Armature

- Puoi metterci anche dello zucchero, se vuoi?

- Dove, nel mio piatto di mandorle, pistacchi, uvette e pinoli annegati nel miele? Ottimo, ci mancava proprio un po' di dolcezza.

- Esatto. Oh. Scusa. Stavi esercitando del sarcasmo, credo.

- Sì. Ma era bonario, non ti preoccupare. Però penso che eviterò lo zucchero, se non ti dispiace.

Abel rise e scosse la testa, affondando il cucchiaio nella massa appiccicosa che Viola gli aveva offerto per colazione. Ogni giorno c'era un tema diverso, nella cucina di Viola, e quella era la giornata della dolcezza. Una lunghissima giornata fatta di sapori che ad Abel piacevano, ma solo in piccole dosi, in momenti selezionati. Ma lui era ospite di Viola e quindi accettava il regime alimentare del padrone di casa senza obiettare.

- Oggi ho tutta la giornata libera.- Annunciò Viola, sedendosi sul tavolo con un'enorme tazza di qualcosa-meglio-non-sapere-cosa in mano. Il kimono di seta verde con fantasie dorate si allargò sulla superficie di legno. - Ti va di accompagnarmi a fare acquisti?

- Acquisti di che genere?

- Mi servono una nuova base per il trucco e un fissante.

- Se non altro, sono la persona adatta per darti consigli a riguardo...

- Oh, Abel, ma tanto anche se tu sapessi tutto di trucco teatrale, cosa me ne farei dei tuoi consigli? Lo sai che faccio sempre quello che voglio, alla fine.

Abel sospirò, imponendosi di non ricordare gli innumerevoli episodi durante i quali sarebbe stato meglio se Viola si fosse degnato di ascoltarlo. Ingoiò un'altra cucchiaiata della sua colazione, ripromettendosi di imporsi, l'indomani, e chiedere di poter essere presente in cucina, almeno come consulente, durante la preparazione dei pasti.

- Allora, vieni?

- D'accordo.- Rispose Abel, anche se la prospettiva di perdersi con il suo amico attore in una profumeria non era proprio attraente.

- Lo so che non hai voglia di accompagnarmi.

- Non ho detto niente di simile.

- Comunque è vero. Però, chissà, magari troverai questa mattinata interessante. Potrebbe ispirarti.

- Ispirarmi in che modo, scusa?

- Non lo so. Per la tua professione. Quando tornerai a fare la tua professione.

Abel abbandonò sul tavolo quel che restava della sua colazione e cominciò a percorrere in largo e in lungo la piccola cucina sovraffollata di cose colorate. Non gli piaceva essere preda di cambi d'umore come quello, ma Viola possedeva l'arte di dire le parole più sbagliate all'improvviso. Quando tornerai a fare la tua professione. Ogni accenno al futuro è sempre piuttosto doloroso, per un esule.

- Imparare come funziona il trucco teatrale mi renderebbe un giudice migliore?- Domandò, tentando di sorridere senza molto successo.

- Forse. Non sottovalutare nessuna esperienza di apprendimento.

Viola balzò giù dal tavolo e gli atterrò di fronte, lungo, secco, elegante nei suoi movimenti apparentemente incontrollati. Invase lo spazio personale di Abel senza pietà, come al solito, e con un paio mosse delle sue dita magrissime gli disfece il nodo della cravatta. Abel protestò con un mugolio indignato e l'altro scosse la testa, emettendo un sospiro.

- Posso proporti una sfida?

- Puoi togliere le mani della mia cravatta, magari.

- Lasciati vestire da me, stamattina.

- Scusa?

- Tu riesci a vederti solo come una persona rispettabile e seria, e pensi di trasmettere questa impressione con i tuoi vestiti onesti. Hai paura di giocare.

- Non è vero. Non ho paura di giocare. Sono tuo amico. Non potrei evitare le tue stranezze nemmeno se ci provassi.

- Lo vedi? Per te sono stranezze. Sono un'eccezione alla norma. Per me la norma non esiste. Ogni espressione genuina dell'animo delle persone è normale.

- Ma non stavamo parlando di cravatte?

- Mettiti uno dei miei vestiti e vieni in giro con me.

- Non ci penso nemmeno!

- Niente di eccessivo. Una camicia un po' più colorata. Un kilt. Un mantello. Un cilindro. Ti starebbe così bene. Oh, ho anche un altro cappello verde, sarebbe perfetto per i tuoi riccioli arancioni, e se solo mi lasciassi...

- No.

- Sarebbe una piccola sfida per dimostrare che sai abbandonare la tua armatura, di tanto in tanto.

Abel si scostò da Viola e si rifece il nodo alla cravatta, solo per allentarlo un attimo dopo, rendendosi conto di aver stretto troppo.

La parola sfida aveva sempre un certo effetto su di lui. E non gli piaceva che Viola avesse usato la parola armatura.

- Va bene.- Quelle parole gli uscirono con un briciolo di voce, ma era molto fiero di sé per aver accettato.

 

*


- Oggi è la giornata della frutta. So che non ti piace, quindi...

Abel fece cenno a Viola che non importava. L'idea che stava prendendo forma nella sua mente dalla sera prima era così perfetta da rendere accettabile anche la macedonia che Viola gli aveva servito per colazione.

- Perché c'è uno dei tuoi completi lì sul divano?- Gli chiese Viola.

- Parlavamo di armature, ieri...

- Già. Te la sei cavato benissimo, con i miei vestiti. Dovresti indossare un mantello più spesso. E anche il trucco non ti stava male.

- Certo. Ora però ascoltami. Hai ragione: può darsi che io sia... piuttosto attaccato alla mia apparenza da persona seria. Credo mi abbia fatto bene, immergermi un po' di più nel tuo mondo, ieri. Mi chiedo se tu sia in grado di fare lo stesso, però.

- Fare cosa?

- Abbandonare l'armatura. Sai, anche il tuo amore per le stranezze qualche volta è un'armatura. Tutti ci sentiamo protetti dalle cose che ci piacciono. Quindi ti faccio una proposta: accetta la tua stessa sfida e vieni in giro con me indossando uno dei miei vestiti.

La faccia dell'attore era un misto di sconcerto e meraviglia. Si vedeva che l'idea gli piaceva, e allo stesso tempo non se l'aspettava. Abel non avrebbe potuto desiderare una vittoria migliore. Prese la giacca nera appesa alla spalliera della sedia e la drappeggiò sulle spalle dell'altro.

- Io sono un po' più robusto di te, ma con la camicia adatta e un paio di spalline, magari, sono sicuro che ti starà benissimo.

 

*

 

- Tutti ci sentiamo protetti dalle cose che ci piacciono, eh?

Abel sorrise e chiuse la porta alle sue spalle.

- Credo di sì. Almeno, questo vale per me. A me piace la mia illusione di essere una persona rispettabile e affidabile. Non ho problemi ad ammetterlo.

- Già. Suppongo che valga anche per me, eh?

- Non c'è niente di male.

Viola allargò le braccia e Abel gli tolse la giacca.

- È sbagliato se però adesso ho voglia mettermi una gonna e un bustino?

- Ma no, figurati. Anch'io ieri ardevo dal desiderio di una cravatta, dopo una giornata con la tua tunica e il tuo mantello.

Viola rise, poi si slacciò la cravatta e la posò con inedita delicatezza su una delle sedie.

- Sai cosa? Potrei addirittura decidere di risparmiarti la frutta e farti una cena decente, stasera.

- Non vorrei mai infrangere la tua tradizione del cibo a tema!

- Anche le tradizioni sono una graziosa armatura, Abel. E per quanto io le adori e non abbia intenzione di abbandonarle, penso che soddisfare i gusti culinari antipatici del mio amico valga di più.


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