamo così. Starò dietro alle mie guardie, così avrai modo di cercare senza essere scoperto, va bene?
- Va bene. Grazie.- Il ragazzo avanzò e si tolse una delle sue collane. Era un ciondolo a forma di mezzaluna, appeso ad un cordino azzurro insieme a dieci perline di colori diversi. Lo porse a Kheil, che rimase immobile, senza toccare l'oggetto. - Prendilo. E' una protezione.
- Perché dovrei averne bisogno?
- Potrebbe succedere qualcosa. Finché non ho tolto l'incantesimo, nessuno è al sicuro, in città.
- E di tutti quanti, perché vuoi proteggere me?
- Sei stato buono, con me, quando mi hai giudicato.
- Sono stato giusto. E' il mio lavoro.
- Non sei il primo che incontro. Non tutti i giudici sono così. E per la tua giustizia, ti sono grato. La gratitudine è una delle leggi fondamentali della mia congrega. Voglio che tu tenga questo oggetto. Puoi disprezzare la magia, o non darle valore, ma io saprò che sei al sicuro.
Kheil allungò la mano e accettò il dono, titubante. Poi capì che era il momento di andarsene, prima di rimanere troppo coinvolto in quella storia.




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